Si chiamano bar italia: senza maiuscole, senza enfasi. L’ultima volta che sono stata in un vero bar Italia ero in un paesino in Abruzzo in mezzo a giocatori di carte, foto degli avventori del bar e immancabili patatine stantie, uno scenario che richiederebbe una colonna sonora di epica a mezze tinte, tra un valzer melodico anni cinquanta o un brano power pop anni ottanta.

Niente di più lontano dai bar italia, band nata a Londra e formata da Nina Cristante (di origini italiane, musicista, personal trainer, ha fatto un po’ di cose con Dean Blunt), Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton. L’opacità con cui si muovono e le poche informazioni sulla band ricordano un po’ quella dei compianti Wu Lyf degli inizi, con meno rituali del mistero.

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Se per i Wu Lyf valeva il concetto di heavy pop, i bar italia sono appena usciti con un disco per la Matador, Tracey Denim, che è puro dream punk. Prodotti da Marta Salogni, con show spesso sold out che fanno già dire “io c’ero” come succedeva all’inizio con le Savages e gli xx, i bar italia si fanno vedere in rete con una foto sola in cui guardano in camera e sono effettivamente seduti al tavolino di un bar.

L’immagine coincide con i suoni: bassa risoluzione, livida sfrontatezza, destinatari confusi, un bisogno quasi fisico di saperne di più e andare a fondo, l’impossibilità di collocare veramente quello che si sente in un segmento preciso di tempo. Ascolti Tracey denim, pensavi fossi post punk, riapri gli occhi e un po’ era il Bar Italia, un po’ era l’America disciolta dei Silver Jews. Un disco in cui si viaggia, in tutti i sensi. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1513 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati