Ci sono alcuni momenti di Philistine wavelength, il secondo brano del nuovo album di Shackleton, in cui sembra che il produttore stia manipolando l’aria intorno a chi ascolta. L’effetto è disorientante, come un improvviso cambio di pressione: i suoni si spostano dal centro del campo stereo ai margini, mentre il basso emerge da una profondità sotterranea e cresce fino a occupare lo spazio. È un’esperienza fisica e immersiva, un nuovo livello per un artista che ha dichiarato di voler “creare il proprio cosmo musicale”. Euphoria bound, debutto sull’etichetta AD 93, ricostruisce quel cosmo dalle fondamenta, con una produzione più ricca e nuove soluzioni sonore. Ritmi nervosi ruotano e si spezzano, le parti di basso zigzagano, percussioni e grancasse entrano ed escono dal tempo. I riferimenti sonori, un tempo vagamente mediorientali o asiatici, diventano ora tipici del solo Shackleton, riflesso d’inquietudini e paranoie contemporanee. I brani oscillano tra caos e ordine, in un ciclo di distruzione e rinascita privo di vera consolazione. Il disco segna un ritorno alla pista da ballo: niente suite interminabili o collaborazioni vocali estese, ma tracce potenti come The unbeliever’s pulse, che guarda alla club culture dei primi anni duemila. Nonostante un’estetica fortemente riconoscibile, Shackleton continua a trovare nuove deviazioni sonore. Al suo meglio, Euphoria bound ha un effetto avvolgente, spietato e allo stesso tempo mozzafiato, come il Lancashire, il paesaggio aspro che ha segnato la formazione dell’artista.
Andrew Ryce, Resident Advisor

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati