C’è una poltrona un po’ malandata, dietro una finestra, una parete intonacata, dei cesti di vimini, accanto alla stufa a legna. Dentro, nell’umile fattoria della sua vita gigantesca, l’uomo e il fuoco: “Il potere non cambia le persone, rivela solo chi sei davvero”. Di fronte e in vista, la sua bicicletta, la stessa che comprò vendendo fiori quando aveva tredici anni.

In sella a quella bici José “Pepe” Mujica (morto il 13 maggio 2025) scoprì che bisogna lottare per i propri sogni affinché si avvicinino alla realtà. Qualcosa del mondo che sarebbe venuto dopo già si annidava nei primi sentieri polverosi che solcò all’epoca. Quelle pedalate forgiarono a poco a poco il suo carattere, le sue utopie, l’inizio della sua avventura, erano il suo rifugio e perché no, anche il suo spazio di libertà, l’abitudine alla resistenza che l’avrebbe tenuto in piedi fino all’ultimo momento.

Il telaio con la scritta Peugeot è blu con dettagli gialli. Davanti, sotto al manubrio, la targhetta della marca è quasi un emblema di altri tempi, come anche la leva del cambio sul telaio, in basso, vicino a dove si impugna il destino quando si corre, e i cavi dei freni come gobbe. La struttura è quella originale; i nastri del manubrio, il sellino e i copertoni invece sono nuovi.

Mujica ha sempre dichiarato il suo amore incondizionato per il ciclismo. Non perché sia elegante, ma perché è piacevole: “Te lo gusti intensamente, come un piatto di tagliolini”.

José Mujica era nato a Paso de la Arena, nella periferia di Montevideo. Il suo documento di identità dice che era il 1935, anche se più di una volta lui ha raccontato che al momento dell’iscrizione all’anagrafe aveva già un anno: l’avevano registrato tardi perché viveva in una zona suburbana. Il padre morì quando lui aveva otto anni e poco tempo dopo sua madre, Lucy, gli diede il ruolo dell’ometto di casa, perché potesse aiutarla.

Fiorista per caso

Tra l’obbligo di muoversi e la praticità, la bicicletta fu da subito la sua alleata: cercare fuori quello che in casa non c’era, spezzare le barriere, ampliare le opportunità. Finì per dare una mano al panettiere, Emilio Murdoch, e si trovò il primo lavoro senza lasciare la scuola, come gli aveva chiesto la madre. Quella prima bici diventò anche il mezzo di trasporto grazie al quale il piccolo Pepe imparò il mestiere di fiorista. L’inizio della storia si deve a una famiglia giapponese, i Tanaka, che erano arrivati in Uruguay scappando dalla guerra. Non erano gli unici: tra il 1930 e il 1940 a Paso de la Arena e dintorni si formò una colonia nipponica. I Tanaka, in particolare, erano floricoltori. Pepe cominciò a collaborare con loro occupandosi delle potature e a poco a poco capì come far nascere fiori colorati grazie ai quali sostenere la trincea che aveva formato con sua madre e la sua sorella minore, di due anni più piccola.

Mujica in bicicletta. (Archivio personale di Lucía Topolansky (El Malpensante), 3)

Dilermondo Do Reis detto Nene, amico di Mujica praticamente da sempre, fu un gregario d’eccezione in questa storia. I due pedalavano insieme e la bicicletta fu il loro metodo per espandere i confini e diventare grandi: uscire dal quartiere per conoscere una Montevideo eterogenea; raggiungere città vicine, vedere altre realtà con i propri occhi; superare i limiti.

In quei pomeriggi passati a pedalare spesso chiacchieravano e fantasticavano di diventare ciclisti professionisti, come il loro idolo Atilio François, uno dei più grandi atleti della storia dell’Uruguay. Lo chiamavano El león de Carmelo, il leone di Carmelo. La città di Carmelo è un luogo fondamentale nella storia di Mujica. Lì, e più precisamente a Colonia Estrella, a pochi chilometri da Carmelo, vivevano i nonni materni, piemontesi che lavoravano la terra. E lì Mujica trascorse moltissime estati, con la bicicletta come suo unico divertimento.

Digressione: se è vero che la genetica dei nostri antenati può in qualche modo predeterminare il futuro, Mujica aveva sangue basco da parte di padre, italiano da parte di madre, oltre ovviamente a quello uruguaiano. Il Paese Basco è il ciclismo – e molte altre cose –, l’Italia trasuda ciclismo e l’Uruguay vibra di ciclismo. Erede di un lignaggio che non sapeva dove l’avrebbe portato, Pepe inforcò la bicicletta. Ne sognava una sua. E visto che non aveva un soldo, a tredici anni comprò una bicicletta da corsa in dodici rate che pagò vendendo fiori. Era la Peugeot che l’avrebbe accompagnato fino al giorno della sua partenza: fu una delle ultime cose che vide dal suo letto di morte.

Pepe prese la bicicletta e pedalò senza meta, ma in tutte le direzioni: 40 chilometri fino a Canelones, 80 per raggiungere il capoluogo del dipartimento di San José, 100 per arrivare a Florida. Pedalò al punto che finì per diventare un atleta tesserato prima di tutti gli altri Mujica che oggi ricordiamo. Si divideva tra il lavoro nei campi e gli allenamenti e, quando ebbe finalmente la bicicletta dei suoi sogni, cominciò a gareggiare nella categoria novicios, giovanili. Fu poi promosso in terza, seconda, fino a debuttare al fianco dei fuoriclasse del momento.

Nel settembre 1952, a 17 anni, fu immortalato sulle pagine ormai ingiallite del quotidiano El Diario per una gara in cui arrivò quarto nella volata finale. Terrà per sempre quel ritaglio appeso in casa, forse la sua prima pagina di gloria. Quel quarto posto arrivò in un campionato universitario che Mujica avrebbe tranquillamente potuto vincere: erano due tappe e Pepe vinse la prima, un tratto di 13 chilometri a cronometro, corsi in 20 minuti e 38 secondi.

La seconda tappa la vinse un certo César Piccorelle, che strappò a Mujica il primo premio della classifica generale. Pepe corse a raccontarlo alla madre, forse perché, come avrebbe detto molto tempo dopo: “Trionfare nella vita non è vincere, trionfare nella vita è alzarsi e ricominciare ogni volta che si cade”.

Mujica, però, non intendeva riposare fino a quando non avesse ottenuto il primo posto. Con la caparbietà che lo caratterizzava, da allora portò avanti una doppia vita. Si allenava la mattina presto e poi divideva il tempo tra la floricoltura e lo studio. E, dettaglio importante, proprio in quel periodo cominciò a partecipare alle riunioni dell’Agrupación reforma universitaria, un movimento creato dagli studenti con l’obiettivo di mettere in discussione il sistema politico e sociale. Allenarsi, lavorare, studiare, impegnarsi.

Ma torniamo a noi. Testa bassa, spalle strette, culo attaccato al sellino, concentrazione e ritmo, il sussurro della pedalata e la speranza nelle vene. Lui e i suoi amici corsero prima senza una squadra, poi si unirono al club Tomkinson e, poco più tardi, Pepe passò al club Universal di Canelones, con una maglia blu dai bordi bianchi che non ha mai dimenticato.

L’inizio della storia si deve a una famiglia giapponese, i Tanaka, che erano arrivati in Uruguay scappando dalla guerra

Un miracolo

In quel periodo il ciclismo in Uruguay era un fenomeno di massa. C’erano sempre tante gare e con grandi gruppi fin dalle categorie giovanili, cosa che suscitava l’effervescenza del pubblico che accompagnava i ciclisti per la strada, lungo i circuiti e, soprattutto, agli arrivi: gli appassionati parcheggiavano le biciclette sul bordo del marciapiede. Erano così tanti che al momento della volata finale avevano formato una sorta di steccato.

Nel maggio del 1953 si presentò una nuova sfida, il campionato nazionale di resistenza di terza categoria: 116 chilometri corsi mezz’ora dopo la partenza della doppia San José nella quale competevano nomi importanti del ciclismo uruguaiano come Dante Sudatti, Luis Pedro Serra e Sixto García e, tra gli altri, l’italiano Mario De Benedetti che partecipò al giro d’Italia del 1940 in cui Gino Bartali fu il miglior scalatore e il cui vincitore, il 9 giugno, fu un giovane chiamato Fausto Coppi.

Fermo sulla linea di partenza di quel giorno per il campionato di resistenza, Pepe faceva una figura impeccabile nella sua maglia dell’Universal. Manuel Quevedo e Carlos Lefevre furono i suoi compagni. I giornali del lunedì non prestarono attenzione ai risultati delle categorie giovanili, ma riportarono diversi tentativi di fuga nei quali Pepe potrebbe essere stato coinvolto. Sapremo molto tempo dopo che le fughe gli riuscivano benissimo. Tuttavia non riuscì a imporsi e quella gara fu vinta da Walter Gastaldi.

Il gennaio del 1954 vide Pepe Mujica avviare il suo percorso come ciclista di prima categoria, all’età di 18 anni. Non da professionista come nei suoi sogni, ma nella massima categoria del paese. In quei giorni d’estate il ragazzino che ormai era un uomo sognava ancora di gareggiare da professionista e si diede come obiettivo la doppia Nueva Helvecia, che aveva due tappe da 150 chilometri l’una. Il suo compagno dell’Universal era Juan Etcheverry. Questa volta Mujica si unì al gruppo dei grandi nomi.

Si fece male a entrambe le ginocchia e passò parecchio tempo costretto a letto con le gambe sollevate e senza cure mediche

La cronaca dell’epoca segnala che durante la prima tappa ci furono vari tentativi di fuga. Pepe non figurava in nessuno di questi e finì 23° su 26 ciclisti: ne soffrì. Ma arrendersi non era da lui, era ammesso retrocedere solo per prendere lo slancio: nella seconda tappa, vinta in volata da Velázquez, Mujica raggiunse l’ottavo posto insieme a quattro altri corridori. Grazie a quel tempo si piazzò al dodicesimo posto nella classifica generale.

Alla fine di aprile Mujica si presentò sulla linea di partenza di una gara organizzata dal club Atlético Peñarol, pietra miliare del ciclismo dell’epoca. Tre tappe per un totale di 340 chilometri. Le prime due si corsero sabato 1 maggio: 160 chilometri la mattina, 50 a cronometro nel pomeriggio. Domenica 2 maggio i giornali non uscirono, perché il giorno prima era un festivo, ma le pagine del lunedì segnalavano che Etcheverry, il compagno di Pepe, era arrivato undicesimo nella generale e stava emergendo tra le giovani promesse del ciclismo uruguaiano. Mujica, invece, non compare nella lista dei ciclisti che tagliarono il traguardo.

A 19 anni compiuti gareggiava ancora con l’Universal, ma quello che sembrava essere l’inizio di una storia finì per diventare qualcos’altro. Il destino tirò i suoi dadi: un fine settimana Mujica s’infortunò e per la prima volta sentì che “la vita umana è un miracolo. Nulla vale più della vita”.

Si fece male a entrambe le ginocchia e passò parecchio tempo costretto a letto con le gambe sollevate e senza cure mediche perché, lo sapeva, il club non aveva la possibilità di aiutarlo e in casa i soldi servivano per tirare a campare.

Mujica nella sua casa alla periferia di Montevideo, 14 agosto 2024 (Dado Galdieri, The New York Times/Contrasto)

Addio al ciclismo? Mai.

Amici e politica

Cominciò un’altra esistenza, ma sempre con la bicicletta al seguito. In bici Pepe andava a studiare alla biblioteca della facoltà di lettere della Universidad de la república, e in bici raggiungeva le riunioni dei lavoratori del mattatoio, che erano in sciopero. Pedalando andava agli appuntamenti con Enrique Erro, colonna del Partido nacional, con cui si avvicinò alla politica. Fu in quel periodo che cominciò a maturare una convinzione che avrebbe espresso molto tempo dopo: “Il primo requisito della politica è l’onestà intellettuale. Se non c’è onestà intellettuale tutto il resto è inutile. Perché alla lunga non c’è miglior linguaggio della verità”. In bici andava anche agli incontri con gli amici, ai quali dedicò sempre tanto tempo, perché in solitudine nessuna lotta è possibile.

A mano a mano che muoveva i primi passi nella formazione politica, cominciò a comprendere che il mondo che lo circondava poteva funzionare meglio, in modo più equo. Sarebbe arrivato il tempo del disincanto rispetto allo status quo, delle riunioni tra studenti prima, con operai e contadini poi, e sarebbero arrivate anche le lezioni con professori di alto profilo intellettuale, come quelle dello scrittore Francisco “Paco” Espínola o quelle dello scrittore e poeta spagnolo José Bergamín, che l’esilio aveva portato a Montevideo agli albori della dittatura spagnola di Francisco Franco.

Non era ancora nato il Movimiento de liberación nacional–Tupamaros. Era il momento di continuare ad andare in bicicletta: Pepe e il suo amico Nene, che ormai non pedalava più ma aveva una moto Triumph 500, s’imbarcarono nell’impresa di seguire alcune tappe della Vuelta ciclista dell’Uruguay, in cui Mujica aveva a lungo sognato di correre. Si mettevano a disposizione delle squadre senza accompagnatori, che non avevano potere economico e percorrevano ogni tappa come potevano. Era il posto di Mujica: una concezione ideologica è una concezione ideologica, uno sguardo politico è uno sguardo politico.

La cittadina 25 de Agosto, nel dipartimento di Florida, 12 giugno 2017 (Miguel Rojo, Afp/Getty)

Durante quella Vuelta del 1959, oltre a essere al servizio dei più bisognosi del gruppo – fuor di metafora –, Mujica approfittò del viaggio nel nord del paese per vedere come viveva la gente dell’Uruguay più profondo, realtà ben diverse da quelle che si potevano osservare a Montevideo o in città più vicine all’area metropolitana. Conoscere, e conoscersi, fu anche diventare invincibile. Lì ci fu il germe di qualcosa. La sua vita avrebbe avuto alti e bassi, oscillazioni, e ci si può dichiarare vicini o lontani dal percorso di Pepe Mujica, ma è difficile mettere in discussione il punto dal quale, dopo esser sceso dalla bicicletta o prima di salirci, scelse di guardare il mondo.

La bicicletta c’era anche quando cominciò ad andare alle prime riunioni in cui si parlava di lotta armata, delle rivoluzioni latinoamericane come alternativa all’imperialismo e allo sfruttamento. Sarebbe cambiato il decennio e sarebbero nati altri bisogni, i suoi bisogni. Non più gli embrionali anni cinquanta e il sogno di essere ciclista, ma i sessanta e a poco a poco la lotta per le strade, le città assediate, gli assalti armati, la clandestinità nei boschi o nelle fogne, il braccio di ferro con il potere, i risultati e gli errori, i sequestri e gli omicidi, le fughe e le cadute.

Parlare con la gente

Nel 1970 la polizia lo arrestò in un bar chiamato La Vía, mentre brindava con vari compagni. Mujica, che ormai faceva parte del Movimiento de liberación nacional-Tupamaros, viveva in clandestinità, ma dopo una riunione in cui fu pianificato un furto decise di andare a bere qualcosa. Qualcuno li tradì. Ci fu una retata. Partirono dei colpi di pistola e Mujica cadde. Mentre era a terra, un poliziotto lo guardò negli occhi e sparò di nuovo.

Eppure non ebbero la meglio su di lui. Fu ricoverato all’ospedale militare, e poi chiuso nel carcere di Punta Carretas, a Montevideo, dove ritrovò molti compagni dell’organizzazione. Progettarono una fuga e riuscirono a evadere. Una scena da film: con piccoli pezzi di ferro scavarono un tunnel attraverso tre piani dell’edificio e praticamente mezzo isolato per unirlo con un altro tunnel che qualcuno aveva scavato da fuori. Centoundici detenuti, dei quali 106 guerriglieri, evasero la notte del 6 settembre fissando per sempre il record della fuga di prigionieri politici più numerosa mai registrata nella storia del mondo. El abuso, fu chiamata.

Ma la libertà durò poco. Molti guerriglieri andarono in esilio appena poterono, altri non ebbero fortuna e morirono, il resto finì di nuovo in galera: Pepe Mujica fu catturato nel 1972. L’anno dopo la democrazia uruguaiana andò in pezzi e i militari presero il potere. La dittatura durò fino al 1985. Nel corso di quei dodici anni Pepe Mujica fu detenuto nelle peggiori condizioni possibili. Fu umiliato, torturato fino all’esaurimento, nascosto nelle caserme, praticamente sepolto in vecchie cisterne dove entrava appena un filo d’aria e di luce; ascoltò le formiche, diventò amico dei topi per non sentirsi solo, più di una volta sognò – anche delirando – la sua bicicletta. Resistette.

Nel 1985 tornò in libertà e non se ne andò in bicicletta solo perché non gliela lasciarono vicino al carcere. Riprese quasi subito a fare politica. Alcuni anni dopo, nel 1994, fu eletto deputato per il Movimiento de participación popular (Mpp): il primo tupamaro a ottenere un simile risultato. Dopo una notevole crescita del partito e del suo stesso lavoro, nel 1999 fu eletto senatore della repubblica. Non mancava molto perché l’Mpp diventasse uno dei principali soggetti della sinistra riunita nella coalizione del Frente amplio, che nel 2004 vinse le elezioni nazionali per la prima volta nella sua storia. Tabaré Vázquez, il presidente eletto, affidò a Mujica il ministero dell’allevamento, dell’agricoltura e della pesca. Non fu un ministro chiuso tra quattro mura, aggrappato a libri e scartoffie, ma mise le mani nel fango, fedele alla sua storia.

“Sono un pezzo di terra con le gambe”, si definì lui stesso.

Nel 2009 diventò il presidente più votato nella storia dell’Uruguay.

Era sempre in testa al gruppo in quei giri in bicicletta che finivano in chiacchiere, a bere mate, mai senza un’idea o parole che lasciavano un segno

A questo proposito, all’inizio della crociata che l’avrebbe portato alla più alta carica dello stato, Mujica ideò un modo piuttosto particolare di fare campagna elettorale: delle biciclettate.

Più che per farsi pubblicità, voleva parlare con la gente. Così diceva. Percorse i quartieri di Montevideo sulla sua vecchia bici Peugeot, un po’ restaurata ma con la maggior parte della struttura originale, in compagnia dei suoi compagni più stretti del Movimiento de participación popular. Mujica, che di solito portava una camicia con il colletto aperto e i pantaloni arrotolati, era sempre in testa al gruppo in quei giri che finivano in qualche piazza con chiacchiere e discorsi, sempre a bere mate, mai senza un’idea, senza parole che lasciassero un segno e orecchie pronte ad ascoltare. Così, faccia a faccia, Mujica e i suoi discussero le basi programmatiche di quello che sarebbe poi stato il loro governo.

Sotto il suo mandato, contro vento e marea di chi non sa distinguere quali sono i veri settori più ricchi e potenti della società, si promulgarono leggi ad alto impatto sociale: fu depenalizzata e legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza, fu legalizzato il matrimonio omosessuale, fu creata la Universidad tecnológica dell’Uruguay, le cui porte furono aperte a studenti di tutto il paese, e infine fu legalizzata e regolata la produzione, distribuzione e vendita di cannabis, con lo stato come garante. Il mondo intero voleva sapere come fosse stato possibile.

Una notte nel bosco

Nella sua vita, a mano a mano che pedalando giunse nei luoghi più impensati, Pepe ha portato sempre il peso della propria storia. Dotato di un modo di esprimersi unico, era considerato un vecchio saggio da chiunque gli stesse vicino. E così ancora ci ricordiamo di quando si alzò in piedi durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, per dire che “l’avidità, un sentimento così negativo, che tanto a lungo è stata motore della storia, ci scaglia oggi in un abisso nebbioso, in una storia che non conosciamo, in un’epoca priva di storia, tanto da rischiare di ritrovarci senza occhi né intelligenza collettiva”. O di quando al vertice dell’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) di Guayaquil, in Ecuador, disse: “Io non ho la vocazione dell’eroe. Quello che ho è una sorta di fuoco dentro: mi arrabbio di fronte all’ingiustizia sociale, alle differenze di classe”.

Ovunque lo chiamassero a parlare, davanti a un pubblico in giacca e cravatta, di fronte alla gente comune che è sempre stata la sua gente, Mujica non perse mai l’occasione di affermare che rimpiangeva “quella gioventù dal cuore aperto che, a torto o a ragione, dava tutto e non si teneva nulla per sé”, o di sottolineare che “il consumismo non è la scelta della vera aristocrazia dell’umanità: è la scelta degli incostanti e dei frivoli”. Approfittava di tutte le occasioni per dire le sue verità che erano spunti per ragionare o immaginare e perfino desiderare un mondo migliore, o più giusto, almeno. Oltre a tutto questo, molte persone ricordano che ogni volta che poteva parlava della bicicletta.

La lista delle testimonianze sarebbe interminabile, ma ce ne sono alcune leggendarie che vale la pena di menzionare.

Uno dei suoi compagni di militanza, per esempio, Carlos Graña, ha una leggenda sul Mujica ciclista: “El Pepe mi ha raccontato di aver corso una Vuelta ciclista dell’Uruguay e di aver gareggiato con François, quel ciclista pazzesco che aveva battuto tutti i record. Durante le gare pativano una fame tremenda, perché correvano da soli, senza squadra, non come i buoni corridori che avevano una squadra e un’infrastruttura della madonna. Mi ha raccontato che una volta nel bel mezzo di una corsa gli hanno passato una pera o una mela e lui non ci poteva credere. Questo me l’avrà raccontato, non lo so, probabilmente una quarantina di anni fa. Dev’essere stato dopo ch’era uscito di prigione, un giorno in cui parlavamo del fatto che andava un sacco in bicicletta, che era fiorista, e incrociava spesso Luis Battle, il presidente della repubblica, e vendeva fiori alla sua signora. Magari sono tutte sciocchezze, ma è quello che mi è venuto in mente così su due piedi”.

Più che testimonianze orali sembrano racconti, come quello di Marcelo Estefanell, che non dimentica un episodio di quando vivevano in clandestinità nel buio dei boschi ai margini di Montevideo. Una notte Estefanell aveva la febbre alta e pensava che sarebbe morto di freddo. Mujica gli chiese due o tre volte come stava e a un certo punto, vedendolo tremare, lo caricò in bicicletta. Pepe doveva avere 35 anni e Marcelo non più di una ventina. Lo fece sedere sul telaio, gli disse di tenersi al manubrio come poteva e cominciò a pedalare. Un’ora così, per un terreno che non somigliava nemmeno lontanamente a una strada o a una via asfaltata: era erba o terra, al massimo un sentierino pieno di buche. Arrivarono in un paese che Estefanell non ricorda. Lì Pepe depositò l’amico in una casa sicura, un rifugio tupamaro, e lo fece sedere davanti a una stufa a legna. Non si mossero finché Estefanell non stette meglio. Al ritorno il giovane, sorpreso, gli chiese come aveva fatto, da dove aveva tirato fuori le forze per pedalare così. E quel giorno, nel mezzo della lotta armata, Estefanell scoprì che Mujica era stato ciclista.

“Da giovane avevo una passione per la bicicletta”, gli disse Pepe.

Walter Pernas, giornalista autore di una biografia romanzata di Pepe Mujica, Comandante Facundo (Aguilar, 2013), narra inoltre che Mujica “approfittò di certe edizioni della Vuelta ciclista dell’Uruguay per far arrivare i ‘pacchi’ a destinazione senza suscitare sospetti”. Pacchi: armi, dinamite, munizioni, apparecchi di comunicazione e vestiti per mimetizzarsi. Arrivavano dall’Argentina, di contrabbando attraverso il fiume Uruguay. Chilometri percorsi. All’orizzonte il suo destino, quello finale, che sarà anche l’inizio di qualcosa di incancellabile che chiamiamo eredità. In uno dei suoi ultimi discorsi, Pepe Mujica ha ringraziato il popolo. Con la voce affannata ma con la potenza di sempre, è stato di poche parole: “Grazie di esistere. Hasta siempre”.

In molti hanno risposto: “Grazie a te”.

Continuare la lotta

In occasione della sua ultima apparizione in un evento politico, con il cancro in stadio avanzato, ma ancora combattivo e impegnato per il candidato alla presidenza Yamandú Orsi (presidente da marzo 2025), l’ha presentato la sua compagna Lucía Topolansky. Ha raccontato che una volta aveva pensato di formare un grande gruppo di ciclisti per marciare attraverso il paese e non l’aveva fatto perché mancava lui. A quel punto Mujica è apparso sul palco, lento ma sicuro, mentre sul maxischermo scorrevano le immagini delle pedalate degli inizi. Topolansky l’ha presentato così: “L’ultimo ciclista è arrivato ed è qui. Eccolo. Ce l’abbiamo fatta, ci siamo tutti”.

Poi Mujica è intervenuto: “Sono anziano ormai, molto vicino a intraprendere la ritirata finale. Ma sono felice perché ci siete voi. Perché quando le mie braccia se ne andranno ci saranno migliaia di braccia a portare avanti la lotta. Perché la lotta continua per un mondo migliore”.

La vita e il ciclismo si somigliano quando ci sono tappe che non si corrono invano. Dopo Mujica ci resta una maniera di stare al mondo che non possiamo dimenticare. E nella sua fattoria, quell’angolo di mondo così riconoscibile, tra le cose rimaste, poggiata a terra, c’è ancora la bicicletta che aveva comprato vendendo fiori.

E poi, ecco di nuovo il fuoco: “Non c’è una meta, non c’è un arco di trionfo, un paradiso, non ci sono odalische pronte a riceverti perché sei morto in guerra. No, è finita e basta. Quello che c’è è un’altra cosa, la bellezza di vivere al massimo, di amare la vita in ogni circostanza e per questa lottare. E cercare di trasmetterla perché la vita non è solo ricevere: è, prima di tutto, dare qualcosa di quello che abbiamo. Per quanto tu sia malridotto, hai sempre qualcosa da dare agli altri”. ◆ gz

Fermín Méndez è un giornalista e scrittore uruguaiano. Scrive di sport e cultura nel giornale La Diaria. Spesso pubblica con il soprannome Minxto. Il suo ultimo libro, scritto con Andrés Amodio, è La bici (Grijalbo-Prh 2022).

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati