Non basta una rubrica per rendere conto di tutti i rimandi testuali e culturali di La milleundecima notte di Enrico Gabrielli uscito per la 19’40”, e forse neanche per restituire il senso di una costruzione di lunghissimo periodo. Concepita nel 2002, questa opera di un solo atto basata su un libretto di Sergio Giusti prendeva ispirazione da una storia di Michael Ende intitolata La prigione della libertà, in cui il protagonista vive il paradosso di un’eterna scelta tra un numero vastissimo di porte attraverso le quali liberarsi, una condizione che tuttavia lo riporta sempre alla prigionia sotto gli indovinelli logici sottoposti da un famigerato Altro. Se all’inizio i motivi dell’opera dialogavano con una Baghdad invasa e distrutta dall’esercito statunitense, è inevitabile che oggi lo scenario evocato da La milleundecima notte risuoni con i nuovi atti di distruzione nel Medio Oriente, in cui la libertà di agire senza che questo rifletta una presa di coscienza morale o un’indagine sui propri limiti ha creato delle condizioni oscure, rese ulteriormente perverse dall’applicazione delle tecnologie di sorveglianza. Sono queste tecnologie l’Altro di Ende, rigenerato dalle visioni (e allucinazioni allegoriche) di Enrico Gabrielli, il cui proposito è usare forme colte per decostruirle e trasformare la musica da camera in una musica di piazza, in cui la contemplazione e la partecipazione possono risultare vicinissime, ispirate quanto attive, pronte a favorire una riflessione individuale quanto la condivisione di questa esperienza in uno spazio pubblico, senza gerarchie. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati




