Oggi sembrano esistere solo due tipi di libri nuovi: quelli poco curati, scaraventati sul mercato in fretta e furia; oppure, all’opposto, romanzi di debutto iperlavorati provenienti da master di scrittura creativa, da cui sono state smussate tutte le asperità e che sono insipidi come omogeneizzati. Ecco perché è così bello leggere qualcosa di strano, cattivo, imprevedibile, divertente e semplicemente diverso come Lord Jim a casa. Certo, è stato scritto nel 1973. Il giovane Giles Trenchard, nato in una famiglia dell’alta borghesia tra le due guerre, ha un’infanzia miserabile e va in guerra ma senza gloria. E poi diventa un vagabondo che si muove avanti e indietro nella Londra degli anni cinquanta. Il romanzo di Dinah Brooke fu originariamente definito una satira. Ma chiamarlo così significherebbe sottovalutare lo strano potere di Brooke nel descrivere il quotidiano in un modo al tempo stesso estremamente comico e incredibilmente sinistro. Il romanzo non si perde mai in voli di fantasia, ma resta su un percorso credibile e realistico per quanto orribile. La prosa è vetro tagliato, e ci tiene a distanza gelida da Giles e da chiunque incontri, finché, poco a poco, diventa chiaro che il libro è in realtà una storia dell’orrore che nasce da una conoscenza innata, e un incredibile disprezzo, per l’alta borghesia britannica.
Jayne Taylor, The Times
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati