Come metafora del sogno americano Crux è di un’ovvietà quasi brutale: parla letteralmente di arrampicata. I protagonisti, Dan e Tamma (diminutivo di Tamarisk), hanno 17 anni e vivono ai margini polverosi del Joshua Tree national park, in California. Tutto il tempo libero che riescono a ritagliarsi lo dedicano ai massi di granito, nonostante l’attrezzatura insufficiente: niente materassini né corde per attutire le cadute, e le scarpette di Dan arrivano da un cassonetto. Tra Dan e Tamma non c’è alcuna tensione romantica; lui è etero, lei rivendica con esuberanza la propria omosessualità, e il loro legame si fonda quasi esclusivamente sull’arrampicata. “Ogni giorno arrampicato sul granito era il giorno più bello del mondo”, scrive Tallent. Il lessico tecnico del climbing, che l’autore padroneggia con naturalezza, dà vita ad alcuni dei passaggi più lirici del libro. Sia Dan sia Tamma stanno salendo verso qualcosa: lui punta a una borsa di studio universitaria, lei vuole entrare nel mondo dei professionisti. Se andasse male, Tamma sogna di mollare tutto e vivere off grid nello Utah. Entrambi fuggono anche da qualcosa: le loro famiglie sono schiacciate da spese mediche astronomiche e scelte sentimentali sbagliate. Tallent però evita la predica e mostra la precarietà dei suoi personaggi più che declamarla. In questo senso Crux si avvicina ai migliori romanzi recenti sulle ferite fisiche ed emotive dell’America che si trova ai margini.
Mark Athitakis, Los Angeles Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati