Maggie Nelson è oggi nota per il suo rivoluzionario memoir Gli argonauti (il Saggiatore 2016). Nel 2004, più di dieci anni prima, sua madre aveva inaspettatamente ricevuto una telefonata da un detective che la informava che un sospettato sarebbe stato processato per il brutale omicidio a sfondo sessuale di sua sorella Jane, avvenuto nel 1969. Il detective lavorava su quel caso irrisolto da cinque anni. Per coincidenza, Nelson stava facendo ricerche sulla breve vita e sulla terribile morte della zia per un libro di poesia. Studente di giurisprudenza all’università del Michigan, Jane aveva 23 anni quando fu uccisa: era stata la terza di una serie di sei, forse sette omicidi analoghi. Sebbene Nelson non abbia mai conosciuto la zia, con il libro-collage di poesia, pagine di diario e descrizioni di sogni Jane: a murder ha cercato di farla parlare con la sua voce. Quel lavoro era un tentativo di comprendere l’ombra che da quel giorno del 1969 gravava sulla loro famiglia. Pubblicato per la prima volta nel 2007, Le parti rosse – autobiografia di un processo, è un memoir sul processo e torna sui sentimenti dell’autrice riguardo all’omicidio della zia. Potente e di una sincerità bruciante, Parti rosse è un resoconto profondamente personale del lutto di un’intera famiglia, una ferita mai rimarginata che viene riaperta dopo 35 anni. Ma soprattutto Maggie Nelson rivela una società ossessionata dall’omicidio ma incapace di affrontarne sia le cause scatenanti, sia gli effetti più strazianti.
PD Smith, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati