La dichiarazione fatta il 14 giugno dal sovrintendente Andy Bennett, che giustificava il mancato intervento della polizia a Bristol quando i manifestanti hanno tirato giù dal piedistallo la statua del mercante di schiavi Edward Colston facendola rotolare fino al porto e affondandola, sembrava pronunciata quasi con leggerezza. Invece il suo contenuto è importante. Ecco cosa ha detto Bennett alla Bbc: “Anche se mi rammarica che delle persone abbiano abbattuto una delle nostre statue, capisco perché è successo, è stato un gesto simbolico”. Non capita spesso che la polizia britannica entri nel merito delle rivendicazioni politiche dei manifestanti, ma che un alto funzionario si mostri apertamente comprensivo, nonostante quelli che formalmente sono gravi danni materiali, è un fatto senza precedenti. È chiaro che sulla spinta del movimento Black lives matter anche a Bristol si è arrivati a un punto di non ritorno.
Effetto domino
C’è voluta una concomitanza di fattori per far apparire necessario l’abbattimento del monumento a Colston di Bristol. In questa città portuale inglese, che per secoli ottenne enormi benefici dalla tratta degli schiavi, le richieste di rimuovere la statua non erano mancate. Molti cittadini ritenevano che la scultura celebrasse in modo improponibile un passato vergognoso.
Nel 2018, durante lo scandalo Windrush (dal nome della nave militare britannica Empire Windrush, che il 22 giugno 1948 attraccò a Londra con a bordo 482 migranti giamaicani venuti nel Regno Unito per lavorare e a cui era stato promesso di poter rimanere per sempre), i tentativi di rimozione avevano registrato un nuovo slancio: si era scoperto che molti britannici di origine afrocaraibica erano stati arrestati in modo arbitrario e in almeno 83 casi espulsi ingiustificatamente. Nel Regno Unito si era scatenato un dibattito sul razzismo di stato.
Ma evidentemente serviva un’ultima spinta – la morte violenta di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti, e le proteste che ha scatenato in tutto il mondo – perché quella statua eretta nel 1895 fosse abbattuta e affondata.
Da Bristol è partito un effetto domino in tutto il Regno Unito: il sindaco di Londra Sadiq Khan ha fatto rimuovere una statua di Robert Milligan – scozzese, mercante e schiavista – che si trovava davanti al Museum of London docklands, nella vecchia zona portuale. Khan ha motivato così il provvedimento: “Che gran parte della ricchezza britannica sia dovuta alla tratta degli schiavi non è un fatto da celebrare in uno spazio pubblico”. La circoscrizione londinese di Tower Hamlets, invece, studierà “come dare una rappresentazione migliore dei periodi problematici della nostra storia”. A Plymouth l’amministrazione cittadina ha annunciato che, in solidarietà con il movimento Black lives matter, cambierà nome alla piazza dedicata a sir John Hawkins, mercante di schiavi elisabettiano.
Anche negli Stati Uniti dall’inizio di giugno sono state rimosse molte statue: a Louisville, in Kentucky, è stato abbattuto il monumento a John Castleman, militare dell’esercito confederato; a Indianapolis, invece, una scultura che raffigurava un gruppo di soldati sudisti. A Birmingham, in Alabama, i manifestanti hanno buttato giù la statua di Charles Linn, sostenitore degli stati sudisti durante la guerra civile americana. Il tentativo di abbattere anche un obelisco eretto in onore dell’esercito confederato è stato fermato dal sindaco Randall Woodfin, che ha promesso di far rimuovere il monumento.
Stesso finale e motivi diversi
Intanto ad Anversa, in Belgio, l’amministrazione cittadina ha rimosso una statua di re Leopoldo II, che i manifestanti avevano già danneggiato. L‘associazione Reparons l’histoire, che si è impegnata a mantenere viva la memoria sui crimini coloniali del Belgio, vorrebbe che questa fosse solo la prima di una serie di iniziative simili nelle città del paese.
Secondo un portavoce di Reparons, Leopoldo II era un “boia che uccise dieci milioni di congolesi”.
Black lives matter ha spezzato un incantesimo? A giudicare da come si sta ripetendo lo stesso gesto in posti diversi, sembrerebbe di sì. L’abbattimento delle statue è il momento che spezza l’incantesimo. Quella che era la rappresentazione di un personaggio ammirato o temuto torna a essere nient’altro che un blocco di metallo o di pietra.
Del passato recente restano soprattutto le immagini dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein, in piazza Firdos a Baghdad. Cominciarono i cittadini iracheni l’8 aprile del 2002 e poi finì il lavoro un veicolo corazzato statunitense.
Nel dicembre 2013 le immagini dei manifestanti a Kiev che distruggevano una statua di Lenin sono state potenti come quelle dell’abbattimento di una statua di Iosif Stalin a Gori, la sua città natale, in Georgia nel 2010.
Ma sarebbe superficiale pensare che, solo per la loro apparente somiglianza, questi avvenimenti si equivalgano o siano aspetti di uno stesso processo storico. La caduta della statua di Saddam esprimeva, certo, la liberazione di un popolo oppresso da un dittatore sanguinario, ma era anche la dimostrazione, sul piano simbolico, della vittoria delle forze armate statunitensi.
Invece la distruzione dei monumenti del regime comunista nelle ex repubbliche sovietiche – avvenuta molto tempo dopo il crollo dell’Unione Sovietica – aveva la funzione di ricordare alla Russia, sempre più minacciosa, l’autonomia di Georgia e Ucraina. Abbattere un monumento, insomma, non ha sempre lo stesso significato.
Identità nazionale
Questo può valere anche per lo stesso personaggio storico. Un buon esempio è quello di Cecil Rhodes, imprenditore e imperialista. Nel 2015 in Sudafrica la Cape Town university fece rimuovere dal campus, dopo ottant’anni, una sua statua. L’abbattimento era stato preceduto dalla campagna Rhodes must fall (Rhodes deve cadere) che s’inseriva nel lungo tentativo di smantellare l’eredità dell’apartheid, individuata nel razzismo istituzionale e nei privilegi di cui godono i bianchi nelle università sudafricane.
Al grido di “Rhodes must fall”, all’università di Oxford va avanti da alcuni anni una campagna per rimuovere la statua di Cecil Rhodes dalla facciata dell’Oriel college. Ora è sostenuta anche da 26 membri laburisti del consiglio comunale di Oxford, che in una lettera aperta all’università scrivono: “Le opere d’arte pubbliche e i monumenti di una città dovrebbero riflettere i suoi valori”. La statua non sarebbe “compatibile con l’orgogliosa eredità internazionalista e l’impegno antirazzista della nostra città”. Il 9 giugno migliaia di studenti e attivisti hanno protestato sulla strada principale di Oxford.
Ovviamente quelli di Cape Town e Oxford non possono essere visti come eventi separati, visto che s’influenzano a vicenda. Però in Sudafrica l’imperialismo rappresentato da Cecil Rhodes ha un significato diverso rispetto a quello che ha nel Regno Unito. Nell’ex colonia si tratta di consolidare un’identità nazionale che vuole distinguersi dal passato imperiale. Nel Regno Unito, invece, è proprio l’eredità imperiale – la nostalgia per l’impero – a essere ancora per molti un riferimento importante. La Brexit è solo la conseguenza più recente, e la più deleteria, di una corrente che vorrebbe rianimare l’impero nella sua veste di rete commerciale, con Londra al suo centro. Una visione del mondo implicitamente razzista.
Nessuna delle ex colonie è veramente interessata a un progetto del genere, ma per i neoimperialisti guardare in faccia la realtà è tanto difficile quanto ammettere che l’occidente è solo all’inizio di un’elaborazione autentica del suo passato coloniale. Queste persone sono le stesse che considerano Edward Colston, Robert Milligan e Cecil Rhodes non dei violenti sfruttatori, ma imprenditori filantropi da inquadrare nel loro contesto storico.
Falsificare la storia
Una mistificazione della storia che somiglia a quella fatta da molti statunitensi del sud, che più volte hanno violentemente protestato contro la rimozione della statua del generale confederato Robert E. Lee, decisa nel 2017, perché avrebbe minato la loro identità. Tra l’altro, su entrambe le sponde dell’Atlantico non si tratta di monumenti d’epoca, bensì di monumenti voluti in tempi successive: Edward Colston morì nel 1721 e il Regno Unito abolì la schiavitù nel 1834, ma la statua di Colston a Bristol fu eretta nel 1895. La statua equestre di Lee a Charlottesville invece fu commissionata nel 1917: più di mezzo secolo dopo la fine della guerra civile americana.
Uno degli argomenti principali di chi nel Regno Unito critica la rimozione dei monumenti è che così si falsificherebbe la storia, censurandola addirittura: qualcuno fa un confronto con i roghi di libri dei nazisti. Le statue servirebbero a ricordarci il nostro passato. Il comico Benjamin Partridge ha ribattuto con sarcasmo: “Hanno ragione a contestare la rimozione della statua di Colston: rimuovere le statue cancella la storia. È per questo che Hitler è finito nel dimenticatoio”.
Ci troviamo in una fase di grandi gesti simbolici. Anche se finora si è trattato solo di gesti, alcuni rivoluzionari, altri istituzionali, c’è tutto il potenziale per andare oltre il piano meramente simbolico. A patto, però, che alle azioni dimostrative seguano autentiche riforme strutturali, capaci di affrontare davvero il problema del razzismo.
La speranza che questo possa finalmente avvenire l’ha espressa lo storico anglonigeriano David Olusoga sul Guardian: “Non importa cosa si dirà nei prossimi giorni, quel che è successo non è un attacco alla storia. È la storia stessa. È uno di quei rari momenti storici il cui arrivo indica che le cose non potranno mai più essere come prima”. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati