Quand’era adolescente a Meerut, una città a meno di cento chilometri da New Delhi, Dahir Kumar non riusciva a spiegarsi perché si sentisse sessualmente attratto dagli uomini. Non conosceva nessun altro come lui e non sapeva a chi rivolgersi. Poi, quando ha compiuto 18 anni, il padre gli ha comprato un cellulare con la connessione a internet.

Kumar – non è il suo vero nome perché non ha ancora fatto coming out – ha cercato su Google le risposte alle sue domande: “Perché sono gay?” e “L’omosessualità è una cosa positiva?”. Ma la domanda più importante era: ci sono altri come me qui? Voleva entrare in contatto con la sua comunità. Alla fine ha trovato altri gay nella sua città attraverso Facebook. Queste nuove relazioni hanno aiutato Kumar, che oggi ha 22 anni, a entrare in un gruppo privato di Facebook dove c’erano altri gay, che però “pensavano soprattutto a rimorchiare”. Lui desiderava di più. “Cercavo amore e amicizia”, dice. “Volevo sapere cosa facevano le altre persone della comunità, che lavoro facevano. Cercavo gente con cui poter parlare di tutto”.

Nel 2018 uno di loro l’ha aggiunto a un altro gruppo privato di Facebook, Lgbt+India your second family (la tua seconda famiglia), che aveva più di dodicimila iscritti. S’incoraggiavano a vicenda a fare coming out, condividevano paure e sfide e anche esperienze traumatiche come gli abusi sessuali. Era felice di aver trovato la sua comunità. Farne parte lo faceva sentire meno solo. Ma con il tempo l’entusiasmo è svanito. Kumar è un dalit (oppresso), una delle categorie più emarginate dell’India. I dalit continuano a subire discriminazioni e violenze a causa di quella che è ancora percepita come una condizione d’inferiorità nell’antico sistema delle caste. Anche se il gruppo Face­book professava l’inclusione, Kumar si sentiva sempre più escluso.

Nell’estate 2020 un amministratore del gruppo appartenente alla casta dei bramini, quella dominante, ha pubblicato la foto di un corteo del Pride (orgoglio) con la scritta “Abbattiamo il patriarcato braminico” e ha chiesto: “Pensate che questi slogan discutibili e assurdi siano accettabili a un Pride?”. Molte delle risposte sono arrivate da uomini queer: “Dobbiamo mostrare orgoglio per le questioni che ci riguardano, non per le altre”, diceva uno. “No, affatto”, rispondeva un altro.

Cosa dovrebbe o non dovrebbe essere consentito in uno spazio queer è uno degli argomenti più discussi in questi gruppi online, e spesso è introdotto da gay che appartengono alle caste privilegiate, cosa che lo rende un dibattito esclusivo. “Le persone tendono ad avere identità multiple, a cui si sentono profondamente legate”, dice Kumar. “Io sono gay. E sono dalit. Dovrei poter esprimere liberamente entrambe le cose in uno spazio sicuro”. L’esclusione può essere sottile, ma si fa sentire ed è molto diffusa. Rest of World ha parlato con venti persone appartenenti alle minoranze nella comunità lgbt+, e tutte hanno detto di sentirsi emarginate e discriminate dai gruppi queer online più popolari.

Storicamente in India i gruppi Face­book sono stati luoghi importanti per la comunità lgbt+, a cui hanno offerto uno spazio per stabilire contatti e trovare solidarietà, consigli, partner. Hanno anche permesso agli iscritti di organizzarsi politicamente per difendere la loro dignità in una società omofoba e lottare per cambiare le leggi contro gli omosessuali. Ma molti di questi gruppi hanno anche ereditato le profonde divisioni sociali dell’India. Sono gli indiani di città, che parlano inglese, appartengono alle caste superiori e spesso s’identificano come uomini ad amministrare o dominare questi gruppi. Controllano i contenuti e cacciano chi fa parte delle comunità storicamente emarginate come i dalit, i musulmani e gli adivasi, un termine collettivo per i popoli indigeni dell’India. “Non esiste una comunità lgbt+ inclusiva in India”, dice Christy Nag, una donna trans adivasi. Di fronte alla mancanza di rispetto e all’esclusione, alcuni iscritti, tra cui Nag, stanno creando o partecipando a spazi online indipendenti che riflettono la loro vita e le loro prospettive.

Un posto sicuro

In India i gruppi privati online per la comunità lgbt+ sono stati aperti molto prima che la corte suprema del paese depenalizzasse i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, nel 2018. Offrivano uno spazio sicuro e l’anonimato, consentendo agli iscritti di stabilire contatti, esprimersi e scambiarsi informazioni sull’hiv e l’aids. Attiravano persone di ambienti sociali diversi ed erano particolarmente importanti per i ragazzi come Kumar. Gli spazi queer offline in genere si trovavano nei quartieri ricchi delle grandi città ed erano quindi inaccessibili a chi veniva da situazioni meno privilegiate o viveva nei paesi e nelle città più piccole. E chi riusciva ad accedere, si ritirava in ambienti spesso elitari ed esclusivi. I gruppi online privati sembravano abbattere questi muri, almeno in un primo momento.

Mumbay pride, febbraio 2020 (Antoni Lallican)

All’inizio “erano gli unici spazi che avevi, in un certo senso, per conoscere delle persone”, dice Rohit Dasgupta, docente di industria culturale all’università di Glasgow. Dasgupta ha scritto degli spazi queer online in India nel suo libro Digital queer cultures in India (2017). Alcuni dei primi gruppi Facebook cercavano di unire le persone queer “in nome di una solidarietà sessuale”, che prescindesse da classe, casta, religione o razza, spiega Dasgupta. Ma era “un’idea utopica”.

Gran parte dei post nei gruppi più grandi come Yaariyan (Amicizie), Lgbt+India your second family e Harmless hugs (“Abbracci innocui”, poi rinominato Harmless social distancing, “Distanziamento sociale innocuo”) sono di uomini indù che discutono di una serie di argomenti: rapporti gay, esperienze di coming out, posizioni sessuali, barzellette a sfondo sessuale e matrimonio ugualitario. Qualche volta ci sono domande sulle malattie a trasmissione sessuale, sulla profilassi pre-esposizione (erEp: una combinazione di farmaci che proteggono dall’hiv) e sul lavoro. Le discussioni sulla casta, la razza o la religione sono rare. “Questi gruppi hanno molte cose che ci legano in quanto persone della comunità queer, ma non sono aperti alle esperienze di tutti”, dice Akshay Pakhre, un dalit gay del Maharashtra.

Nel gruppo Lgbt+India your second family, Kumar dice di aver visto gli amministratori zittire certe voci e lasciare che altri parlassero liberamente, creando un clima che incoraggiava soprattutto gli indù delle caste superiori a occupare la scena. L’esclusione spesso non si manifesta con commenti mirati o esplicitamente aggressivi, quanto piuttosto dando voce alle opinioni della maggioranza ed emarginando le altre.

Gli uomini delle caste dominanti spesso occupano lo spazio con discussioni che escludono persone con esperienze diverse. Per esempio, Moulee, un attivista gay della comunità Bahujan nell’India meridionale, racconta che quello in corso sul matrimonio ugualitario è considerato un dibattito tra privilegiati, perché i gruppi marginalizzati combattono ancora per diritti più elementari come l’istruzione, “e l’omosessualità non è l’unico motivo per cui viene negato l’accesso all’istruzione”. Ruth Chawngthu, un’adivasi bisessuale dell’India nordorientale, dice di aver lasciato quasi tutti gli spazi online, compreso Harmless social distancing, perché non si sente rappresentata.

Gli amministratori sostengono che i gruppi sono apolitici, ma in pratica significa che sono loro a decidere cos’è politico. “Celebrano il loro orgoglio braminico e per loro questo è fantastico”, dice Pi­yush, un dalit gay dell’Uttar Pradesh. “Ma l’orgoglio della nostra casta per loro è falso”. Piyush dice di aver cercato di affrontare i problemi della comunità dalit in Lgbta+India your second family, ma i suoi post non sono stati approvati. Il gruppo è stato rimosso da Facebook nel novembre 2021 perché pare abbia violato le regole della piattaforma sulle immagini sessuali. Gli amministratori lo negano.

Non sono solo dalit e adivasi a sentirsi esclusi dai principali gruppi lgbt+. Alcuni musulmani queer provano la stessa frustrazione di Kumar. All’inizio del 2020 Queer azaadi Mumbai, un collettivo di associazioni e persone che organizzano il corteo del Pride a Mumbai, ha preso pubblicamente le distanze dagli slogan che esprimevano solidarietà a un attivista musulmano, Sharjeel Imam. Imam era stato arrestato nel 2019 per aver protestato contro la legge sulla cittadinanza imposta dal governo nel 2019, che impedisce agli immigrati musulmani arrivati in India prima del 2015 di diventare cittadini. Da quando nel 2014 il Bharatiya janata party del primo ministro Narendra Modi è arrivato al potere, il maggioritarismo indù e la polarizzazione politica si sono rafforzati, ed è cresciuta la violenza contro le comunità emarginate come quella dei musulmani.

Gli uomini delle caste dominanti spesso occupano lo spazio con discussioni che escludono persone con esperienze diverse

Nei gruppi online come Yaariyan, ci sono più interventi di parte. “Come mai il Pride diventa un posto per lanciare slogan legati alla religione?”, chiedeva un utente. “Questi terroristi hanno trovato un rifugio sicuro nei gruppi indiani lgbt+”, sentenziava un altro.

“Secondo me negli spazi queer non si vuole riconoscere il fatto che i musulmani in questo paese stanno attraversando un periodo veramente di merda”, dice un musulmano iscritto a Yaariyan che ha chiesto di restare anonimo. Quando qualcuno cerca di parlare di religione o di casta, deve vedersela con i commenti dei troll che lo accusano di spaccare la comunità. Questa prospettiva dominante scoraggia le persone emarginate che vogliono raccontare le loro esperienze, e le fa sentire indesiderate.

Poche voci femminili

Mumbay pride, febbraio 2020 (Antoni Lallican)

Colpisce anche l’assenza di voci femminili in molti gruppi queer online, che rimangono spazi quasi esclusivamente maschili. Koyel Ghosh, che s’identifica come lesbica non binaria, ritiene Yaariyan “molto misogino. È estremamente patriarcale. Io mi sono sentita invisibile”. Il contenuto del gruppo è rivolto soprattutto ai gay e spesso è pesantemente sessualizzato. “Si dedicano per lo più a questa palestra erotica”, dice Meghna Mehra. “Come donna asessuale mi sento esclusa”. Aggiunge che in questi gruppi l’identità sessuale il più delle volte si riduce solo alle esperienze sessuali, sminuendo molte altre preoccupazioni della comunità come la discriminazione nei luoghi di lavoro.

Gli amministratori di Yaariyan e Harm­less social distancing spiegano che sono consapevoli delle critiche alla mancanza d’inclusione nei loro gruppi, ma preferiscono concentrarsi su quelli che considerano i principali problemi della comunità lgbt+. Una delle linee guida di Yaariyan dice chiaramente: “Se non sono attinenti a questioni lgbt+, le discussioni su politica e religione saranno rimosse”. Rishu Kapur, un amministratore di Harmless social distancing, sostiene che quando gli iscritti parlano di casta o religione si ha l’impressione che il gruppo sia uno spazio diviso. Anche se è solidale con i problemi delle categorie marginalizzate, secondo lui se ne dovrebbe parlare in altri forum. Ma i queer di quelle categorie rifiutano di separare così nettamente i problemi. “Voglio discutere i problemi queer su piattaforme dalit e i problemi dalit su piattaforme queer”, dice Nihal Satpute, un dalit gay di Goa. “Vogliono dedicarsi solo alla politica queer perché se emergono altre cose si sentono a disagio”, aggiunge. “Non vogliono che i loro privilegi, quelli delle caste superiori, siano messi in discussione”.

Yaariyan ha sei amministratori, di cui tre s’identificano come gay. Harmless social distancing ne ha quattro, di cui due si identificano come uomini queer. I rappresentanti dei due gruppi non hanno voluto fare commenti sulla diversità di casta e religione tra loro, ma hanno detto che vorrebbero più donne queer a gestirli.

Le dinamiche di potere disuguali nella comunità non sono certo un fenomeno nuovo: i primi movimenti queer erano dominati da gay bramini o di altre caste dominanti. È vero che hanno fatto avanzare il movimento per i diritti delle persone queer, ma hanno potuto farlo grazie ai loro privilegi, dice Dasgupta. Allo stesso tempo, però, c’è stata una certa “cecità” per quello che queste dinamiche di potere stavano facendo alla comunità, aggiunge lo studioso. “Andando avanti, spetterà a noi denunciarlo”.

Alcuni appartenenti alle minoranze hanno lasciato i gruppi per crearne di nuovi. All sorts of queer, o Asq, si rivolge a tutti i queer di Bangalore, tranne i gay cisgender. Lanciato da donne queer delle caste dominanti nel 2014, il gruppo deve la sua comparsa alla comune frustrazione per la sovrarappresentazione dei gay negli spazi queer, spiega Rohini Malur, una delle fondatrici. Un altro problema, aggiunge, era che il gruppo queer di donne a cui partecipava non includeva persone emarginate come le trasgender. Con il tempo ha attirato persone non binarie, trans e asessuali, e ora conta quasi settecento iscritti. Per Malur è triste che non si sia riusciti a creare spazi inclusivi più grandi.

Anche il Queer muslim project e il Dalit queer project sono stati lanciati per offrire un posto sicuro a voci altrimenti emarginate. Rafiul Alom Rahman, fondatore del Queer muslim project, dice che sarà dificile creare spazi queer comuni finché la maggior parte delle persone non farà i conti con il fatto che le fratture al suo interno riflettono quelle sociali. “Le linee di faglia esistono già, noi stiamo solo cercando di puntare il riflettore su questo problema”, afferma. “Il fatto che chiudiate gli occhi davanti all’esclusione dentro la comunità non significa che siamo tutti uguali. La parità è un’aspirazione, non ancora una realtà, per essere tutti uguali dobbiamo avere la stessa possibilità di esprimerci”. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati