Il documentario Naza racconta molte storie. Prima di tutto ci sono le testimonianze di ventiquattro militari e agenti dell’intelligence israeliana che descrivono la distruzione sistematica di Gaza e il genocidio in corso. Non è una novità: se ne parla da mesi, ma vederlo raccontato sullo schermo è un’altra cosa. Naza mostra anche cosa succede

quando le tecnologie sono messe al servizio di un progetto di sorveglianza di massa e di sterminio di decine di migliaia di persone. I telefoni diventano armi di guerra, che entrano nelle case e aiutano a individuare gli obiettivi.

Le grandi aziende statunitensi hanno fornito all’esercito israeliano data

center, software, algoritmi.

Naza è anche un documentario sulla pressione sociale che spinge le persone a fare cose che sulla carta non vorrebbero fare, in più fornendogli l’alibi deresponsabilizzante degli ordini dall’alto. “Non odiamo gli arabi. Lo abbiamo fatto perché andava fatto”, dice uno degli intervistati. “Facciamo solo quello che la società israeliana ci dice di fare. Se ci dicono che Gaza deve essere rasa al suolo, allora dobbiamo raderla al suolo”, dice un altro. I ventiquattro testimoni, tra l’altro, non sono coloni estremisti o soldati inferociti: “La mia era un’unità composta da giovani di sinistra, provenienti dalle classi sociali più agiate di Tel Aviv”. Sono “proprio quelli che i liberal israeliani vedono quando si guardano allo specchio”, ha scritto Sebastian Ben Daniel su +972 Magazine in un articolo ripreso da Internazionale.

E mentre il ministro della cultura israeliano ha chiesto la revoca della cittadinanza ai due autori di Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor, colpevoli secondo lui di “tradimento”, Ben Daniel segnala un altro paradosso: “Oggi in Israele chi denuncia dei possibili crimini corre più rischi legali di chi è accusato di aver commesso quegli stessi crimini” . ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 3. Compra questo numero | Abbonati