Per noi iracheni, l’alba del 3 gennaio è stata carica di paura e ci ha ricordato i grandi eventi del passato: la dichiarazione di guerra nel 2003, l’arresto di Saddam Hussein, la presa di Mosul da parte del gruppo Stato islamico (Is). A questa lista possiamo oggi aggiungere il giorno in cui gli statunitensi hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani e il vicecomandante iracheno Abu Mahdi al Muhandis.
Secondo alcuni osservatori, i due uomini che avevano più influenza in Iraq erano a Baghdad per chiedere al parlamento e al presidente di approvare la nomina di un nuovo premier, ancora più vicino a Teheran. Dallo scorso autunno in Iraq è al potere un governo di transizione, in seguito alle dimissioni di Adel Abdul Mahdi sull’onda delle proteste contro la crisi economica e la corruzione, cominciate a ottobre.
Parte della popolazione sciita dell’Iraq non sembra dispiaciuta per l’uccisione di Soleimani e Al Muhandis. Dopotutto sono loro i responsabili della repressione delle proteste, che ha causato la morte di cinquecento manifestanti e il ferimento di altri 19mila. Il governo di Abdul Mahdi fungeva da copertura per le milizie e ha trasformato l’Iraq in un palcoscenico della geopolitica regionale. Quando i cittadini sono scesi in piazza, le milizie sono state sguinzagliate. La repressione ha alienato la classe politica dalla società.
La guerra per procura tra statunitensi e iraniani e le condizioni disastrose del governo iracheno sono alla base del movimento per il rinnovo del paese, che andrà avanti comunque. I manifestanti rappresentano la volontà dell’Iraq di ristabilire la sua indipendenza e di liberarsi dai carcerieri statunitensi e iraniani. ◆ _ff _
Ahmed Saadawi _ è uno scrittore iracheno, autore di Frankenstein a Baghdad _ (Edizioni e/o 2015).
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





