Quando sentì la canna del kalashnikov premergli contro la schiena, Eric Eugène Murangwa smise di pensare. Era sdraiato a faccia in giù nella sua casa di Kigali, in Ruanda. Non era la prima volta che un soldato minacciava di ucciderlo e non sarebbe stata l’ultima. Erano i giorni del genocidio dei tutsi in Ruanda, nel 1994.

In quel momento Murangwa, che aveva 19 anni ed era soprannominato “Toto”, “il giovane” in lingua swahili, non pensava alla sua famiglia. Non pensava al suo coinquilino che stava vivendo lo stesso trauma ad appena un metro di distanza. Non pensava all’amato Rayon Sports Foot­ball Club, la squadra di calcio più famosa del Ruanda, in cui giocava come portiere. I suoi pensieri si erano fermati, in attesa di uno sparo.

“Non pensavo a niente”, racconta 26 anni dopo dalla riva sud del Tamigi, a Londra, dove oggi vive. “La mente si blocca completamente. Perdi la tua umanità. Non ero spaventato, anche se sapevo che stavo per morire. Sapevo cosa stava succedendo, ma non la definirei consapevolezza. È un riflesso automatico e vacuo. Non provi niente”. Quando tre combattenti della milizia paramilitare hutu Intera­hamwe fecero irruzione nella sua casa con la scusa di cercare delle armi nascoste da qualche parte, intorno a lui si scatenò il caos. Ma, come guidato da una forza divina, per terra cadde anche un album di fotografie, che si aprì su alcune immagini di Murangwa con la maglia del Rayon Sports.

Il soldato che reggeva l’arma chiese spiegazioni. “Non mi mentire o ti sparo! Sono un grande tifoso del Rayon. Conosco tutti i giocatori della squadra, ti conviene dirmi la verità”. Murangwa intravide una possibilità di salvezza. “Sono io. Se conosci la squadra, sai chi sono”, rispose.

Era come se avesse premuto un interruttore. Tutta la rabbia, l’odio e le minacce che avevano deformato il volto di quell’uomo, trasformandolo in un assassino, scomparvero. Improvvisamente il soldato sorrise e aiutò Murangwa a rialzarsi, sedendosi accanto a lui sul divano. Ordinò ai compagni di uscire dalla stanza. Voleva parlare del suo sport preferito con uno dei suoi idoli. “È stato incredibile”, racconta Murangwa, ancora incredulo dopo tutti questi anni. “Mi ero rassegnato alla morte, e poi quel soldato mi ha detto che era un tifoso. Abbiamo rievocato alcune famose vittorie e alcune parate spettacolari che avevo fatto. Se n’è andato senza farci del male, dandoci dei consigli su come evitare guai in futuro. Non c’è dubbio: il calcio mi ha salvato la vita”.

Una squadra speciale

Nato nell’est del Ruanda, in un paese chiamato Rwamagana, Murangwa è da sempre un tifoso del Rayon Sports. La squadra fu fondata a Nyanza, tradizionale sede della monarchia ruandese nel sud del paese, e aveva radici profonde, con una tifoseria che andava al di là dei confini geografici e sociali.

“Il Rayon univa tutti i ruandesi”, spiega. “Non importava da dove venivi o a quale etnia appartenessi. È sempre stato qualcosa di speciale”.

Dopo l’indipendenza, nel 1962, il centro del potere si trasferì a Kigali. E sia il Rayon Sports sia vari cittadini, tra i quali la famiglia di Murangwa, seguirono lo stesso cammino.

La sua casa si trovava vicino al campo d’allenamento del club e Murangwa passava la maggior parte delle giornate dietro la porta, a sognare. Studiava ogni movimento del portiere. Smetteva di fissarlo solo quando andava a recuperare i palloni che finivano fuori dal campo. Un giorno, nel 1989, un portiere di riserva non si presentò all’allenamento e chiesero a Murangwa, che era un ragazzo alto, di sostituirlo. Aveva solo sedici anni e dimostrò un talento innato. Mesi dopo esordì in prima squadra e cominciò a vivere il suo sogno.

Ma sotto i suoi piedi si avvertivano le prime scosse di terremoto. Fino alla metà del settecento, quando i colonizzatori tedeschi e belgi decisero di confondere le acque, i ruandesi erano genericamente divisi in due classi sociali principali. I tutsi possedevano terreni e bestiame, e formavano l’élite, mentre la maggioranza hutu coltivava la terra.

Questa separazione arbitraria venne istituzionalizzata dai padroni europei, che favorirono il potere dei tutsi. Durante il governo autoritario del presidente Juvénal Habyarimana, questa divisione diventò esplosiva, e fu alimentata anche dalla Radio télévision libre des mille collines, un’emittente sostenuta dal governo che faceva propaganda contro i tutsi. Nell’ottobre del 1990 alcuni esuli ruandesi che vivevano in Uganda si unirono al Fronte patriottico ruandese (Fpr), a guida tutsi, e oltrepassarono in massa il confine. Fu l’inizio del conflitto.

Tutti i tutsi cominciarono a essere discriminati. Perfino quelli che non c’entravano niente con il conflitto furono etichettati come nemici dello stato. Le aggressioni in strada diventarono la norma. Gli omicidi politici non facevano praticamente più notizia. Anche il calcio, inevitabilmente, si ritrovò incastrato negli ingranaggi della storia.

Lo spirito inclusivo del Rayon Sports diventò un pretesto per attaccare la squadra. Alcuni avversari, accecati dalla fedeltà a Habyarimana, lo consideravano un club tutsi, e trattavano i suoi tifosi e i giocatori con disprezzo. I componenti del consiglio d’amministrazione della squadra furono arrestati e interrogati. Alcuni politici senza scrupoli ne approfittarono per accumulare potere. Le trasferte contro le squadre vicine al regime si complicarono. “All’epoca i tifosi stavano proprio accanto al portiere, potevano toccarti. Li guardavo negli occhi quando mi lanciavano insulti e minacce di morte”, spiega Murangwa. “Le partite peggiori erano quelle contro le squadre legate all’esercito, come le Panthères noires di Kigali, o del nord, come l’Etincelles Football club. In quei casi era impossibile vincere. Gli arbitri erano intimiditi e le nostre proteste cadevano nel vuoto”.

Un briciolo di speranza

Murangwa si rifiutò di andare nel nord del paese o di scendere in campo contro queste squadre ostili. C’era ancora la speranza che il massacro potesse essere in qualche modo sventato.

Il 6 marzo 1994, un mese prima dell’inizio del genocidio, il Rayon Sports ospitò la squadra sudanese dell’Al-Hilal per una partita della Coppa delle coppe africana allo stadio nazionale Amahoro. Sugli spalti c’erano trentamila spettatori, neanche un posto vuoto. Grazie a una brillante prestazione di cui si parla ancora oggi, Murangwa e i suoi compagni di squadra vinsero 4 a 1.

Aspettava lo sparo, incapace di pensare, quando l’album di fotografie cadde a terra come guidato da una forza divina

Alla parata che ci fu dopo la partita, soldati, politici e cittadini comuni festeggiarono senza divisioni. Perfino Habyarimana, invidioso di come il Rayon aveva conquistato i tifosi, si unì alle celebrazioni, organizzando un ricevimento in onore della squadra, trasmesso dalla televisione di stato. “Cercò di far passare il nostro trionfo come un suo successo”, dice Murangwa. “La cosa m’infastidì. Calcio e politica sono sempre stati legati in Ruanda, ma era triste vedere il nostro risultato sporcato da quel tiranno. Nonostante tutto, fu una sensazione incredibile vedere il paese unito per quel breve momento”. Un mese dopo, il 6 aprile, alle otto di sera, l’aereo su cui viaggiava Habyarimana fu colpito da un missile terra-aria nei cieli della capitale. Il presidente morì. Murangwa aveva appena concluso il suo secondo allenamento del giorno, in vista di un’importante partita in Kenya, e trascorse la serata al pub del quartiere, dove vide lo Zambia battere il Mali 4-0 nella semifinale della Coppa d’Africa. Del presidente non seppe nulla.

Erano circa le tre del mattino quando fu svegliato dagli spari. All’epoca non era raro sentirli, ma quella volta era diverso. “Sembrava una battaglia, non solo una lite. Il mio primo pensiero fu che c’era stato un colpo di stato”, ricorda Murangwa.

Faccia a terra

La mattina dopo gli arrivò la notizia. “Ero totalmente intontito”, dice. “Ero felice che quel dittatore fosse morto ma sapevo a chi sarebbe stata data la colpa. Sapevo che la catastrofe era imminente”.

Poche ore dopo Murangwa era a terra, con la faccia rivolta verso il tappeto, picchiato da alcuni sconosciuti che avevano fatto irruzione a casa sua. Aspettava lo sparo, incapace di pensare, quando l’album fotografico cadde a terra. “Credo nel destino”, spiega. “L’album avrebbe potuto aprirsi su una pagina diversa. Il soldato avrebbe potuto essere tifoso di un’altra squadra. Ogni cosa succede per un motivo. Quel momento ha sottolineato il potere dello sport e la sua capacità d’influenzare le persone. Quella persona malvagia si è trasformata, grazie al rapporto speciale che aveva con me e al suo amore per il Rayon. Non lo realizzai subito, ma fu allora che nacque il mio desiderio di usare il calcio come strumento di unità e di pace”.

Prima doveva sopravvivere. Murangwa convinse i soldati che anche il suo coinquilino, Atahanase, giocava per il Rayon Sports, tra le riserve. Ma c’erano altre vite da salvare. Implorò i soldati di non uccidere i suoi vicini, una donna e tre bambini. Gli uomini accettarono, ma non era finita.

Murangwa e Atahanase avevano assunto un ragazzo di 16 anni per fare le pulizie. Era un tutsi senza carta d’identità e, agli occhi dei soldati, questo era un motivo sufficiente per ucciderlo. Una volta rientrato a casa, Murangwa sentì uno sparo. Non ricorda il nome del ragazzo, che lavorava in quella casa solo da un mese. Anche raccontandola all’infinito, questa storia “non ti fa meno male”, spiega il portiere. “Trovi un modo di gestire i tuoi ricordi, ma ripensarci resta difficile. A volte una parte della storia mi abbandona, ma poi torna a farmi visita. Quando succede è come se rivivessi quell’esperienza. È come se gettassi luce su qualcosa di sgradevole, che per molto tempo era rimasto nell’ombra”.

L’odissea di Murangwa nei cento giorni successivi sembra un copione di Holly­wood. Dopo aver passato una serata con i suoi familiari, avventisti del settimo giorno, che insistettero per combattere la loro ansia con canti e preghiere, si rifugiò a casa di un compagno di squadra, un hutu: Longin Munyurangabo, come tutti gli hutu, era stato convinto dalla propaganda a diffidare dei tutsi. Quindi Murangwa sapeva che, bussando alla sua porta, rischiava grosso. “In quei giorni ero sempre preoccupato”, racconta Murangwa. “Avere paura dei miei concittadini diventò una cosa normale, ma non era facile da accettare. Era come portare costantemente un peso. Ogni persona che incontravi poteva ucciderti. È stato un trauma collettivo”.

Ragazzi giocano a calcio a Jali, in Ruanda (Jason Florio, Redux/Contrasto)

Mentre i giorni si trasformavano in settimane, Murangwa continuava a stare nascosto. In un’occasione rischiò di perdere la vita, quando alcuni soldati dell’Interahamwe lo sorpresero nel suo nascondiglio e lo portarono via. Solo un riscatto pagato dopo i disperati appelli del cugino di Munyurangabo, un soldato del regime che aveva disertato, gli permise un’altra volta di scamparla.

Quando la situazione diventò insostenibile, Murangwa fu costretto a spostarsi di nuovo, aiutato dal fatto di essere un calciatore del Rayon Sports. Andò a vivere con Jean-Marie Vianney Mudahinyu­ka, noto come Zuzu, un’importante figura del club ma anche un nazionalista hutu molto influente tra le milizie. Il suo compito era trasformare il club in una roccaforte del regime. “Era un personaggio repellente”, ricorda Murangwa. “Faceva battute razziste e aveva legami con brutte persone”. Oggi Zuzu sta scontando un ergastolo in una prigione ruandese per i crimini commessi durante il genocidio, tra cui l’uccisione di 62 tutsi nello stadio Nyamirambo e di altri seicento tutsi in una scuola. Murangwa allora non sapeva niente di tutto questo. Sapeva solo che doveva sopravvivere.

Lo scambio

Intanto gli equilibri militari stavano cambiando. I ribelli tutsi dell’Fpr stavano prevalendo sulle truppe rimaste fedeli al regime. Quando Zuzu tagliò la corda, temendo per la sua stessa incolumità, lasciò Murangwa in un centro di smistamento della Croce rossa internazionale. Murangwa finse di essere un impiegato dell’Unicef e lo lasciarono entrare. Poi lo portarono all’Hôtel des Milles Collines, il luogo reso famoso dal film Hotel Rwanda del 2004. “Quando arrivai, trovai un bel po’ di amici”, ricorda Murangwa. “Era da tanto che non mi sentivo così al sicuro, ma sapevo che la catastrofe poteva colpirmi in qualsiasi momento. C’erano alcuni soldati delle Nazioni Unite e un carro armato all’ingresso dell’albergo, ma era soprattutto per fare scena. Se il regime avesse voluto ucciderci davvero, avrebbe potuto farlo”.

Le 1.200 persone ammassate nell’albergo diventarono un’importante moneta di scambio nei negoziati di pace. Sia il regime sia l’Fpr volevano mettere fine ai combattimenti e, grazie all’intermediazione dell’Onu, fu organizzato uno scambio di prigionieri. Circa un mese dopo essere arrivato all’hotel, Murangwa saliva su un camion, veniva trasportato nel territorio controllato dall’Fpr, percorreva una strada polverosa. I soldati del regime la attraversavano in senso opposto, e fu sopraffatto dall’emozione. “È stata la sensazione più incredibile della mia vita”, racconta. “Il semplice fatto di stare in piedi all’aria aperta fu incredibile. In quel momento ho capito che il regime sarebbe caduto e che i suoi soldati avrebbero perso la guerra”.

Quando tutto finì, un numero incalcolabile di persone aveva perso la vita. Il conteggio iniziale dei morti fu di ottocentomila persone. Ma ogni anno sarebbero stati scoperti nuovi resti umani e nuove fosse comuni. Murangwa pensa che il numero di morti possa arrivare fino a 1,6 milioni. I suoi genitori e i fratelli sono sopravvissuti, ma suo zio no. E neanche Longin Munyurangabo, il compagno che l’aveva ospitato in casa durante il genocidio, che fu ucciso mentre cercava di proteggere la sua fidanzata tutsi a un posto di blocco. Nessun ruandese che si risvegliò in un nuovo paese, con una nuova bandiera e una nuova identità, fu risparmiato da una delle più grandi atrocità commesse nel novecento.

La guerra civile finì ufficialmente nel 1994, quando la capitale Kigali cadde nelle mani dell’Fpr. Ad assumere il potere fu Paul Kagame, che ancora oggi è il presidente. Lentamente i ruandesi tornarono alle loro vite di prima.

“Il giorno in cui indossai di nuovo i miei guanti da portiere del Rayon Sports fu uno dei più belli della mia vita”, racconta Murangwa, che quell’anno debuttò anche nella nazionale maggiore. “Giocare nello stadio nazionale e portare la bandiera del mio paese sul petto, è stata un’emozione indescrivibile. Ho pensato alle persone che non erano più con noi. Sentivo di avere tantissima responsabilità in quel momento. Avvertivo il grande privilegio di essere lì, e mi rendevo conto di poter svolgere un ruolo che andava oltre lo stare tra i pali”.

Fantasmi dal passato

Murangwa smette di parlare. Ha le lacrime agli occhi, ma non piange. Il suo sguardo si fa distante, mentre lotta contro il flusso di ricordi e di dolore. I racconti che ha appena fatto assumono più forza, nel silenzio. I fantasmi del suo passato non smetteranno mai di tormentarlo. Come succede a tutte le persone che hanno attraversato un orrore così sconvolgente. Ma i fantasmi sono anche un dono. Sono il promemoria di una vita vissuta, e dei demoni sconfitti.

Biografia

1975 Nasce a Rwamagana, in Ruanda, in una famiglia di etnia tutsi.

1982 Si trasferisce con la famiglia a Kigali in seguito alle discriminazioni contro i tutsi.

1991 Comincia a giocare nel Rayon Sports.

1994 In seguito allo scoppio della guerra civile si rifugia in casa di un compagno di etnia hutu.

1996 Dopo una trasferta con la nazionale decide di non tornare nel paese e di emigrare in Belgio. Poi si trasferisce a Londra.


Murangwa ritrovò la sua routine, si sentiva coinvolto nel processo di ricostruzione del Ruanda, il peggio sembrava passato. Ma su di lui incombeva un altro pericolo.

Nel 1995 dei miliziani dell’Interahamwe furono arrestati mentre cercavano d’introdursi illegalmente in Ruanda attraverso un campo profughi nella confinante Repubblica Democratica del Congo. Uno di loro era stato coinvolto nel rapimento di Murangwa quando il portiere viveva da Longin. “Il loro compito era uccidere alcune persone che avevano inserito in un elenco”, racconta Murangwa. “Dopo un interrogatorio si scoprì che facevo parte di quella lista. I soldati che avevano catturato quell’uomo mi chiesero d’incontrarlo”.

Murangwa si sentì umiliato. Non aveva idea di chi fosse quella persona. All’improvviso si rese conto che la fama e l’apprezzamento che si era guadagnato grazie al calcio, che gli avevano permesso di sopravvivere al genocidio, ora facevano di lui un obiettivo della rappresaglia. Come avrebbe potuto condurre una vita normale? “Ho avuto più paura, dopo quell’episodio, di quanta ne abbia mai avuto durante il genocidio. Mi sentivo insicuro e mi guardavo sempre le spalle”, spiega.

Nel giugno del 1996, dopo una partita di qualificazione per i Mondiali giocata in Tunisia, la nazionale ruandese passò una notte a Parigi. Qui Murangwa incontrò un’ex fidanzata che aveva ottenuto l’asilo politico dopo essere sfuggita a un matrimonio combinato. La ragazza lo convinse a cominciare una nuova vita. In poche ore misero a punto un piano: Murangwa fece le valigie e partì per Anversa, in Belgio. “È stata la decisione più dura della mia vita. All’epoca non c’era una scelta giusta”, dice.

La sua fuga fece scandalo in Ruanda. Oltre a Murangwa, quattro altri compagni di squadra sparirono quella notte. Furono chiamati venduti e traditori. Cominciarono a uscire articoli che accusavano quei dissidenti di screditare il nuovo governo sulle radio straniere.

Dopo nove mesi lontano dal suo paese, Murangwa era deciso a riabilitare il suo nome. Tornò in Ruanda per un evento di beneficenza con un gruppo di calciatori e rifugiati che vivevano all’estero. Furono organizzate alcune partite amichevoli.

In seguito si trasferì a Londra e, anche se i suoi giorni da calciatore erano finiti, il suo impatto sul mondo del calcio si fece sempre più forte. Nel 2009 creò Football for Hope, unity and peace, un’organizzazione che usa lo sport per promuovere la riconciliazione e la pace in Ruanda e nel resto del mondo.

Altre fondazioni, come Survivors tribune e Ishami, hanno diffuso il suo messaggio oltre i confini del calcio e hanno usato i suoi racconti come un faro da cui farsi guidare. Nel 2018 è stato nominato membro dell’Eccellentissimo ordine dell’impero britannico (Mbe) dal principe Carlo, a Buckingham palace.

Il peggio e il meglio

Il suo lavoro però non è finito. Negli stadi europei, almeno finché i tifosi potevano ancora andare a vedere le partite, si sentivano spesso cori razzisti.

Alcuni dittatori continuano a usare il calcio come strumento di propaganda. Inoltre nel calcio domina ancora una mascolinità tossica, mentre gli organismi che lo governano continuano a fare resistenza all’uguaglianza salariale tra uomini e donne.

“Devo tutto al calcio. Tutto quello che sono. Non mi ha solo salvato, mi ha dato anche uno strumento per educare le persone ai pericoli delle discriminazioni”, dice Murangwa. “Ho visto il peggio dell’umanità durante il genocidio, ma anche momenti di grande eroismo e amore. È questo che il calcio fa alle persone. È una luce nell’oscurità”. ◆ ff

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati