È facile capire perché Emmanuel Macron si definisca l’antiSalvini. Il presidente francese si presenta come il principale argine contro il “populismo”, dai gilet gialli agli euroscettici. Con i partiti socialdemocratici in affanno, la sua strategia di sostituire la contrapposizione tra sinistra e destra con un centro europeista ha ispirato imitatori in altri paesi. Negli anni novanta e duemila la terza via della socialdemocrazia aveva spinto verso il centro neoliberista i laburisti britannici e l’Spd tedesca, che avevano mantenuto la fedeltà di parte della propria base grazie alla spesa pubblica. Ma la strategia è entrata in crisi nell’era dell’austerità. Gli imitatori di Macron danno per scontata questa situazione, e si uniscono al centro antipopulista con nuovi partiti.

Uno dei primi è stato il Partito democratico italiano (Pd), fondato nel 2007. Il Pd rappresenta un avvertimento sui rischi di questa scelta. La sua idea di unire progressisti e democristiani lo ha spinto alla difficile ricerca di una nuova identità e di una nuova base sociale. Con l’ascesa della Lega di Matteo Salvini, oggi solo un quarto dell’elettorato italiano si riconosce nello spazio politico che va dai liberali ai comunisti.

Il Partito democratico ha spazio per costruire un’alternativa alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma la sua base (la più anziana e la più benestante di tutti i partiti) non cresce

Le primarie per la segreteria del Pd del 3 marzo erano un’occasione per ricompattarsi. Ha vinto Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, considerato una figura di sinistra moderata. Con un cambio di tono rispetto all’ex leader Matteo Renzi, Zingaretti ha sottolineato la necessità di rivolgersi agli italiani più poveri. Ma la sua politica di bilancio a livello regionale, il suo tentativo di mediare con altre correnti del Pd e il fatto che non sembra voler fare marcia indietro rispetto agli attacchi di Renzi ai diritti dei lavoratori fanno pensare a una svolta politica limitata.

Per i giornalisti vicini al Pd sia la netta vittoria di Zingaretti sia l’affluenza sono state un segno di resistenza al governo della Lega e del Movimento 5 stelle. Sono andate a votare quasi 1,6 milioni di persone, un numero superiore alle previsioni. Il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha parlato di “numeri che Salvini si sogna”. Altri hanno associato le primarie alla grande manifestazione antirazzista del 2 marzo a Milano, a cui il Pd ha partecipato.

L’elezione di un leader non coinvolto nei recenti governi e la mancanza di concorrenza a sinistra dovrebbero dare al Partito democratico un po’ di spazio per costruire un’alternativa alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma la sua base (la più anziana e la più benestante di tutti i partiti) non cresce: il numero degli elettori del 3 marzo è stato più basso rispetto alle primarie del 2017, quando votarono 1,8 milioni di persone. Dai tempi delle primarie del centrosinistra del 2005 (4,3 milioni) e a quelle del Pd nel 2007 (3,6 milioni) l’affluenza è calata. L’ex ministro dell’interno, Marco Minniti, fautore della linea dura sull’immigrazione, ha sostenuto Zingaretti, mentre Renzi non ha appoggiato nessun candidato. Renzi e l’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda potrebbero uscire dal partito e formare un fronte centrista come quello di Macron. Probabilmente gli ex comunisti come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani rientreranno nel Pd, ma dovranno fare i conti con i renziani.

Dopo il voto Zingaretti ha mostrato il suo antipopulismo, riservando la sua prima visita ai cantieri del Tav, la linea ferroviaria Torino-Lione, contestata dai movimenti sociali e dal Movimento 5 stelle. Chi descrive Zingaretti come un “Corbyn italiano” lo fa per ignoranza o in malafede: il nuovo segretario è un freno alla dissoluzione del Pd, ma non c’entra niente con il socialismo democratico.

Il Partito democratico è stabile nei sondaggi dal disastro delle amministrative del 2018. Potrebbe superare il Movimento 5 stelle, che secondo i sondaggi ha perso il 10 per cento dei consensi rispetto alle ultime elezioni. Ma non siamo di fronte a una polarizzazione tra sinistra e destra o tra liberali e populisti, bensì a una radicalizzazione della destra. Alle elezioni in Abruzzo e in Sardegna la Lega ha inghiottito la base degli altri partiti di centrodestra, in particolare di Forza Italia. In Europa Salvini mette in ombra anche Marine Le Pen. Le recenti tensioni diplomatiche tra Parigi e Roma permettono sia a Macron sia a Salvini di rafforzare le loro basi, in uno schema d’opposizione tra liberali e destra populista. Ma sull’immigrazione anche i partiti di centro hanno avuto una svolta securitaria.

Oggi è Salvini, e non la sinistra, a offrire un modello a chi la pensa come lui all’estero. Decenni di stagnazione economica e toni elitisti dell’antipopulismo hanno allontanato il Partito democratico dalla società italiana. Alle elezioni europee di maggio l’antipopulismo potrebbe mobilitare un voto antifascista contro Salvini ed evitare il crollo dei consensi. Tuttavia, anche se il fronte centrista è sempre più ampio, la sua base sociale continua a restringersi. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati