Gli Stati Uniti corrono e sono l’eldorado della crescita, l’Europa è un continente stanco che arranca. È un luogo comune ripetuto dai conservatori di Washington e di Bruxelles per chiedere meno regole e meno tasse, ma che non ha nessun fondamento, spiega su Le Monde l’economista francese Gabriel Zucman. Alla base ci sono tre miti.

Il primo è che la crescita statunitense sia in forte aumento. È vero che il prodotto interno lordo statunitense aumenta più velocemente di quello europeo, ma soprattutto perché cresce più in fretta la popolazione. E comunque questo aumento del pil è annullato dall’esplosione del costo della vita.

Secondo mito: l’Europa è meno produttiva. È vero che il pil pro capite degli Stati Uniti è superiore a quello europeo, ma il divario non è dovuto a una mancanza di produttività in Europa. La produttività per ogni ora lavorata nei principali paesi europei è molto vicina a quella statunitense. La differenza, quindi, non sta nell’efficienza ma nel tempo; gli europei lavorano meno ore e hanno più ferie. Non producono meno perché sono incapaci, ma perché hanno scelto di avere una vita anche al di fuori del lavoro.

Terzo mito: il pil è indice del successo di un modello. Questo indicatore misura la produzione di beni materiali e servizi, ma è troppo restrittivo. Gli europei hanno più tempo libero degli statunitensi, una maggiore aspettativa di vita e livelli di disuguaglianza più bassi, il tutto a parità di produttività. “Da qualsiasi punto di vista la si guardi”, dice Zucman, “è una performance economica nettamente superiore”.

Tutto questo non significa che l’Unione europea non abbia bisogno di riforme. Ma si deve fare attenzione a non sbagliare le battaglie. “L’urgenza non è la deregolamentazione, ma gli investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nelle infrastrutture pubbliche e nella transizione energetica, che saranno in futuro, come in passato, la chiave della nostra prosperità collettiva”. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati