Fino alla metà degli anni ottanta analisi come quelle di Paolo Sylos Labini segnalavano una riduzione delle distanze tra le classi sociali in Italia, lasciando immaginare la formazione di un grande ceto medio sempre più forte e consapevole. Le cose non sono andate così e questa densa analisi, scritta da un sociologo e un urbanista, spiega perché. Finanziarizzazione e crisi globali hanno eroso i privilegi delle classi medie e basse aumentando le distanze al punto che servono nuovi nomi per i gruppi che compongono la società. Da qui la proposta di privilegiare la dimensione professionale, e identificare tre insiemi: un’élite composta da dirigenti, politici ed economisti; una classe creativa, fatta di ricercatori, professionisti, tecnici e insegnanti; e una neoplebe in cui confluiscono tutti gli altri. Questi gruppi sociali sono osservati nelle dinamiche degli ultimi dieci anni (spicca la riduzione relativa dell’élite), nella loro distribuzione spaziale (con la Lombardia territorio dell’élite, il Lazio spazio indiscusso della classe creativa e il meridione occupato dalla neoplebe) e infine comparati ad altri paesi, soprattutto europei. Dal confronto l’élite italiana emerge più maschile, anziana e poco istruita; la classe creativa più precaria, meno dotata di potere e libertà d’azione; la
neoplebe più femminile e meno beneficiaria di politiche ridistributive. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1493 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati