Mustapha Bendjama, caporedattore del quotidiano locale algerino Le Provincial, non conta più le volte che è stato arrestato negli ultimi tre anni. Venti, forse trenta. Spesso è stato fermato qualche minuto prima dell’inizio di una manifestazione e rilasciato qualche ora dopo. Una volta l’hanno arrestato davanti casa, un’altra in redazione di fronte ai colleghi e gli hanno sequestrato anche il computer. Nel 2019 è stato arrestato per aver fotografato il manifesto di un candidato della campagna presidenziale ad Annaba, la sua città d’origine, nell’est dell’Algeria. Quel giorno è stato portato da un commissariato all’altro, ed è stato rilasciato quando il candidato se n’era andato dalla città.

“È sempre più difficile lavorare”, dice Bendjama. “Non ti dicono mai perché ti arrestano. A volte è solo un controllo che dura ore. L’idea è ostacolare il nostro lavoro”. Da allora, quando si occupa delle manifestazioni, si limita a girare in una macchina con i vetri oscurati insieme a un amico, osserva la situazione e pubblica l’articolo online, per evitare di passare ore in commissariato.

Un murale dell’artista francese C215 ritrae il giornalista algerino Khaled Drareni. Parigi, 15 ottobre 2020 (Stéphane de Sakutin, Afp/Getty Images)

La sua esperienza è tutt’altro che unica e riflette una tendenza più generale che ha l’obiettivo d’intimidire i giornalisti in Algeria. Nel suo indice annuale della libertà di stampa Reporters sans frontières (Rsf) colloca il paese al 146° posto su 180. Dal 2015 l’Algeria ha perso ventisette posizioni, un calo che rispecchia la preoccupante deriva autoritaria nel paese.

L’hirak, la mobilitazione popolare nazionale contro la corruzione e il malgoverno, aveva infiammato il paese nel 2019, quando il presidente Abdelaziz Bouteflika, morto nel settembre 2021, aveva annunciato che si sarebbe candidato per un quinto mandato. Le proteste l’avevano costretto a dimettersi e l’esercito l’aveva sostituito con Abdelmadjid Tebboune, primo ministro del governo precedente. La decisione aveva alimentato la rabbia e le persone avevano continuato a protestare, sfidando i divieti. Dopo una pausa di quasi un anno per le restrizioni dovute alla pandemia, le manifestazioni a favore della democrazia sono riprese nel febbraio 2021.

Da allora vari giornalisti sono stati arrestati e il loro lavoro è stato ostacolato quando riportavano la voce dei militanti che chiedevano riforme politiche. I giornalisti che raccontano la voglia di cambiamento pagano un prezzo molto alto.

Aumento della repressione

Amel Boubekeur, sociologa all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) in Francia, spiega che “il regime militare cerca di impedire che le notizie finiscano sulla stampa estera e di offrire agli alleati internazionali l’immagine di un’Algeria stabile dopo la sconfitta del terrorismo negli anni novanta”. Per Boubekeur i mezzi d’informazione controllati dal regime cercano di “far apparire l’hirak come un elemento di destabilizzazione, che fa correre all’Algeria il pericolo di un’invasione esterna o di una nuova guerra civile, che solo l’esercito al potere può evitare”.

L’intimidazione dei giornalisti ha prodotto dei risultati. Mentre le manifestazioni diventavano sempre più grandi, la stampa algerina in generale ha preferito non occuparsene. La censura inoltre ha favorito la diffusione di nuovi strumenti d’informazione, perché molti algerini si sono rivolti alle fonti digitali, cosa che a sua volta ha provocato un aumento della repressione. Insieme ad altri organismi internazionali di difesa della libertà di stampa, come il Comitato per la protezione dei giornalisti, Rsf ha denunciato a più riprese gli attacchi giudiziari e le condanne nei confronti dei giornalisti, accusati di “mettere in pericolo l’unità nazionale” o “minacciare l’ordine pubblico e la sicurezza dello stato”.

Alcuni giornalisti però non si sono scoraggiati. Per loro era un dovere parlare delle manifestazioni e denunciare quelle che considerano violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità. A partire dal 2019 gli arresti di manifestanti e di giornalisti sono diventati sempre più frequenti, nel tentativo di reprimere la dissidenza e la libertà d’espressione, secondo Ahmed Benchemsi, direttore della comunicazione in Medio Oriente e Nordafrica dell’ong Human rights watch: “La libertà di stampa è una vittima importante di questa triste situazione, ma più in generale lo sono tutte le libertà”.

Mustapha Bendjama è diventato giornalista quasi per caso otto anni fa, quando studiava matematica all’università. Nell’estate 2013 fece uno stage al Provincial. Un lavoro temporaneo, pensava. Grande lettore di giornali, Bendjama ha scoperto una passione per la stampa e dopo aver finito gli studi universitari è diventato giornalista a tempo pieno. Oggi è uno dei pochi giornalisti algerini indipendenti, determinato a far sentire la sua voce in un contesto molto controllato. Le Provincial si occupa di argomenti di ogni genere e ha svolto un ruolo fondamentale nel racconto dell’hirak e nella lotta per la libertà di stampa. È uno dei rari giornali, insieme a Interlignes e Casbah Tribune, a fare un lavoro simile. Il quotidiano si è anche distinto scrivendo delle disuguaglianze sociali, degli alloggi informali, della gestione della pandemia e della corruzione dei politici locali.

Ricompensare o punire

La minaccia di “asfissia economica” è sempre presente, dice Bendjama. In Algeria esiste una sola agenzia pubblicitaria, ed è statale: l’Agence nationale d’édition et de publicité (Anep). Attraverso l’Anep lo stato ricompensa o punisce i mezzi d’informazione in base al loro atteggiamento. La persecuzione giudiziaria è un altro degli strumenti più usati contro le redazioni. Varie organizzazioni per la difesa della libertà di stampa denunciano che settimana dopo settimana i giornalisti sono convocati in tribunale per rispondere di accuse false.

Nella primavera del 2021, poco prima delle elezioni, Rsf aveva segnalato l’arresto di molti giornalisti, tra cui Riad Kramdi, fotografo dell’agenzia France-Presse; Wided Laouedi, di Radio M; Anis Chelouche, di Casbah Tribune; e Farida Tayeb Cherrad, di Tariq News. Sono stati tutti detenuti per ore dopo essere stati fermati senza accuse.

Il governo colpisce anche sui social network. Nell’agosto 2021 Bendjama è stato interrogato a lungo per un messaggio che aveva condiviso sulla sua pagina Facebook, chiedendo la liberazione di un militante dell’hirak. Nello stesso mese un tribunale della città di Costantina ha condannato a due anni di prigione il giornalista e militante Abdelkrim Zeghileche per due post su Facebook in cui aveva definito il presidente Tebboune un “impostore messo al potere dall’esercito”.

Il governo algerino aveva promesso delle riforme che comprendevano un rimpasto dell’esecutivo e la liberazione di alcuni prigionieri politici. Ma nell’aprile 2020 è stata approvata una legge che criminalizza la diffusione di notizie false. Una sua interpretazione molto ampia ha permesso l’arresto di giornalisti e la censura di alcuni mezzi d’informazione. Le autorità hanno oscurato internet e alcuni siti, hanno ritirato accrediti ed espulso inviati e corrispondenti stranieri. Oggi vari giornalisti sono in prigione, sotto processo e perseguitati anche dopo la loro liberazione, spesso sulla base di questa nuova legge. Secondo Justin Shilad, del Comitato per la protezione dei giornalisti, “in Algeria ci sono sempre stati molti limiti per la stampa, ma la repressione è aumentata negli ultimi due anni. La legge sulle notizie false è uno strumento che i governi della regione e di tutto il mondo usano per mettere sotto accusa i giornalisti”.

Linee rosse

In passato il lavoro delle redazioni era intralciato dalla burocrazia o dalla censura diretta. Ora la repressione è più creativa. Diversi cronisti sono in carcere per aver incoraggiato raduni illegali o perché quello che scrivono sui social network potrebbe essere interpretato come una minaccia agli interessi nazionali. Molti sono stati costretti a passare gran parte del loro tempo a gestire i problemi giudiziari.

Oltre a dirigere una redazione formata da trenta persone, Bendjama deve difendersi da varie imputazioni in tribunale e rispondere alle convocazioni della polizia. Nel luglio 2021 è stato riconosciuto innocente in un processo per un post su Facebook che gli era valso l’accusa di aver insultato la polizia. A giugno però era stato condannato a due mesi di prigione e a due multe di 125 euro per oltraggio all’unità nazionale.

Da sapere
Un movimento dal basso

◆ Il 22 febbraio 2019 milioni di algerini sono scesi in piazza ad Algeri e in altre città del paese per protestare contro la candidatura a un quinto mandato dell’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika. Le proteste, che hanno preso il nome di hirak (movimento, in arabo), si sono ripetute ogni venerdì, fino a ottenere le dimissioni di Bouteflika ad aprile. In seguito sono riprese per opporsi alla decisione di tenere le elezioni presidenziali prima di mettere in atto alcune riforme. A quel punto sono cominciati gli arresti dei leader del movimento. La repressione si è intensificata dopo l’elezione del presidente Abdelmadjid Tebboune nel dicembre 2019. Le manifestazioni sono state sospese a marzo 2020 a causa della pandemia di covid-19 e sono riprese nel febbraio 2021, nel secondo anniversario dell’hirak. Ma la repressione e la diminuzione della coesione interna hanno tolto forza al movimento. Secondo il Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti, creato nell’agosto 2019 da attivisti e avvocati per garantire sostegno durante gli arresti e i processi, oggi 280 persone sono in carcere per aver espresso pacificamente la loro opinione e in gran parte sono legate all’hirak. Human rights watch


A dicembre dello stesso anno è stato condannato a un anno di prigione e a 1.250 euro di risarcimento nei confronti del wali (il governatore) di Annaba per diffamazione e oltraggio all’interesse nazionale. In altri casi alla fine è stato rilasciato.

“È dura lavorare in queste condizioni”, dice Bendjama. “Passare quattro o più di sei ore in commissariato o in tribunale, per poi uscire e cercare di recuperare il ritardo accumulato è difficile e stressante. È troppo”. Distinguere cosa è consentito non è sempre facile. “Per continuare a lavorare siamo costretti all’autocensura”, continua. “Non possiamo scrivere su tutto, ma facciamo quello che possiamo”.

All’inizio di febbraio Bendjama è stato aggredito da alcuni sconosciuti, ma non si sa se la violenza sia legata al suo lavoro. Si sente più vulnerabile che mai.

Giornali
Una voce in meno

◆Il quotidiano francofono algerino Liberté ha annunciato che chiuderà il 14 aprile, a trent’anni dalla sua fondazione. La decisione è stata presa dal proprietario, il ricco uomo d’affari Issad Rebrab, in seguito a un’assemblea straordinaria degli azionisti. Intellettuali e personalità in vista della società algerina hanno firmato una petizione per chiedere a Rebrab di rivedere la sua decisione, ma invano. Negli ultimi vent’anni importanti giornali algerini come Le Matin, La Tribune e il settimanale La Nation hanno terminato le pubblicazioni a causa della mancanza di entrate pubblicitarie e del calo delle vendite. Secondo alcuni osservatori, però, la fine di Liberté è il risultato di pressioni politiche. Negli ultimi mesi alcuni suoi giornalisti sono stati arrestati, processati e condannati per aver trattato argomenti delicati agli occhi delle autorità del paese. In Algeria sono una decina i giornalisti sotto processo o condannati, in particolare per diffamazione di politici e per la pubblicazione di contenuti ritenuti ostili sui social network. Afp, Le Monde


Anche Leïla Beratto, giornalista indipendente ed ex collaboratrice di Radio France Internationale, è stata arrestata, insultata online e sottoposta a pressioni per il suo lavoro. Ma non si è arresa. Vedere altri colleghi arrestati l’ha resa più attenta: “La condanna di Khaled Drareni ha creato un pericoloso precedente e un punto di rottura che ha scosso il settore”. Il processo a Drareni, rappresentante di Rsf in Algeria, corrispondente per l’emittente francese TV5 Monde e fondatore e direttore di Casbah Tribune, arrestato nel marzo 2020 e rilasciato nel febbraio 2021, “è stato terribile perché ci siamo resi conto che chiunque di noi può essere trascinato in tribunale”.

Beratto è cresciuta in Francia e si è trasferita in Algeria, il paese d’origine dei suoi genitori, nel 2012, dopo essersi laureata in giornalismo. Ha imparato il mestiere lavorando per quattro anni a El Watan, uno dei principali giornali francofoni del paese. È arrivata in un momento in cui la regione, dopo le primavere arabe, aveva visto segni di democratizzazione. Il panorama algerino dell’informazione aveva conosciuto una certa apertura e varietà con la creazione di nuovi siti, radio e programmi televisivi.

Oggi i giornalisti algerini si limitano a sopravvivere, interrompendo il loro lavoro quando la rabbia del governo si fa sentire, e riprendendolo quando la repressione diminuisce. “A volte regolo il mio lavoro in base alle reazioni che suscita”, dice Beratto. “Agisco sulla forma più che sui contenuti. Per esempio decido di occuparmi di un argomento solo quando il contesto lo permette. E tratto alcune questioni delicate solo se sono sicura di avere fonti attendibili”.

Solidarietà tra colleghi

Spesso riesce a essere efficace senza stare sul posto, grazie alla sua rete di contatti nel paese. Ha anche imparato a essere originale per eludere la censura. Qualche anno fa si è occupata delle manifestazioni dei lavoratori delle compagnie petrolifere nel sud dell’Algeria. I mezzi d’informazione non erano autorizzati a seguirle, così Beratto ha dato la sua macchina fotografica a uno dei lavoratori, che ha fotografato le proteste. Inoltre, uno dei suoi colleghi conosceva un lavoratore che si è dato da fare per permetterle di intervistare i manifestanti in casa sua. Beratto ha potuto scrivere un articolo proteggendo le sue fonti.

Dal 2019 gran parte del suo lavoro ha l’obiettivo di raccontare l’_hirak _con programmi radiofonici che esplorano le motivazioni dei manifestanti e il loro lavoro per cambiare le cose attraverso l’impegno civile. Beratto è stata arrestata due volte. In una il suo materiale radiofonico è stato sequestrato e così ha dovuto ritrascrivere le interviste. Ha dovuto avvertire le sue fonti che la polizia aveva le registrazioni di quello che le avevano detto.

“Senza l’aiuto di altri colleghi, non potremmo continuare”, spiega. “Quando sono stata in difficoltà, ci sono state persone che mi hanno aiutata. È una solidarietà che può andare dalla telefonata per sapere come va dopo un arresto agli avvertimenti durante una manifestazione, o ancora ai consigli sulla sicurezza, al sostegno morale, alla condivisione d’informazioni e contatti per proteggersi a vicenda. È fondamentale che i colleghi ti difendano pubblicamente in caso di necessità. Questo gruppo unito dà forza, incoraggia i singoli a non farsi intimidire”.

Nonostante la fatica e le delusioni, Beratto e altri giornalisti continuano il loro lavoro. “Erano anni, dai tempi dell’indipendenza, che non si vedevano nel paese delle manifestazioni così grandi”, dice Beratto, “ma alcuni mezzi d’informazione le hanno ignorate. E questo le persone non lo dimenticheranno”.◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1456 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati