Da giovane sono stata una figlia scontrosa e ribelle. Non mi piaceva imparare dai miei genitori, volevo essere diversa. Quello che ho appreso, è stato per forza. In una famiglia contadina tutti dovevamo collaborare, non era ammessa la diserzione. Ci pensava mio padre a pianificare semine, cura delle piante, raccolti, non ho preso nota nella memoria di come si coltivava quello che poi mangiavo. Prestavo la mia opera senza interesse. E ora, che sono sola, l’orto mi è diventato così necessario. Guardo il pezzo di terra che ho ereditato e non so cosa fargli. Domando ai vicini, mi aiutano pietosi. Quest’estate Marisa è venuta più volte a legare le piante di pomodori alle canne, man mano che crescevano. Ogni pomodoro è stato prezioso per me. Ogni vasetto di pelati esposto sulla mensola, una promessa di bontà per l’inverno. È ora di predisporre l’orto autunnale, vado al vivaio con il mio elenco: 4 di rucola, 9 di lattuga, 20 di finocchi, eccetera. Non si compra così, mi dice il titolare sorridente, devono essere 6 o multipli di 6. Seguo il meteo con uno scopo reale, adesso. Arriva finalmente la pioggia, ma poi dovrò aspettare che la terra asciughi, prima di piantare. Mi ricongiungo faticosamente con quello che ho rifiutato. Per chiudere il cerchio bisogna percorrerlo tutto, vivendo. Tocco il punto di origine carica di tutte le altre esperienze. L’orto non è solo un passatempo, ma un vero privilegio.

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati