Qualche giorno fa, quando ho sentito la notizia dell’ennesima strage in una scuola degli Stati Uniti, mi è venuto spontaneo chiedermi se anche in questo caso qualcuno avrebbe trovato una “pista russa”. Poi ho pensato che stavo esagerando. Mi sono sintonizzato sulla Cnn e ho ascoltato un giornalista spiegare che la campagna elettorale del presidente Donald Trump era stata finanziata dalla National rifle association (Nra), la lobby delle armi, e che nel 2015 alcuni suoi rappresentanti erano stati a Mosca per incontrare l’ex senatore Aleksandr Toršin, a quanto si dice legato alla mafia spagnola. Tuttavia, aggiungeva il giornalista, non c’erano prove che Mosca avesse finanziato, attraverso l’Nra, l’elezione di Trump.

Con questa insinuazione un’altra tessera si è aggiunta al mosaico delle indagini sulle ingerenze russe nelle presidenziali statunitensi del 2016, ormai uno dei temi principali della politica interna americana, soprattutto dopo l’incriminazione di tredici cittadini russi disposta dal ministero della giustizia di Washington. Non condivido l’opinione, diffusa in Russia, di chi sostiene che queste accuse sarebbero semplicemente frutto di russofobia e che un gruppo mal assortito di tredici persone non sarebbe mai riuscito a organizzare una congiura contro gli Stati Uniti. Innanzitutto perché le persone coinvolte in realtà sono centinaia. Poi perché le attività russe negli Stati Uniti sono documentate, e negare per partito preso i fatti riportati nelle 37 pagine dell’indagine sarebbe stupido. Altra cosa, però, è affermare che esiste un complotto russo contro gli Stati Uniti.

Mosca, luglio 2017 (Alexei Nikolsky, Kremlin/Reuters/Contrasto)

Nel documento del ministero della giustizia statunitense ci sono tracce di un atteggiamento paranoico. Innanzitutto perché le accuse non si pongono la questione del peso effettivo delle ingerenze russe. Come hanno riconosciuto Facebook e Twitter, le risorse finanziarie usate dai russi per influenzare il voto negli stati Uniti equivalgono a una quota infinitesimale di quanto speso dai due candidati in campagna elettorale. Lo stesso vale per la diffusione delle notizie false, che hanno raggiunto un numero di elettori in fin dei conti insignificante. Per quanto riguarda il budget a disposizione dei troll – stimato in un milione di dollari e in parte, ne sono certo, finito nelle tasche dei “soliti amici” – si tratta di briciole, impossibili da paragonare alle enormi risorse necessarie per una campagna elettorale seria, negli Stati Uniti come altrove.

Ma l’aspetto più importante dell’intera faccenda riguarda le motivazioni dei “cospiratori”. Leggendo l’inchiesta, da una parte sembra che siano agenti di una guerra ibrida, dall’altra si capisce che non sono del tutto controllati dai loro capi. Anzi, a volte sembrano totalmente fuori controllo. È un po’ come se gli fosse stato detto: “Voi agite, noi stiamo a guardare”. Molti analisti sembrano non rendersi conto di come siano prese molte decisioni, di come siano messe in atto molte azioni. Pensano che tutto sia deciso dal Grande capo, mentre in realtà ogni azione è il risultato di una complicata lotta tra fazioni diverse, impegnate a interpretare nel migliore dei modi ordini che in realtà nessuno ha mai effettivamente dato. C’è poi un’altra motivazione, molto più venale: dimostrare la propria importanza nella corsa per ottenere risorse. Pur di assicurarsi fondi per fare esperimenti sulla propaganda online (attività che fornisce competenze utili anche in patria) c’è chi arriva a vantarsi di aver hackerato l’intera democrazia americana.

In conclusione, quindi, le cose non stanno come sostengono il ministero della giustizia statunitense e la Cnn. Dire che sono stati i russi a portare Trump alla Casa Bianca equivale ad affermare che durante la rivoluzione bolscevica “lo zar è stato fatto fuori dagli ebrei”, oppure che sono state la Cia e Voice of America a far crollare l’Unione Sovietica. La Cia e Voice America hanno sicuramente fatto la loro parte. E hanno cercato di esagerare l’importanza del loro ruolo. Soprattutto per ottenere maggiori finanziamenti. ◆af

georgij bovt
è un giornalista russo. Columnist di Gazeta e del Moscow Times, è stato direttore del quotidiano Izvestija
e del settimanale Profil. Attualmente dirige il mensile della fondazione Russkij Mir (Mondo russo), finanziata dal governo di Mosca.

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati