C’è sempre un vago odore di sfida, ogni volta che un conduttore dà la parola a un giovane: ti concedo spazio, vediamo come lo usi. Il piccolo schermo è troppo stretto per contenere il disordine. Forzati nel perimetro del galateo televisivo, i ragazzi improvvisano una postura adulta che non funziona. Nel programma belga First choice (Vrt1) un gruppo di neoelettori incontra il politico di turno seduto al centro di una pettinatissima assemblea. Un giornalista politico offre una sorta di corso accelerato e verifica la congruità degli argomenti: sicurezza, educazione sessuale, lavoro, casa, la consapevolezza che l’autonomia non è più una tappa della vita ma una prova economica che molti perderanno prima di cominciare. Come prevedibile, i deputati, dapprima in religioso ascolto, tirano fuori dalla tasca un poker di soluzioni articolate e convincenti, si premurano di ricordare che il mondo è più complesso di quanto s’immagini e, come a certificare l’autenticità della loro dialettica, che “siamo stati giovani anche noi”. First choice non tratta i ragazzi come innocenti decorazioni. Li mostra contraddittori, capaci di domande intelligenti e idee irritanti. Una confusione esuberante che solo il politico al centro può, però, dirimere. Al termine della visione resta il dubbio che il programma non serva tanto a indagare le inquietudini della nuova generazione, quanto a restituire agli adulti l’occasione di tornare credibili. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati