Hong Kong, 2019 (Justin Chin, Bloomberg/Getty)

Il 9 febbraio un tribunale di Hong Kong ha condannato l’ex editore pro-democrazia Jimmy Lai ( nella foto ), 78 anni, a vent’anni di prigione per sedizione e collusione con l’estero. È la condanna più pesante inflitta finora in base alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino all’ex colonia britannica dopo l’ondata di proteste per la democrazia del 2019. Il governo di Londra si è impegnato a intervenire a favore di Lai, che ha un passaporto britannico, e dopo la sentenza ha esteso un programma di visti che permette ai cittadini di Hong Kong di trasferirsi nel Regno Unito, scrive Channel News Asia. Lai, che era stato riconosciuto colpevole il 15 dicembre, rischiava una condanna all’ergastolo. Secondo l’accusa, è al centro di due complotti il cui obiettivo era convincere paesi stranieri a “imporre sanzioni o condurre attività ostili” contro Hong Kong e la Cina. L’ex editore era stato anche riconosciuto colpevole della pubblicazione di articoli che “incitavano alla disaffezione” nei confronti delle autorità. “La democrazia a Hong Kong è morta e io sono scappato giusto in tempo”, ha scritto sul Guardian Nathan Law, uno dei leader della “protesta degli ombrelli” del 2014, che ha invitato il governo britannico a “difendere i nostri valori e diritti e i miei compagni attivisti pro-democrazia ora che l’opposizione è stata silenziata”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati