Ci scrive Marx: la storia si ripete sempre in forma di prima serata. L’approdo di Alessandro Cattelan a Rai 1 ricorda l’assedio dell’imprenditore milanese al palazzo romano, il rottamatore che sfida il partito e l’elettorato confuso. Il conduttore – quarantenne, agile, ambizioso e preparato – con il suo show (Da grande) avrebbe dovuto dimostrare che il ricambio generazionale è urgente ed è possibile. Che con buona scrittura, citazioni della tv generalista e lessico social si possono aprire le porte ai giovani e bilanciare il dominio dei vecchi. Stando ai numeri non è andata così. Primo, perché “chi tocca i pensionati muore” è lo slogan principe del servizio pubblico, visto che sono il partito di maggioranza. Secondo, perché il tema del nuovo, ampiamente sbandierato dalla comunicazione aziendale, è destinato per statuto a essere pura retorica. Il tormento per l’innovazione è l’eureka di Archimede prima ancora di entrare nella vasca da bagno, è una pericolosa tenaglia che tritura il tempo. Fa sentire i vecchi più vecchi, e comporta un carico emotivo che distrae dal presente e annichilisce l’attesa di futuro. Nessuno può salvarsi da questa televendita esistenziale. Non c’è esercito che evapori più velocemente di quello raccolto intorno agli aggettivi. E il condottiero – Cattelan come Renzi – rimasto solo, affida al referendum “con me o contro di me” la sua sorte. Si gioca il tutto per tutto, che spesso, ahimè, conduce al niente. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1429 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati