Non serve una particolare spiritualità per immergersi nel nuovo lavoro di Nilza Costa, ma certamente è necessaria la voglia di ascoltare anche musica che resiste alle spiegazioni. La cantautrice di Salvador de Bahia, ora residente in Italia, ha costruito l’album intorno alle cantigas, canzoni sacre della diaspora africana in yoruba, kimbundu e portoghese brasiliano. Funzionano come invocazioni dirette degli orisha, spiriti che connettono la vita umana con la natura, la storia e il divino. È un album che vuole collocarsi dentro questa tradizione, non rappresentarla dall’esterno. La voce trascina tutto; bilancia tristezza e calma, contenendo con nobile dignità i traumi dei suoi antenati. Cantigas si apre e si chiude con pezzi strumentali in cui le percussioni sono la forza motrice; la cantante s’inserisce in questo movimento circolare e ipnotico, come in un rituale. Muovendosi con sicurezza tra passato e presente, questo lavoro non cade nella trappola della fusion, non ci sono mai eccessi. La sua riuscita sta nell’affidarsi esclusivamente alla potenza del rito.
Andreo Michaelo Mielczarek, The Quietus
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati