“Siamo i cadetti del Brasile, dal petto virile!”, urlano centinaia di futuri ufficiali brasiliani nella loro uniforme blu e bianca, con il pennacchio rosso. È il 17 agosto 2019, un giorno di festa all’accademia militare delle Agulhas negras: c’è la tradizionale cerimonia della “consegna della sciabola”, a cui partecipa il presidente Jair Bolsonaro. Nel patio intitolato al maresciallo Mascarenhas de Moraes, sotto le cime della Serra da Mantiqueira, 170 chilometri a nordovest di Rio de Janeiro, ogni cadetto riceve una riproduzione dell’arma portata più di un secolo prima dal duca di Caxias, fondatore e nume tutelare dell’esercito del Brasile.
“Per me, in qualità di capo delle forze armate, non esiste emozione o onore più grande di presiedere a questa cerimonia”, afferma Bolsonaro di fronte ai giovani sull’attenti. “Anch’io nel 1974 ho ricevuto la mia sciabola qui”.
“Alla cerimonia assistono sempre i rappresentanti dello stato, ma con Bolsonaro è diverso”, dice il comandante Dutra, direttore dell’accademia delle Agulhas negras. “Lui si è diplomato qui e ha un rapporto particolare con questa scuola. Lo abbiamo ricevuto come un amico”. Dal 1944 ogni anno nell’accademia si diplomano circa quattrocento ufficiali. Il presidente non è venuto da solo. Sul palco ci sono alcuni ministri, tutti militari, generali e capitani, tutti ex allievi di questa accademia. Davanti ai cadetti, Bolsonaro cita i loro nomi ed elenca le loro qualità, come se presentasse i componenti di una grande famiglia finalmente riunita ai vertici dello stato.
In ritardo
Dalla fine della dittatura, nel 1985, i militari non erano mai stati così presenti in un governo come oggi. I mezzi d’informazione brasiliani parlano di una “spianata verde oliva”, il colore delle forze armate nazionali, quando si riferiscono all’Eixo monumental di Brasília, la strada dove si trovano il palazzo presidenziale del Planalto e i vari ministeri. Oltre a Bolsonaro e al vicepresidente – il generale Hamilton Mourão – i militari sono alla guida di molti ministeri: della difesa, delle miniere e dell’energia, delle infrastrutture, delle scienze e delle comunicazioni, e del controllo generale dei conti pubblici. Inoltre ricoprono gli incarichi di capo gabinetto della sicurezza istituzionale (che si occupa delle questioni di sicurezza e d’informazione) e di capo di gabinetto della Casa civil, alle dipendenze dirette del presidente. L’esercito è più presente a tutti i livelli del potere.
Secondo i mezzi d’informazione brasiliani, almeno 2.500 soldati lavorano nei ministeri come consiglieri o segretari. Il ministero dell’ambiente, che prima dell’arrivo dell’estrema destra al potere aveva alle sue dipendenze un solo militare, oggi ne ha dodici. Altri ufficiali sono stati nominati presidenti di enti pubblici come le poste, i servizi ospedalieri e l’Istituto nazionale di ricerca spaziale (Inpe), che controlla la deforestazione in Amazzonia. “Il punto di riferimento del mio governo sono le forze armate”, ha detto Bolsonaro in occasione di un discorso al Club navale di Brasília nel dicembre del 2019.
In questo periodo di politica di rigore il ministero della difesa gode di un trattamento speciale: nel 2019 le sue spese sono aumentate del 10,9 per cento. D’altra parte l’esercito è sollecitato in ogni circostanza: per spegnere gli incendi in Amazzonia durante l’operazione Verde Brasile; per ristabilire l’ordine nello stato del Ceará, dove a febbraio c’è stato un aumento della criminalità; per sostenere i funzionari della previdenza sociale travolta dalle richieste di sussidi all’inizio dell’anno; e oggi per affrontare l’emergenza sanitaria di covid-19.
“Assistiamo alla militarizzazione dello stato brasiliano”, afferma un ufficiale che faceva parte dello stato maggiore e preferisce rimanere anonimo. “Questa tendenza è cominciata con Bolsonaro”, aggiunge. In realtà il presidente Michel Temer (del Movimento democratico brasiliano, centrodestra) si era già rivolto all’esercito affidando a un generale il ministero della difesa e aumentando del 21 per cento i fondi per il ministero. Alla fine del suo mandato Temer aveva incaricato i militari di gestire la sicurezza a Rio de Janeiro.
Chi sono i militari chiamati in prima linea da Bolsonaro per “creare una barriera contro il socialismo”, come ha detto lui stesso? I ministri vengono dalla fanteria, dall’aeronautica e dalla marina, sono generali, tenenti, capitani e ammiragli, alcuni sono in servizio, altri sono riservisti o pensionati, e provengono da tutte le regioni del paese. Ma la base è formata da alcuni generali di fanteria, diplomati come Bolsonaro all’accademia delle Agulhas negras tra il 1975 e il 1978. Da questa scuola sono usciti il vicepresidente Mourão, il ministro della difesa Fernando Azevedo e Silva, il responsabile della Casa civil (equivalente del primo ministro) Walter Souza Braga Netto e il capo delle forze armate Edson Leal Pujol.
“È una generazione particolare”, spiega Maud Chirio, storica e autrice del libro A política nos quartéis (La politica nelle caserme). “Una generazione addestrata in accademia durante il periodo più duro della dittatura per combattere il comunismo. I suoi istruttori erano ufficiali che avevano partecipato alla repressione negli anni di piombo. Ma quando quei giovani sono usciti dall’accademia, nel paese è tornata la democrazia. Così hanno avuto l’impressione di essere arrivati in ritardo all’appuntamento con la storia. Di aver perso la ‘loro’ guerra”.
Frustrati, hanno cercato la gloria fuori dal Brasile. In particolare ad Haiti, dove dal 2004 al 2017 il Brasile ha guidato la missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del paese (Minustah).
“Gli ufficiali che sono andati all’estero si considerano un’élite, persone capaci di portare la pace, superiori ai politici corrotti e inefficaci”, dice Christoph Harig, ricercatore all’università Helmut Schmidt di Amburgo, in Germania. “Così quando in Brasile è scoppiata la crisi economica e politica, alcuni si sono detti: ‘Se ho aiutato Haiti perché non posso fare lo stesso per il mio paese?’”. Cinque degli undici comandanti del gruppo di Haiti occupano o hanno occupato un posto nell’amministrazione Bolsonaro.
Cattivo esempio
Perché questi orgogliosi generali si sono uniti al “piccolo” capitano Bolsonaro? In realtà per molto tempo l’attuale presidente è stato snobbato dai suoi superiori. Inviato in alcuni reparti di artiglieria, poi presso i paracadutisti di Rio, ha avuto una carriera militare mediocre. Il cadetto 531 diventato capitano e soprannominato dai suoi colleghi Cavalão (cavallone) si faceva notare più per i suoi risultati nel pentathlon e nell’immersione subacquea che per il suo genio militare.
Nel settembre del 1986 diventò addirittura “l’incarnazione del cattivo esempio”, ricorda un ufficiale. Arrabbiato per il ritorno alla democrazia e la perdita dei privilegi militari, il capitano uscì dai ranghi e pubblicò un articolo sulla rivista Veja intitolato “Stipendi da fame”. La protesta di Bolsonaro contro il salario basso scatenò la collera dei generali. Fu punito con una sanzione disciplinare di quindici giorni di prigione. Nell’ottobre del 1987 Veja scrisse che Bolsonaro era tra gli autori di un piano chiamato Beco sem saída (Vicolo cieco) per far esplodere delle bombe in diverse caserme e accademie militari. Bolsonaro fu dichiarato colpevole da un tribunale militare. Assolto l’anno dopo, lasciò definitivamente il servizio attivo per la riserva, evitando il disonore di essere cacciato dall’esercito.
“La tua strada è la politica”, gli consigliò un colonnello. Eletto consigliere municipale nel 1988, poi deputato federale di Rio de Janeiro nel 1990, Bolsonaro s’impose come portavoce del “basso clero” militare: la truppa, i caporali e i sergenti. La sua popolarità aumentava, ma continuava a subire le prepotenze e le umiliazioni degli ufficiali. Per anni è stato allontanato dalle accademie, dalle caserme e dalle spiagge riservate agli ufficiali. “I generali non hanno mai amato mio padre”, dice spesso il figlio Carlos.
La riconciliazione è arrivata nel 2011 durante il governo della presidente Dilma Rousseff del Partito dei lavoratori (Pt, sinistra), quando è stata istituita la Commissione nazionale per la verità incaricata di indagare sui crimini della dittatura. “Per noi è stato un trauma, un colpo grave e simbolico. La commissione significava una caccia alle streghe, una ‘bolivarizzazione’ dell’esercito. Ha distrutto il rapporto con il Pt”, afferma il generale Sérgio Westphalen Etchegoyen, 68 anni, ex capo di stato maggiore della fanteria. “E quando qualcuno tocca la base della nostra professione, reagiamo”, aggiunge. Bolsonaro ha approfittato della rabbia dei generali più in vista e si è imposto come portavoce dello schieramento contrario alla commissione. Moltiplicando gli interventi sull’argomento, ha ricordato i “vent’anni di gloria” della dittatura, quand0 il popolo “godeva della piena libertà e dei diritti umani”. Poi ha reso omaggio all’“eroe nazionale” dell’epoca, il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, condannato per le torture commesse durante il regime militare.
Nella sua ascesa politica il capitano ha avuto l’appoggio discreto delle alte sfere dello stato maggiore e del Club militare di Rio, un’associazione di ufficiali molto conservatrice. Nell’aprile 2018 il generale Eduardo Villas Bôas, che era comandante dell’esercito, si è opposto su Twitter a un’eventuale liberazione dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, arrestato per corruzione e candidato alle elezioni presidenziali. Un’incursione in politica inedita per un ufficiale così importante e noto per la sua moderazione.
“I grandi generali di Haiti hanno visto in Bolsonaro un’opportunità per allontanare il Pt dal potere e tutelare i loro interessi”, spiega un ufficiale che conosce bene il mondo militare. In questa riconciliazione il generale Augusto Heleno ha avuto un ruolo fondamentale. Oggi è il braccio destro di Bolsonaro e responsabile della sicurezza istituzionale. A 72 anni, con i capelli bianchi ben pettinati, Heleno è una leggenda dell’esercito brasiliano. È stato il primo comandante della missione Onu ad Haiti e non ha mai nascosto le sue idee di estrema destra.
Il suo incontro con Bolsonaro risale agli anni settanta, nell’accademia delle Agulhas negras, dove insegnava. Nel 2016 è stato uno dei primi a cui Bolsonaro ha confidato il suo sogno di arrivare al potere. “Crede che io sia un pazzo?”, gli ha chiesto davanti a un piatto di gamberetti. Invece di scoraggiarlo, Heleno è diventato uno dei suoi principali sostenitori e ha creato una squadra speciale di tre generali per aiutarlo nella campagna elettorale. “L’idea era avere gente di fiducia”, racconta il generale Aléssio Ribeiro Souto, 71 anni, militante di una scuola “antisocialista” e tra i componenti della squadra ristretta che dal gennaio 2018 si è riunita in un appartamento a nord di Brasília. “Era tutto molto informale, si parlava fino a mezzogiorno, preparavamo delle relazioni per il candidato su argomenti come le infrastrutture, l’istruzione, lo sviluppo e l’economia”. Così a ottobre del 2018, quando Bolsonaro ha vinto le elezioni, i generali hanno piazzato i loro uomini nei posti chiave. Nazionalisti attenti e preoccupati dell’immagine del paese all’estero, si sono impegnati a far moderare i toni al loro presidente, consigliandogli per esempio di non intervenire militarmente in Venezuela.
◆ “Carlos Bolsonaro, figlio del presidente brasiliano e responsabile della sua strategia di comunicazione digitale, il 3 aprile ha attaccato su Twitter il vicepresidente e generale Hamilton Mourão, insinuando che stava cospirando per destituire suo padre”, scrive la ** Folha de **
S.Paulo. L’accusa è arrivata in un momento in cui la situazione tra Bolsonaro e i suoi ministri è già tesa per la gestione della pandemia di covid-19. Mentre il presidente continua a minimizzare il problema, il ministro della sanità **
****Luiz Henrique Mandetta**, insieme al titolare dell’economia Paulo Guedes e al ministro della giustizia Sérgio Moro, difende le misure di isolamento e di distanziamento sociale per rallentare il contagio. Secondo la Folha de S.Paulo i tre ministri, “con l’appoggio di alcuni militari, hanno formato una specie di gruppo contrapposto al presidente durante la pandemia”. L’11 aprile Human rights watch ha dichiarato che Bolsonaro sta mettendo i brasiliani in grave pericolo perché agisce in modo irresponsabile e diffonde informazioni sbagliate sulla pandemia. Il 14 aprile in Brasile le morti confermate per covid-19 erano 1.328.
◆La **dittatura militare **in Brasile fu instaurata nel 1964 con un colpo di stato che destituì il governo democratico e riformista del presidente João Goulart. Tutti i partiti politici furono messi fuori legge e i movimenti di protesta studenteschi duramente repressi. Durante il regime furono commesse gravi violazioni dei diritti umani, fu soppressa la libertà di stampa e furono perseguitati gli oppositori politici. Molti territori indigeni furono invasi e migliaia di nativi uccisi. Nel 1985 l’elezione a presidente di José Sarney mise fine a vent’anni di dittatura.
Ma sulla loro strada hanno trovato un avversario ingombrante, Olavo de Carvalho. Questo ex astrologo di 72 anni residente negli Stati Uniti, secondo il quale la Terra è piatta e il tabacco fa bene alla salute, è di fatto l’ispiratore dell’ala più ideologica del governo Bolsonaro, rappresentata tra gli altri dai figli del presidente e dal ministro degli esteri Ernesto Araújo. De Carvalho detesta i militari.
Nel 2019, riferendosi al vicepresidente Mourão, ha scritto su Twitter che ha i “capelli tinti e la voce ipocrita”, una “mentalità golpista” e una “vanità mostruosa”. A loro volta gli ufficiali lo hanno definito un “Trockij di destra”.
“Gli olavisti sono un gruppo di fanatici che vuole solo creare disordine, il contrario del pragmatismo militare”, dice il generale Paulo Chagas.
Bolsonaro ha riconosciuto lo sbaglio ma non ha mediato, e ha cominciato a essere insofferente con i militari. Fino alla prova di forza: nel 2019 Olavo de Carvalho ha definito il generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, all’epoca segretario generale del governo, una “merda imbrillantinata”. Dopo un’intensa campagna di diffamazione online lanciata dai figli del presidente e abbandonato dallo stesso Bolsonaro, il generale ha lasciato il governo.
La vicenda non è piaciuta ai militari, perché Santos Cruz non è uno qualunque. Ha comandato la missione ad Haiti e anche quella dell’Onu in Congo, durante la quale ha rischiato la vita. Sulla scia delle sue dimissioni, altri sei militari si sono dimessi o sono stati congedati, come i generali Franklimberg Ribeiro de Freitas, presidente della Fondação nacional do índio (Funai, che si occupa dei popoli indigeni), e Maynard Marques de Santa Rosa, segretario per le questioni strategiche.
La paura ha cambiato schieramento e i rapporti di forza si sono invertiti. Bolsonaro, presidente e capo dell’esercito, “non accetta più di essere un capitano in mezzo ai generali”, spiega la giornalista Thaís Oyama. Contro il loro parere il presidente ha approvato l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte dell’esercito statunitense, ha sostenuto il piano di pace del presidente Donald Trump in Medio Oriente e oggi continua a negare la gravità della pandemia. “Gli ufficiali speravano di controllare Bolsonaro, ma non ci sono riusciti. Gli è sfuggito di mano, gli ha fatto capire che non è un subalterno e che anche il più brillante dei generali brasiliani può essere sostituito”, dice l’esperto di questioni militari João Roberto Martins Filho.
Nel frattempo i militari hanno ottenuto nuovi incarichi di governo e Bolsonaro è ancora popolare tra la base, ma nell’élite qualcosa si è rotto. “Io e molti colleghi pensiamo che dovrebbe controllarsi, pensare due volte prima di parlare”, afferma Paulo Chagas. “Bolsonaro non è più un militare da tempo. Ha trascorso due terzi della sua vita in politica e cerca il potere”, osserva il generale Sérgio Etchegoyen.
L’esercito potrebbe abbandonarlo? C’è una linea rossa che il presidente non deve oltrepassare? “I militari sono tornati al potere prima di Bolsonaro e non vogliono lasciarlo. Se si spingerà troppo oltre, sarà lui ad andare via”, afferma un ufficiale che critica la politicizzazione dell’esercito. “Rischia di danneggiare il nostro rapporto con i cittadini. Andando avanti così perderemo la nostra credibilità e saremo considerati responsabili del disastro di questo governo. La politica non è il nostro lavoro”. ◆adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati