La giornata del 15 marzo è trascorsa come una domenica qualsiasi. Santos Ríos Carranza, 35 anni, si è occupata delle faccende di casa. La sera ha acceso una candela, ha preparato la cena e ha dato da mangiare a suo padre. Stava per mettersi a lavare i piatti quando il suo fidanzato l’ha avvisata che il presidente del Perù, Martín Vizcarra, aveva annunciato le misure per rallentare la diffusione del nuovo coronavirus. Bisognava restare in isolamento e, soprattutto, lavarsi bene le mani. Da più di vent’anni Nueva Esperanza, un quartiere povero nella zona alta di Villa María del Triunfo, alla periferia di Lima, non è collegato alla rete dell’acqua potabile. Rispettare le indicazioni del governo non sarebbe stato facile. Per fortuna qualche giorno prima Ríos Carranza aveva comprato acqua a sufficienza per due settimane da un’autocisterna.

“Ci laviamo le mani. Quando torno a casa dalla spesa mi faccio la doccia e lavo anche i vestiti”, racconta. “Se non ci prendiamo cura di noi stessi da soli, nessun altro lo farà”.

Da tre anni Ríos Carranza tiene la sua acqua sotto chiave. Nel marzo del 2017 degli smottamenti del terreno hanno bloccato la rete di distribuzione della Sedapal, l’azienda pubblica che si occupa delle reti idriche e fognarie di Lima, e a Nueva Esperanza i furti d’acqua sono diventati quotidiani. Molti abitanti sono rimasti senz’acqua e una notte qualcuno ha svuotato la cisterna di Ríos Carranza. Per evitare che succedesse di nuovo, lei ha deciso di chiudere il coperchio della cisterna con un lucchetto.

Poi quest’anno più della metà degli abitanti di Lima è rimasta senz’acqua potabile per quattro giorni. I supermercati hanno stabilito dei limiti alla vendita dell’acqua in bottiglia, alcuni negozi hanno finito tutte le scorte, ci sono state denunce di vendite illegali a prezzi fino a tre volte superiori a quelli di listino. Le zone più ricche della città hanno vissuto per la prima volta l’incertezza di dover aspettare un’autocisterna per avere qualche litro d’acqua al giorno.

Per la maggior parte dei cittadini di Lima la vicenda si è conclusa con pochi giorni di preoccupazione e di razionamento. Ma per molti altri – più di 700mila persone secondo la Sovrintendenza nazionale per gli impianti idrici e fognari (Sunass) – l’acqua potabile è un lusso da tenere sotto chiave. Prima che fosse imposto l’isolamento obbligatori0, gli abitanti di Villa María del Triunfo pagavano un metro cubo d’acqua fino a dieci volte di più rispetto agli abitanti di Lima che hanno accesso alla rete della Sedapal. Un prezzo che equivale al 6 per cento del loro reddito, anche se le Nazioni Unite stabiliscono che una famiglia non dovrebbe spendere per l’acqua potabile più del 3 per cento delle sue entrate. Yenny Medina, che lavora come domestica e vive a Nueva Esperanza da quattro anni, spende 60 sol (circa 16 euro) per avere un po’ d’acqua ogni mese. La cifra cambia quando i venditori aumentano il prezzo dell’acqua o quando Medina non riesce a tenere sotto controllo i consumi della sua famiglia e deve comprarne di più. “Dobbiamo stare attenti a come usiamo l’acqua e ricordarci di coprire bene la cisterna, altrimenti si riempie di polvere o di lumache”, spiega.

Il problema non è solo il prezzo. I controlli sanitari sulle autobotti sono scarsi. Per quest’inchiesta ci siamo rivolti alla Sgs, un laboratorio certificato che ha fatto analisi microbiologiche e fisiochimiche dell’acqua venduta a Santos Ríos Carranza e ai suoi vicini di Nueva Esperanza. I dubbi sulla qualità dell’acqua nei quartieri più poveri di Lima non sono una novità. Affiorano nelle conversazioni delle persone, nei rapporti di molti specialisti in gestione delle risorse naturali e anche tra alcuni dipendenti della Sunass.

Lima, novembre 2019 (Fidel Carrillo)

“Non sappiamo come sia l’acqua che distribuiscono”, ha ammesso Miguel Layseca, un dirigente della Sunass, in un’intervista a novembre del 2019.

Alghe e piombo

Molti abitanti di Lima pensano che il problema non li riguardi. Il medico César Robles non è tra questi. Da cinque anni Robles lavora nel centro sanitario Virgen de Lourdes, che assiste gli abitanti di Nueva Esperanza. Ogni giorno vede con i suoi occhi le conseguenze della scarsa qualità dell’acqua: “Riceviamo pazienti affetti da parassitosi, diarrea e funghi della pelle”. I casi aumentano nei mesi caldi, quando i problemi gastrointestinali riguardano quattro persone su dieci.

“Queste comunità non hanno acqua né fognature. Dipendono completamente dalle autobotti”, spiega Robles. La situazione è la stessa anche in altri quartieri periferici: in quelle zone i controlli del ministero della sanità sui rivenditori d’acqua sono, nel migliore dei casi, sporadici.

Il laboratorio Sgs ha svolto le analisi sulla base di campioni prelevati dalla pompa di distribuzione di due autobotti scelte a caso il 18 gennaio 2020, sotto la supervisione di un tecnico. Il primo prelievo è stato fatto su un’autobotte gestita dalla Pammoeva, che vende regolarmente l’acqua nella zona di Nueva Esperanza. I risultati microbiologici hanno rivelato la presenza di batteri coliformi fecali o termotolleranti, coliformi totali, alghe, protozoi e rotiferi in misura di gran lunga superiore ai limiti massimi stabiliti dalla legge peruviana.

“È un’acqua con molti batteri associati al tratto intestinale degli animali o dell’essere umano”, spiega Raúl Loayza-Muro, biologo e direttore del laboratorio di ecotossicologia dell’Universidad peruana Cayetano Heredia, a Lima. “Berla può provocare diarrea, vomito, dolori di stomaco e altre infezioni”.

L’espansione disordinata della città va avanti da più di trent’anni. Le conseguenze sono evidenti e nessuno le affronta

Trattandosi di una risorsa di uso quotidiano, aggiunge il biologo, questi batteri possono incidere su altre patologie esistenti e peggiorare la qualità della vita delle persone. Le analisi hanno anche identificato una quantità considerevole di alghe e protozoi, organismi potenzialmente pericolosi per la salute. Inoltre, è stata confermata una presenza di piombo superiore al limite stabilito per legge e un livello di cloro molto più basso degli standard previsti per l’acqua potabile. “L’acqua non è stata sottoposta a una clorazione adeguata, il primo trattamento di purificazione necessario”, dice ­Loayza- ­Muro. La Pammoeva, l’azienda che si occupa della rivendita dell’acqua, è attiva da undici anni. Ha il domicilio fiscale a Lima, ma non ha una pagina web ufficiale né un numero di telefono di riferimento, per cui non è stato possibile parlare con i suoi dirigenti. Abbiamo chiesto informazioni alla direzione generale per la salute ambientale, che non ha risposto. La Sedapal si è rifiutata di darci i nomi delle aziende e delle persone autorizzate a svolgere il servizio di distribuzione dell’acqua.

Il secondo prelievo è stato fatto da un’autobotte di proprietà di Leonor Prado Rivera. Le analisi microbiologiche non hanno rilevato coliformi totali, fecali o termotolleranti, ma solo alghe e protozoi.

Pochi controlli

A José Gálvez, un insediamento urbano a venti minuti d’auto dalla casa di Santos Carranza, c’è uno dei pozzi amministrati dalla Sedapal, che rifornisce le autobotti di Nueva Esperanza e dei dintorni. La richiesta d’acqua è così alta che i veicoli per la distribuzione si ammassano sullo spiazzo davanti al pozzo. Oggi in fila ci sono sette autocisterne malmesse. Il caldo è soffocante e la maggior parte dei conducenti sonnecchia nell’attesa. Martín Guillén, l’aiutante di uno dei camionisti, dice: “Siamo gli unici ad arrivare alla zona alta. Le autobotti della Sedapal non vogliono andare fin lassù. Noi sappiamo cosa significa vivere senz’acqua, per questo ci andiamo”.

Non esagera. La Sedapal ha 41 autobotti di proprietà che usa per distribuire l’acqua gratuitamente in casi di emergenza. Ogni giorno gli abitanti di Lima che non hanno accesso alla rete idrica dipendono da 212 autobotti di privati che comprano l’acqua dalla Sedapal e poi la rivendono a chi ne ha bisogno. Fino alla fine del 2019, i proprietari delle autobotti pagavano 0,63 sol (0,18 euro) per metro cubo più le tasse. Alcune settimane prima dell’emergenza sanitaria per il covid-19 la vendevano a 20 sol, un prezzo trenta volte superiore a quello originale.

Per tante famiglie è una spesa insostenibile. Per questo da quando è scoppiata la pandemia la Sedapal e il ministero per la casa hanno messo insieme quattrocento autobotti per distribuire gratuitamente l’acqua potabile in ventiquattro distretti di Lima che non sono collegati alla rete idrica. Da poco il servizio raggiunge anche alcuni abitanti di Nueva Esperanza, ma c’è bisogno che un dirigente vada fino al punto di distribuzione a José Gálvez perché non si dimentichino di chi vive in alto. Nessun camionista sa spiegare con chiarezza come vengono stabiliti i prezzi. Gli abitanti sono certi che esista un accordo informale tra i rivenditori. Inoltre, non nascondono di essere molto preoccupati per quello che potrebbe succedere alla fine del periodo di isolamento. “Non ci danno neanche una ricevuta quando compriamo l’acqua. Ma ne abbiamo bisogno, qualunque sia il suo costo”, dice Rosa Norma Áva­los Campos, una donna che lavora come domestica.

La mancanza di una legislazione sul tema ha reso l’acqua potabile una risorsa che nei quartieri più poveri di Lima si regge sull’offerta e la domanda, anche se l’accesso all’acqua è un diritto umano stabilito dall’Onu e riconosciuto dalla costituzione del Perù. Rodolfo Yáñez Wendorff, il ministro peruviano per la casa, l’edilizia e le reti idriche, ammette: “Non c’è nessun controllo sulle autocisterne, non c’è regolamentazione. È una scelta dell’azienda che fornisce i servizi, la Sedapal. Abbiamo studiato alcune alternative, come l’acquisto di autocisterne da parte dello stato, che poi si dovrebbe occupare di distribuire l’acqua, ma il costo è altissimo”.

Il problema è enorme. “Le tariffe e le condizioni sanitarie non sono soggette a un regolamento. Purtroppo si sfruttano i bisogni della gente”, ammette Julio César Kosaka Harima, viceministro per l’edilizia e le reti idriche e fognarie. Come spiegano gli abitanti di Nueva Esperanza, la cosa peggiore è che a questo sistema privo di controlli si unisce una rete informale di autobotti che si riforniscono presso pozzi clandestini difficili da identificare. La ragione? Neanche le autocisterne autorizzate sono riconoscibili attraverso dei contrassegni, inoltre non hanno una documentazione dell’azienda che eroga il servizio.

“Dicono tutti di essere della Sedapal”, racconta Ríos Carranza. “Non posso permettermi di scegliere da quale autobotte comprare l’acqua, perché altrimenti resterei senza”.

Rosa Norma Ávalos è arrivata a Nueva Esperanza nel 2002, e da allora partecipa alle manifestazioni per il diritto all’acqua ogni volta che si parla di privatizzare il servizio. “Ci hanno venduto il terreno assicurandoci che faceva parte di una comunità agricola. Solo dopo aver pagato ci siamo resi conto che era una truffa”.

La sua storia è comune a quella degli abitanti di altri quartieri alla periferia di Lima. Alcune zone hanno assunto una struttura più definita negli ultimi anni, anche se l’acqua potabile resta un sogno, soprattutto per chi vive sulle montagne. Ampliare il tracciato della rete della Sedapal comporta una serie di difficoltà tecniche e i costi dell’infrastruttura sono alti.

Lima, novembre 2019 (Fidel Carrillo)

“Oggi in Perù manca una cultura della pianificazione urbanistica”, spiega l’architetto Manuel de Rivero. Lima è stata la prima città al mondo ad avere una legge per accompagnare e controllare la crescita delle nuove baraccopoli con l’aiuto di professionisti assunti dallo stato, ma questa politica è stata abbandonata tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. “Da allora abbiamo cominciato a fare una città al contrario. Invece di costruire strade, reti idriche e fognarie, e portare l’elettricità in luoghi difficili da raggiungere, lasciamo che la gente si stabilisca in territori senza servizi. Poi si pensa a come risolvere tutto il resto”, spiega. La capitale peruviana, che un tempo era un esempio internazionale di urbanistica, oggi ha una crescita caotica. E le autorità locali prendono decisioni pensando a breve termine e su piccola scala.

Quest’espansione disordinata va avanti da più di trent’anni. Le conseguenze sono visibili e nessuno le affronta: gli abitanti degli insediamenti più poveri hanno difficoltà ad accedere ai servizi di base. Quasi un milione di persone non ha l’acqua potabile né un gabinetto e vive senza rete fognaria. In inverno alcune comunità passano fino a quindici giorni ­senz’acqua, perché le strade sterrate sono troppo scivolose per permettere il passaggio delle autobotti o talmente strette che i camion più grandi non riescono a raggiungere le case in alto.

“Potendocelo permettere, ci saremmo comprati un terreno da un’altra parte”, dice Norma Ávalos. Trasferirsi in altre zone della città è un desiderio praticamente irrealizzabile per la maggioranza delle persone che abitano in periferia. A Virgen de Lourdes il prezzo al metro quadrato oscilla tra i 15 e i 38 euro, mentre a Comas, a nord di Lima, può raggiungere i 1.830 euro e a San Isidro, il quartiere più caro della capitale, supera i settemila euro al metro quadrato.

Le solite promesse

Lima è la seconda capitale più secca del mondo dopo Il Cairo. Secondo uno studio sui rischi idrici condotto dall’organizzazione Aquafondo, che si occupa di favorire la conservazione delle fonti d’acqua a Lima, la pioggia arriva al massimo a 9 millimetri all’anno, una quantità insufficiente a riempire un bicchiere d’acqua. In questo territorio, tanto arido quanto esteso, vivono quasi dieci milioni di persone, un terzo della popolazione del Perù, e qui si produce circa il 50 per cento del pil nazionale. Oltre a non poter usufruire di acqua di qualità, le famiglie più povere subiscono gli effetti del cambiamento climatico e, oggi, anche della pandemia. “Il problema più grave è che non abbiamo le infrastrutture necessarie per conservare l’acqua. Non siamo preparati per resistere alla mancanza di pioggia per un anno o anche di più nelle zone alte”, spiega Eduardo Zegarra, un economista specializzato nello sviluppo rurale e nella gestione delle risorse idriche.

Le difficoltà sono legate alle caratteristiche geografiche del Perù. Il paese, attraversato dalla cordigliera delle Ande, si divide in tre aree molto diverse: quella a­tlantica, quella del lago Titicaca e quella del Pacifico. Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), la prima dispone del 97 per cento dell’acqua dolce presente nel territorio, la seconda dello 0,06 per cento e la terza, dove si trova Lima e dove vive la maggior parte della popolazione della costa, solo del 2,2 per cento di tutta l’acqua dolce.

Per il suo rifornimento idrico la capitale dipende da tre fiumi – Rímac, Chillón e Lurín – e da un sistema di pozzi sotterranei sfruttati in eccesso. Quest’acqua, insufficiente per la domanda di Lima, è integrata dalle risorse provenienti da diciannove lagune e da tre dighe che si trovano a più di 155 chilometri dalla città e a 4.480 metri sul livello del mare. Queste riserve non basterebbero comunque ad affrontare periodi prolungati di siccità.

Da sapere
Via dalla città

◆ Secondo il censimento del 2017, Lima ha più di 8,5 milioni di abitanti. Se si calcola tutta l’area metropolitana, la popolazione raggiunge gli undici milioni. Il Perù è uno dei paesi dell’America Latina più colpiti dall’epidemia di covid-19, con più di 45mila casi confermati il 4 maggio, soprattutto nella capitale. Da quando è scoppiata la pandemia quasi un terzo dei peruviani ha perso il lavoro e molte persone stanno lasciando la città per tornare nelle zone rurali.


“Non ci sono strategie concrete per fronteggiare scenari estremi. La Sedapal non è preparata per la gestione dei rischi. È il suo tallone di Achille”, ha detto Iván Lucich Larrauri, presidente del consiglio direttivo della Sunass, alcuni mesi prima che fosse confermato il primo caso di covid-19 in Perù. La città ha delle infrastrutture inadeguate. L’impianto di trattamento delle acque di Huachipa, uno dei tre stabilimenti da cui dipende Lima, funziona al 26 per cento della sua capacità per problemi strutturali. La sua costruzione, per inciso, è finita nell’inchiesta anticorruzione lava jato, che dal Brasile ha coinvolto tutta la regione. Quest’opera, realizzata dall’azienda Camargo Correa durante il secondo governo di Alan García, ha causato danni per 91,8 milioni di sol allo stato peruviano ed è stata paralizzata per tre anni, fino all’agosto del 2014.

La malversazione di fondi è stata una pratica comune nei progetti legati all’acqua potabile. L’ex deputato Sergio Tejada è stato a capo della commissione che ha valutato la trasparenza di Agua para todos, un programma in cui sono stati investiti più di cinque miliardi di sol e che è stato lanciato durante il secondo governo di García (2006-2011). Solo in questo caso sono state scoperte centinaia di irregolarità: l’approvazione di un decreto di emergenza per ridurre i controlli nelle opere idriche e fognarie, progetti avviati senza uno studio di fattibilità, assegnazione discrezionale delle risorse alle regioni, costi gonfiati delle opere e processi falsificati.

In parallelo, nella rete di tubature (che raggiunge già i 30mila chilometri) si fa poca manutenzione e la misurazione degli allacci alla rete è così bassa e imprecisa da causare la perdita del 27,8 per cento dell’acqua potabile di Lima. Ecco un grande paradosso: secondo i calcoli della Sunass, nella seconda capitale più secca del mondo si sprecano almeno 69mila litri di acqua potabile al secondo. L’equivalente di una piscina olimpionica e mezzo al minuto. Lima ha sete. Eppure guardando il consumo degli abitanti collegati alla rete idrica sembra che la gente ignori la realtà. “Abbiamo un modello di consumo di circa 175 litri al giorno a persona, come se ci fosse acqua in abbondanza per tutti”, dice Francisco Dumler Cuya, della Sedapal. L’aspetto più preoccupante è che la domanda del servizio aumenta in media dell’8 per cento all’anno.

Secondo i dati del ministero per la casa, l’edilizia e le reti idriche e fognarie, in tutto il Perù 3,3 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e sette milioni al sistema fognario. Questo comporta anche il mancato rispetto del sesto obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, cioè garantire la disponibilità di acqua, la sua gestione sostenibile e l’accesso ai servizi idrici e fognari. La soluzione che propone il governo è guardare al mare. Secondo il ministero per la casa, il primo impianto di desalinizzazione produrrà 400 litri d’acqua al secondo e rifornirà centomila persone che vivono nei distretti Pucusana, Punta Hermosa, San Bartolo e Punta Negra a Lima. L’impianto era pronto a diventare operativo dal novembre del 2019. Ma la Sedapal ne ha bloccato l’avvio a causa di problemi burocratici legati ai contratti.

L’iniziativa è stata criticata da diversi settori per il suo alto consumo energetico, il suo impatto ambientale e il costo elevato. Desalinizzare l’acqua costa fino a sei volte di più che rendere potabile l’acqua dolce superficiale. “È una soluzione che può andare bene per una zona specifica, ma non risolve i problemi di quasi un milione di persone senz’acqua in città”, dice Zegarra. È lo stesso timore di molti abitanti di Nueva Esperanza, che chiedono al ministero per la casa l’avvio del cosiddetto Esquema 300, un progetto del programma Agua segura per Lima e Callao che finalmente, dopo vent’anni, promette di portare l’acqua nelle loro case.

“Stiamo cercando nuove fonti di approvvigionamento e cerchiamo di capire quali tecnologie possiamo usare per desalinizzare l’acqua. Troveremo una soluzione. Vi ho dato la mia parola. Ma il progetto può tardare un anno, due, tre o anche di più”, ha detto all’inizio del 2020 il ministro Rodolfo Yáñez Wendorff.

Le sue promesse non sono nuove per Santos Ríos Carranza, che tiene la sua acqua sotto chiave. Ha ascoltato parole simili durante il governo del presidente Alan García e quello di Ollanta Humala (2011-2016). Francisco Dumler, uno dei dirigenti della Sedapal, dice: “Dal giorno in cui riceviamo una nuova richiesta per l’allaccio alla rete idrica a quando le tubature entrano in funzione passano più di dieci anni. C’è un’intera generazione che non ha accesso all’acqua o passa una parte della sua vita cercando di ottenerlo”. ◆fr

Quest’articolo è stato realizzato con il sostegno del Centro de objetivos de desarrollo sostenibles para América Latina.

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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati