L’esibizione di Bad Bunny nell’intervallo del Super bowl è stata l’evento più rilevante degli ultimi anni per quanto riguarda la confluenza tra cultura, spettacolo e politica. Benito Antonio Martínez Ocasio non è stato il primo latinoamericano né il primo portoricano a partecipare all’evento sportivo più seguito al mondo, ma è stato il primo a decidere di cantare e parlare in spagnolo, mentre il governo degli Stati Uniti ha eliminato la lingua parlata da 40 milioni di americani da tutte le comunicazioni e dai siti ufficiali, rinnegando 250 anni di pluralismo.

Quando ha escluso i cinquanta stati federali dal suo ultimo tour mondiale, Bad Bunny ha precisato che voleva proteggere i suoi fan dalle aggressioni degli agenti della “fottuta Ice” (Immigration and customs enforcement).

Salendo sul palco l’8 febbraio ha dichiarato: “Buonasera California. Mi chiamo Benito Antonio Martínez Ocasio. Se oggi sono qui è perché non ho mai smesso di credere in me stesso”. La forza di queste parole può essere capita solo nel contesto del razzismo statunitense e delle deportazioni che negano a centinaia di migliaia di latinoamericani, africani e asiatici il diritto alla realizzazione personale. La migrazione ricorda che le potenze imperiali di ieri e di oggi non possono ignorare le conseguenze che la loro attività colonizzatrice ha avuto nel resto del pianeta. Bad Bunny mette Washington davanti a una realtà scomoda: appropriandosi di Puerto Rico, gli Stati Uniti hanno introdotto la resistenza alla dominazione nel cuore dell’impero.

Nonostante il silenzio dei grandi mezzi d’informazione sulla sua esibizione, la rivendicazione dell’America Latina, dei migranti e della differenza si è fissata nella coscienza collettiva, ricordando che davanti all’ascesa del totalitarismo il silenzio non è un’opzione. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati