La diciassettenne Mae è un’ascoltatrice eccellente, ma sotto ogni altro aspetto la narratrice del romanzo d’esordio di Nicole Flattery è un disastro: ha abbandonato la scuola; ignora sua madre; e i suoi primi contatti con il mondo adulto non sono felici. Il caos le vortica attorno, ma lei riesce in qualche modo a restare salda: è taciturna però presta un’attenzione estrema. Ed è proprio questa capacità di ascolto – di ricevere invece di trasmettere; di collocarsi tra il pubblico invece di lanciarsi sul palcoscenico – che le consente di assumere il ruolo d’ingranaggio vitale ma invisibile di quella che diventerà una macchina famosa in tutto il mondo. Il romanzo infatti è ambientato nella Factory di Andy Warhol che nel 1966, quando la storia prende avvio, si stava affermando come una forza artistica e culturale con cui fare i conti. Oggi quel luogo è circondato da un’aura mitica e ha finito per essere sinomimo di arte, glamour e anni sessanta. Ma mostrandoci la Factory attraverso gli occhi di Mae, Flattery ne rivela l’utilitarismo fondamentale: come Dorothy del Mago di Oz, scosta quel sipario sgargiante per mostrarci un inganno fatto di leve e ingranaggi.
Sarah Crown, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati