Uno degli inni nazionali del Sudafrica è Stimela, il tributo del jazzista Hugh Masekela ai lavoratori che arrivarono da tutta l’Africa australe per estrarre l’oro e il carbone su cui fu costruito il paese. La canzone ci parla ancora oggi. Il governo è impegnato ad affrontare le reti criminali attive nel settore minerario, che secondo alcune stime costano al Sudafrica 3,6 miliardi di euro all’anno in furti e investimenti perduti. Ma lo fa dimenticando il suo passato.
Il 15 gennaio da un pozzo a Stilfontein, nell’ultimo giorno di un’operazione di soccorso condotta da privati, sono stati portati in salvo i minatori non autorizzati che da mesi rimanevano nascosti sottoterra per paura di essere arrestati. Tra loro, 246 erano ancora vivi e 87 morti. Molti non erano sudafricani, ma venivano da Mozambico, Lesotho e Zimbabwe. La polizia, però, non li ha mai identificati per nome. Quali erano i loro nomi, le loro storie? Perché i minatori ancora in vita non sono stati nutriti ed esaminati da medici ma sono stati immediatamente interrogati e sbattuti in prigione, nonostante molti di loro fossero ridotti pelle e ossa?
Dov’è finito l’ubuntu, la filosofia secondo la quale siamo tutti umani? L’ubuntu è svanito in un vortice di spersonalizzazione, in un atto di rimozione storica. “Non bisogna avere pietà di loro”, ha dichiarato di recente un ministro. A novembre un’altra rappresentante del governo aveva promesso: “Li staneremo”.
Nei comunicati ufficiali i morti e quelle persone sfinite sono trattati come figli di un dio minore. I rappresentanti dello stato trascurano il fatto che la miniera in disuso al centro dell’operazione di polizia Vala umgodi (tappare il buco) fu costruita con il sudore di lavoratori mozambicani, basotho, zimbabweani e sudafricani, all’interno di un sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori migranti, uno dei pilastri del regime coloniale dell’apartheid.
Un governo che pretende di rappresentare il suo popolo non può dimenticare la storia, anche se deve affrontare il problema delle attività minerarie illegali e l’ondata xenofoba che travolge il paese. Un’ondata così potente che la reazione più diffusa alla vista dei minatori è stata pensare che si meritavano quello che avevano vissuto perché erano stranieri.
Nell’ultima settimana in Sudafrica si è parlato di una sola cosa, e non erano i buoni risultati agli esami di maturità né le ottimistiche prospettive economiche. La storia dei minatori morti o affamati, che il governo ha deciso di salvare solo dopo l’intervento della società civile e dei tribunali, ha fatto il giro del mondo. Le immagini video hanno mostrato l’incubo nel sottosuolo di Stilfontein, nella miniera chiusa da anni, dove l’unica vena aurifera rimasta è a due chilometri di profondità.
Una nuova Marikana
Il presidente Cyril Ramaphosa deve fare in modo che questa terribile storia non diventi un’altra Marikana, il luogo dove nel 2012 la polizia sudafricana uccise 34 minatori che scioperavano. Ramaphosa porta il peso di quella tragedia perché all’epoca faceva parte del consiglio di amministrazione della miniera e come azionista aveva consigliato ai manager di richiedere un intervento più energico della polizia.
Stavolta Ramaphosa deve farsi guidare dal cuore. Il linguaggio e la pratica dell’ubuntu, i valori costituzionali della solidarietà e del panafricanismo devono sostituire il freddo linguaggio xenofobo e la comunicazione securitaria che stanno trasformando Stilfontein in una nuova Marikana. Il Sudafrica è un’importante economia mineraria e dev’esserci un modo migliore per garantire che siano messe in sicurezza le più di seimila miniere abbandonate in tutto il paese. Poche sono state chiuse seguendo le rigide regole stabilite dal dipartimento per le miniere. È un lavoro duro e non c’è dubbio che l’estrazione illegale sia un problema prioritario, ma lasciando la sua gestione alla polizia si è creato questo incubo, in cui il Sudafrica ha mostrato di non agire nel rispetto della costituzione o in accordo con la sua storia.
Devono prevalere pratiche migliori per i figli e i nipoti degli uomini venuti a estrarre l’oro a bordo di treni a vapore che li hanno portati qui dalle aree rurali di Mozambico, Lesotho e Zimbabwe. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati