Quei due non li ho mai visti, ma conosco i loro nomi. So che si chiamano Ali e Yasser. E questo aiuta molto. Sì, è vero, Ali è il protagonista, ma se ascolterete questa storia fino in fondo capirete che anche Yasser è pienamente coinvolto. Su questioni del genere è difficile giudicare. Ma certo la presenza di Yasser ha avuto il suo peso, soprattutto se si considera fino a che punto lui ha permesso che la cosa andasse avanti.

Yasser era alto, muscoloso e con le spalle larghe. Forse non tanto grosso da non passare da quella porta, ma da adolescente di tanto in tanto avrà sollevato pesi, o fatto un po’ di flessioni sul suo copriletto di lana grezza. Oppure lui e i suoi amici avranno avuto l’abitudine di andare al lago dietro la diga della città per tuffarsi in acqua da una collinetta alta tre o quattro metri. E poi nuotare una decina di metri sott’acqua, risalire e mettersi un asciugamano sfilacciato intorno alle spalle: quanto bastava perché sentissero di avere i muscoli più torniti del mondo o perché i loro ricci perfetti tormentassero il sonno di centinaia di ragazze belle come la luna.

Si dice che fosse originario di quell’altra grande città, e quando cominciò a venire in questa più modesta città ancora non sapeva cosa fossero sigarette, spipettate d’oppio e cicchetti

Sono quasi sicuro che Yasser andasse in palestra, forse perché quando era in strada e le macchine suonavano il clacson, lui si girava per vedere se erano i suoi amici della palestra o altra gente.

Se non era stata la borsa della palestra che gli pendeva dalle spalle ad attirare l’attenzione, allora di solito era una povera ragazza ferma sul ciglio della strada in attesa di un taxi per andare a casa della nonna, e gli automobilisti, lupi che spogliavano con gli occhi ogni donna, litigavano tra loro per caricarla in macchina a tutti i costi.

Certo, dirà qualcuno, un ragazzo come Yasser sarebbe potuto andare all’università. Sicuro! Come dicevo, la storia risale a vent’anni fa, e all’epoca andare all’università era complicato. L’esplosione demografica cominciata con la rivoluzione del 1979 era andata avanti per diciotto anni, e ora lo stato doveva gestire milioni di ragazzi con i baffi fulvi e i pantaloni cadenti, e di ragazze con la coda di cavallo che spuntava da sotto il velo nero a caschetto come l’eruzione di un vulcano. Alcuni potevano essere piazzati sul mercato del lavoro, altri invece (altre, in realtà) potevano essere destinati al matrimonio. Alcuni li si poteva mandare al fronte, in sartoria o negli stanzini di una moschea. Comunque, c’era qualcuno che voleva andare all’università, e Yasser non faceva eccezione.

Yasser avrà avuto i baffi sottili. Magari, il primo giorno all’università calzava delle scarpe di cuoio che gli aveva passato il papà e lucidate per l’occasione, o forse indossava pantaloni beige a zampa d’elefante arrotolati tre volte alle caviglie. Insomma, sì, Yasser andava all’università e studiava psicologia, un indirizzo che gli piaceva molto.

Si dice che fosse originario di quell’altra grande città, e quando cominciò a venire in questa più modesta città ancora non sapeva cosa fossero sigarette, spipettate d’oppio e cicchetti. Non sapeva neanche a cosa si riferissero espressioni come “cioccolato buono” e “candeggina superiore”. Ma all’epoca in cui sono successi questi fatti era già adulto e vaccinato, e conosceva nome e indirizzo di tutti gli spacciatori di grappa, vino e oppio.

Ma perché parlo di questa o di quella città senza dirne il nome?

Ovviamente so bene come si chiamano, ma perché dovrei rivelarlo? Devo proprio confessare che, anche se voi avete fiducia in me, io non mi fido troppo di voi? Per esempio, se dicessi Ahvaz o Isfahan al posto di questa o quella città cambierebbe qualcosa? Se scrivessi Teheran o Tabriz si risolverebbe tutto? Oppure Mashhad o Shiraz? Hamedan o Zahedan? Non credo proprio. Perché il racconto finisca e possiate conoscere l’intera vicenda, per poi riprendervi dallo shock, sentirete la necessità di rovistare tra le mie pagine virtuali. Non proprio tutti, ma almeno qualcuno. Se non mi incontrerete per strada, andrete a cercarmi tra quelle pagine. Mi manderete a quel paese e mi coprirete d’insulti, di quelle offese a sfondo sessuale o di carattere religioso che puntano dritto al cuore. Io all’inizio non me la prenderò, mi farà piacere sapere che qualcuno ha letto il racconto, e il numero di lettori alla fine s’impennerà. Alle offese poi non do molto credito, perché lasciano il tempo che trovano. Poi ci sarà una seconda ondata.

La seconda ondata sarà fatta di quelli che mi attaccheranno senza aver neanche letto il racconto. Nonostante io dica che questa è solo una storia, e non importa di dove siano Yasser, Ali o Behjet, voi non mi crederete, e alla fine mi rimprovererete: ma non avevi detto che il racconto corrisponde a realtà? Non avevi forse detto che è una storia svergognatamente veritiera? Se poi vi dirò che anche nella vostra città un uomo può andare sia a vela sia a motore, che tutto il mondo è paese e che di donne non tanto sante se ne trovano ovunque, cosa risponderete? Non lo so. Non ho voglia di perdermi in queste discussioni. Scegliete voi il nome delle città.

In questa storia Ali è il personaggio principale: un giovanotto piccolino che sosteneva di venire dal capoluogo di una regione nel sud dell’Iran. Eppure gli amici che l’avevano visto più volte sull’autobus in partenza da quel capoluogo verso un paesino sperduto hanno detto spesso che aveva un accento straniero. “Ali mente”, sostenevano. Ora vai a sapere chi tra tutti noi che siamo finiti ai quattro angoli del pianeta si era ritrovato su quell’autobus che porta in culo al mondo. Ricordatevi che, tra l’altro, tutti questi dettagli non hanno nulla a che fare con la nostra storia. Che Ali fosse di carnagione chiara oppure olivastra non fa alcuna differenza. Non importa che lui studiasse geografia o che Yasser fosse iscritto a psicologia. La muscolatura di Yasser è solo un dettaglio, sapere da dove venissero di preciso quei due non ci è di nessun aiuto, ma è il pretesto per presentarci il signor Jahan e sua moglie Behjet. O forse solo la signora Behjet. Ma sì, parliamo di lei!

Behjet era una donna non particolarmente attraente, con un naso prominente e un neo carnoso proprio accanto all’occhio sinistro. Behjet era una donna cresciuta in periferia, figlia di un muratore, di un fruttivendolo o di un ferroviere. Era una donna relativamente corpulenta, che spesso emanava un odore pungente di sudore, madre di tre bambini di varia statura che aveva portato al mondo per la felicità del signor Jahan. Ma di certo non era entusiasta degli insulti e delle botte del marito. Di quelle parolacce articolate non dirò nulla perché non ho intenzione di scavare nel passato di Behjet. Non mi ricordo che mestiere faceva di preciso suo padre, e se sua madre era una casalinga. Che Behjet fosse o no una donna esemplare (anche se non era di alti natali) e che ogni mattina comprasse latte e verdure fresche non erano dettagli che Ali e Yasser usavano nelle storie raccontate agli amici.

Finora nessuno ha sostenuto di aver sentito questa storia da Ali. Anch’io, se fossi nei suoi panni, me ne starei muto come un pesce. Tutti abbiamo amici del cuore che certe volte non sanno proprio tenere la bocca chiusa. È probabile allora che i fatti siano stati raccontati da Yasser. Avrà accennato un paio di cose agli amici e la storia ha cominciato a circolare. Poi mi è stata riportata da due tipi che andavano all’università con lui.

Tornando alla signora Behjet, dicono che fin dall’inizio lei voleva come inquilino uno studente maschio, possibilmente uno solo. Il motivo per cui Behjet non voleva una ragazza non lo so. Forse perché la gente spettegola troppo quando si tratta di ragazze, oppure perché le studenti tendono a fare le gatte morte e i genitori telefonano molto spesso. O magari dipendeva dal fatto che una ragazza non avrebbe mai messo piede in un quartiere come quello, per non parlare di prenderci una stanza in affitto. I ragazzi poi non creano problemi, vanno e vengono senza casini. Nessuno rompe i vetri della finestra per loro, così come nessuno infila lettere d’amore sotto la loro porta. La loro biancheria intima stesa ad asciugare non attira sguardi lascivi, e nulla di quello che fanno rischia di provocare vergogna o scandalo.

Ho sentito anche dire che, anno dopo anno, a casa della signora Behjet c’era un viavai costante d’inquilini. È da notare che Behjet era sulla quarantina. In tutto quell’andirivieni di ragazzi dinoccolati e smilzi, timidi e riservati, bassi o grassocci, nessuno poteva competere con Yasser. Con molti di loro Behjet non era mai andata oltre il buongiorno e buona­sera, e viene da chiedersi cos’avesse lui di diverso dagli altri. Tanto diverso che Behjet stessa non si rese conto di come un giorno, all’improvviso, si ritrovò sotto le lenzuola e il copriletto di Yasser.

Yasser diceva spesso agli amici di essere la geisha di Behjet, e poi si scompisciava dalle risate. Ma poi che ne sappiamo di come Behjet chiamasse quelli di prima? Forse, con il suo livello d’istruzione non sapeva neanche cos’era una geisha.

Quando una persona cavalca la cresta del desiderio con gli occhi incollati al soffitto tende a dire cose a cui nessuno vuole dare troppo peso.

Già il primo mese in cui i due ragazzi si erano sistemati al secondo piano della casa, la signora Behjet aveva cominciato a salire al piano superiore dopo aver portato i bambini a scuola. Non era il tipo di donna da coprirsi il capo con velo e foulard. Forse pensava di aver raggiunto l’età in cui collo e capelli scoperti e i piedi senza calze non accendono più il desiderio di nessuno. Se poi, al contrario, lasciava scoperta la scollatura del seno o tirava su la gonna di proposito è una cosa su cui non posso pronunciarmi, soprattutto perché non ho intenzione di alimentare dicerie sulle mogli altrui. Provate a immaginare com’è potuta cominciare questa tresca. Agli inizi, forse si trattava solo di controllare il telefono che non funzionava o dare uno sguardo alle macchie di umidità sul soffitto della cucina. In seguito, rendendosi conto che di norma Yasser non andava all’università la mattina, a Behjet capitava di sedersi sui divani di seconda mano mentre sorbiva un tè troppo carico da una tazza rigata dalle gocce di caffè, e forse poi si lamentava di come vanno le cose a scuola con i bambini, i compiti e tutto, e si passava a qualche domanda più personale, proprio come nei racconti pornografici. Questa però non è una storia porno, nemmeno erotica. Come ho detto, è solo un racconto svergognato. E non è che mi riguardi moltissimo come si passa dalle lezioni di aritmetica di Morteza – il figlio di Behjet di otto anni – all’improvviso smutandarsi di sua madre, o anche dai dubbi di Showkat – sette anni – sull’ortografia alle natiche sudate della signora Behjet e alle urla spaventose che fa quando scopa.

Come raccontavo, l’ospite speciale poco a poco diventò una presenza abituale, e Yasser diceva di non capire perché le regole degli incontri sessuali dipendessero dai movimenti e dalle posizioni dell’incontro precedente, come se fossero state lezioni di piano. Dopo due o tre volte capì che Behjet era una buona fumatrice: dopo un tiro profondo d’oppio non espirava immediatamente. Se in casa avevano della grappa di contrabbando o dell’alcol etilico non le dispiaceva farsene un goccio.

In questa storia Ali è il personaggio principale: un giovanotto piccolino che sosteneva di venire dal capoluogo di una regione nel sud dell’Iran. Eppure gli amici che l’avevano visto più volte sull’autobus in partenza da quel capoluogo verso un paesino sperduto hanno detto spesso che aveva un accento straniero

Viene da ridere a pensare che questo racconto stia prendendo una piega pornografica, perché non è niente del genere, assolutamente. Inoltre, come sapete, non ho il controllo totale di questa storia. Se l’avessi, sarei felice di fermarmi qui e non proseguire, in modo da non essere costretto a gettare Ali nella fossa. Ma cosa posso farci? La tresca è andata avanti in questo modo, e sono anche passati diversi anni dal periodo in cui tutto cominciò.

Un giorno Ali torna dall’università a un orario non previsto perché la lezione si è conclusa in anticipo oppure perché ha lasciato a casa il suo pacchetto di sigarette o per qualche altro motivo futile. Arriva di fretta e vede quello che non avrebbe dovuto vedere. Troppo tardi per far finta di niente o nascondersi, ed è così che fa il suo ingresso nel nostro gioco, la nostra storia.

L’arrivo di Ali non è il punto culminante del mio racconto. Non ha importanza sapere come stessero in quel momento Yasser e Behjet: sotto le coperte, sul divano, con una tazza di tè in mano, nel momento finale di una scopata oppure raccolti intorno al braciere a spipettare oppio. È anche possibile che Ali e Yasser si fossero messi d’accordo, in modo che Ali arrivasse senza essere invitato e partecipasse allo scambio di piacere con Behjet.

Ho l’impressione che fu da quel momento che Yasser cominciò a condividere con gli amici il resoconto di alcuni dettagli di quegli eventi. Va detto che lui forse non sapeva quali conseguenze spaventose potessero scaturire dalle sue azioni, soprattutto se in gioco c’era il destino imprevedibile di una relazione con una donna sposata. È anche possibile che fosse mosso da una stupida ed esasperante virilità, capace di fargli dire: ragazzi, ci siamo scopati la moglie del vicino!

Se quel giorno Ali si fosse trattenuto in facoltà più a lungo e se una delle compagne di classe si fosse fatta avanti con un sorrisino seducente per farsi passare i suoi appunti o ancora se i bagni dell’università non fossero stati otturati e Ali non avesse deciso all’improvviso di tornare a casa per soddisfare i suoi bisogni, oppure, che ne so, se il responsabile della morale d’ateneo si fosse impuntato sui suoi jeans attillati e lo avesse fatto aspettare per un paio d’ore all’ingresso dell’università, lui non si sarebbe gettato a capofitto nella storia e non si sarebbe reso conto dell’avventura romantica, del soffitto che gocciola o del telefono guasto. Resta il fatto che per lui, fino a quel punto, le cose non andavano male. Dopo il delizioso scandalo a tre di cui non conosciamo tutti i dettagli, la signora Behjet portò nella stanza dei ragazzi il cavo del ricevitore satellitare di famiglia, cominciò a preparargli stufati e cotolette, pane appena sfornato e yogurt fatto in casa. Inoltre – fatto più importante di tutti – cominciò a ridurgli l’affitto mensile, di tanto in tanto e di nascosto dal marito. Quale studente squattrinato e fuori sede non apprezzerebbe regali del genere?

La signora Behjet aveva cominciato a salire al piano superiore dopo aver portato i bambini a scuola. Non era il tipo di donna da coprirsi il capo con velo e foulard. Forse pensava di aver raggiunto l’età in cui collo e capelli scoperti e i piedi senza calze non accendono più il desiderio di nessuno

E proprio qui comincia la storia principale.

Tutto bene fino a quel giovedì in cui Maziar arriva a casa loro con una bottiglia di alcol etilico e un barattolo di cetriolini sottaceto. Adesso preparatevi a sentire il nodo principale di tutta la faccenda, cioè il motivo per cui avete ascoltato il mio sproloquio.

A quanto dicono, Maziar aveva l’abitudine di presentarsi all’improvviso, senza dire nulla. Quelli che mi hanno raccontato questa storia evidentemente non avevano voglia di svelarmi tutti i dettagli: pro­vate a mettervi al mio posto. Voi lascereste fuori dalla porta uno che si presenta a casa vostra con una bottiglia di alcol etilico e un barattolo di sottaceti? Magari la volta precedente si era presentato con un sacchetto di Fonzies e ancora prima con yogurt e scalogno, oppure un’altra volta avrà portato un cartone di succo di frutta da mescolare con quell’alcol etilico del cazzo. È così che ci si guadagna la fiducia degli altri.

Maziar prepara i bicchieri per bene, fa un brindisi e butta giù. Fanno tutti attenzione a pronunciare le parole del brindisi e se strillano frasi d’occasione ad alta voce – tipo “alla salute della cornacchia che è nera ma tutta d’un pezzo” oppure “alla salute della vacca non dice ora ora ma muu muuu” – non fanno altro che aggiungere colore all’aria di sbronza in arrivo. Svuotano i bicchieri uno dopo l’altro mentre muovono un po’ le natiche al ritmo triviale di uno dei cantanti iraniani di Los Angeles e fumano qualche pacchetto di sigarette mentre da basso giungono le urla di moglie e marito che litigano, e via così, il festino improvvisato va per le lunghe.

Pare che quella sera Ali alzi il gomito oltre misura, fino a sfiorare i limiti della sbronza totale e farfugliare cose insensate che, senza nessuna ragione apparente, ricadranno sul signor Jahan. Prima vomita nella pentola più capiente della cucina, poi senza neanche scomporsi troppo per via delle vertigini continua a ballare fino alle due del mattino. Al risveglio recupera dal frigorifero quel che era rimasto del fiasco di alcol etilico, poi rovista qua e là e vomita di nuovo, con conati secchi e improvvisi.

Un’altra versione della storia che mi hanno raccontato è stata sicuramente riportata da Maziar. Per alcuni dettagli si discosta dalla versione di Yasser, ma se le mettiamo a confronto, entrambe conducono alle stesse indicibili conseguenze. Maziar ha raccontato agli amici che quel giorno Ali faticava a mantenere gli occhi aperti e quando stava per buttare giù l’ultimo bicchierino di alcol di primo mattino era tutto chino sulla porta del frigo senza che nessuno osasse dirgli che non era il caso di bere ancora. Ebbene, dopo aver tracannato si era messo a urlare in un modo così improvviso da far sussultare Maziar: “Yasser, sto andando da Behjet”.

Era tutto in regola fino a quel giovedì in cui Maziar arrivò a casa loro con una bottiglia di alcol etilico e un barattolo di cetriolini sottaceto. Adesso preparatevi a sentire il nodo principale di tutta la faccenda, cioè la cosa che finora vi ha spinti ad ascoltare tutto il mio sproloquio

Pare che a quel punto Yasser si limiti a scompisciarsi dal ridere, con una di quelle risate che sembrano prive di importanza. Anche Maziar ride senza neanche sapere chi sia Behjet o di cosa stiano parlando gli altri due. Pensa che si tratti di qualcosa tipo il nomignolo di una fidanzata, ma poi, tra l’altro, chi mai potrebbe farsi Ali nello stato sgraziato in cui si trova? Di primo mattino, ubriaco, stravolto e fetente? Forse Behjet è il nome del supermercato dietro l’angolo, della doccia o del cesso di casa. Conosco gente che chiama la propria vasca da bagno Hajj Safdar e il cesso Marinella. Da dove tirino fuori queste assurdità non ve lo so dire, sicuramente prendono spunto da un ricordo caro e così via. Maziar, intanto, è a letto a fumare una sigaretta e, vedendo che Ali s’innervosisce, gli dice: “Ma sì, ciao a tutti, andiamo alla festa di Behjet”.

Maziar sente la porta aprirsi, ma non può sentire la maniglia della porta del piano inferiore. E anche se potesse sentirla, non cambierebbe nulla, perché è all’oscuro di tutto. Tra l’altro, quando uno rovista tra le coperte per recuperare una scatoletta di tonno da usare come posacenere non presta certo attenzione ai rumori che arrivano dal piano inferiore. Comunque, Ali apre piano piano la porta di sotto e prosegue nella direzione che alcuni mesi prima lo ha condotto alla stanza da letto quando gli è capitato di dover riparare il cavo dell’antenna parabolica. Quando dico che è entrato nella stanza da letto, non immaginatevi una stanza regale stile Luigi XVI. Immaginate invece un bilocale malmesso, con un cortile minuscolo e un materasso matrimoniale gettato nell’angolo di una delle stanze da letto, in una casa dall’odore di chiuso e uova sode.

Ali dice che in corridoio o in soggiorno non c’era nessuno. Sapeva che il signor Jahan ogni mattina alle sette andava al mattatoio. Vede la signora Behjet dormire di spalle sul letto, con la testa sotto la coperta. Avanza con calma e si stende sul materasso oppure sul pavimento, s’infila sotto le lenzuola e cinge la signora Behjet con le sue braccia scure e pelose.

Il corpo della signora Behjet è bello caldo, tanto da infiammare gli occhi di Ali. Poi le mani di Ali cominciano a percorrere il corpo di Behjet alla ricerca di qualcosa, palpeggiandola dappertutto. La signora Behjet emana un leggero odore di sangue. Ali pensa: vuoi vedere che ha le sue cose e ha sporcato tutto? Lui, con la bocca impastata di sonno, puzza d’alcol e sigarette. Può dimenticare gli odori e stringere a sé la signora Behjet ancora più forte, perché lei senta dietro la schiena tutta la pressione della virilità di un giovane di vent’anni. Però poi basta un attimo e la signora Behjet si gira e senza urlare o fare alcun rumore guarda Ali, e anche lui la guarda, e d’improvviso capisce che sta abbracciando il signor Jahan. Gli occhi rossi e assonnati di Jahan si posano sulla barba di due giorni di Ali e sulla pelle giovane e pulita del suo volto olivastro. Io non so quali pensieri orrendi abbiano attraversato in quel momento la testa di Ali e del signor Jahan, ma poi qualcuno è riuscito a strappare dalla bocca di Ali che il signor Jahan aveva un’espressione completamente stupita e la prima cosa che gli era venuta da dire era questa domanda esclamativa: “Ma… signor ingegnere?”.

Dal momento che non mi sono mai trovato in una situazione del genere, non so quali altre opzioni Ali avesse a disposizione, poi a conti fatti quello che avrà detto non sarà stato neanche troppo inopportuno, forse si trattava dell’unico modo per salvarsi la vita. Mettetevi nei suoi panni: vi ritrovate a letto con un uomo che avete visto mille volte, ma solo dal vicolo di fronte con la busta della spesa in una mano e nell’altra le chiavi di casa. Cosa potete dire? È un uomo che incrociate qualche volta al supermercato dietro l’angolo mentre prende un pacchetto di sigarette scadenti dal piatto di una bilancia e vi sorride con tre denti mancanti. Ali ha sentito dire che il signor Jahan è un esperto nel separare la carne dall’osso di netto e spacca i reni di una mucca in un colpo solo. È da qui che capiamo che anche se Yasser era robusto e ben messo, in realtà non poteva competere con il signor Jahan. Se non fosse stato così, la signora Behjet avrebbe già scaricato il marito. Sarebbe andata a cercare qualcuno con tutti i denti a posto e che non puzza di fumo. Però lui è il padre dei suoi figli, quindi lasciare tutto e scappare con uno studente squattrinato è un pensiero che non l’ha mai neanche sfiorata.

Queste sono cose che suppongo io, eh. Comunque Ali non poteva immaginare cosa bisogna fare quando hai la bocca putrida per l’alcol e il viso sfatto dal sonno e ti ritrovi improvvisamente ad abbracciare un macellaio del mattatoio disteso nella sua stanza che cerca di riprendersi dalla stanchezza di un turno di notte. Quello che gli viene da dire in quel momento è solo una frase per tirarsi fuori da quella situazione.

Ad Ali ha sempre fatto senso parlare del resto della storia, e sappiamo che Yasser una volta ha lasciato intendere che ad Ali i ricchioni fanno schifo. Quindi immagino che Ali abbia terminato il racconto in modo diverso, e avrà perfino evitato di parlare di come il signor Jahan avesse accettato la sua proposta. Ma dagli avvenimenti successivi ci rendiamo conto che il signor Jahan non aveva dato troppa importanza alla situazione di Ali, e in un istante aveva fatto due calcoli e aveva deciso cosa fare.

Anche quello che ha da dire Maziar va ascoltato, perché un’ora dopo, mentre si dimenano ancora nel letto e sgrullano le sigarette nella scatoletta di tonno, vedono Ali in stato comatoso che torna appoggiandosi al muro mentre sputa e biascica parole oscene. Vedono Ali aprire la porta del bagno con una mano e sentono il rumore angosciante dei suoi conati di vomito. A questo punto Yasser si alza, scambia due frasi incomplete con Maziar e corre in bagno per aiutare Ali, e appena cominciano a parlare chiude la porta in faccia a Maziar, che è ancora buttato sul letto mentre tamburella con una sigaretta tra le dita sul bordo della scatoletta di tonno vuota.

Maziar dice di aver visto scorrere un filo di sangue dal polpaccio di Ali, poi aggiunge che, secondo Yasser, Ali non si ricordava che fosse venerdì, e che ogni venerdì la signora Behjet andava a trovare sua madre e quindi di sicuro non era in casa. Spesso portava anche i bambini con sé. Probabilmente questo dettaglio non è di gran giovamento per Ali, che in quel momento grida: “Yasser, io da questa casa me ne vado. Capito?”.

Da quel che ho sentito dire, nell’intero corso della settimana seguente Ali rimane a letto, incaponendosi sulla decisione di andarsene e presentando come motivo il fatto che il signor Jahan ogni pomeriggio si presenta con un pretesto all’ingresso dell’università e gli lancia un sorriso. I buchi neri nella bocca del signor Jahan lo fanno impazzire, come l’odore di quel corpo peloso coperto dalle cicatrici lasciate dai colpi di coltello e quelle dita piccole della mano sinistra con cui giocherella fastidiosamente.

Ali si tormenta per tutta la settimana pensando alla schiena dei vitelli che il signor Jahan spezza ogni giorno. Tutta la settimana Yasser cerca di consolarlo, mentre Ali mette in ordine tutti i libri, le stoviglie, il cuscino e il piumone e sistema tutti i suoi oggetti più piccoli in una scatola di cartone senza marchio e senza coperchio.

Ovviamente la signora Behjet continua ad andare su, e non ha alcuna idea di quello che è successo e del perché Ali esce di casa appena lei arriva. Se è sveglio nella stanza esce immediatamente, e se riposa nel suo letto si gira verso il muro e non ricambia neanche il saluto. Behjet non chiede nulla a Yasser, si limita a uno scambio di cenni che alludono all’indisposizione di Ali. Forse pensa che è tutto dovuto a un litigio legato al loro triangolo amoroso, culminato con la sconfitta della passione per la pelle olivastra e bruciata contro quella per le spalle larghe, tanto da averla spinta a mostrare più affetto nei confronti dell’amante vittorioso.

La maretta dura tutta la settimana, fino al venerdì seguente, quando di primo mattino Ali si alza dal letto in fretta e furia e comincia a raccogliere le sue cose nel corridoio davanti all’ingresso. Tutto questo lo ha spiegato Yasser con molta precisione, proprio perché a poco a poco l’atteggiamento di Ali lo aveva innervosito tanto che avevano litigato davvero: “Ali, caro, abbi pazienza, risolviamo questa cosa!”.

Ali si dirige verso la stanza in fondo al corridoio e chiude la porta. Yasser si accende una sigaretta mentre si accovaccia accanto alle scatole di cartone. Quel venerdì mattina, mentre fuma una sigaretta con tiri decisi e vede i cartoni pieni di libri finire l’uno sull’altro nella stanza in fondo al corridoio, è lui il primo a sentire il campanello e ad aprire la porta. Yasser racconta che dallo stupore ha spalancato la bocca, e fin quando il signor Jahan non ha smesso di parlare, lui non è riuscito a credere alle sue orecchie: “Scusatemi, sono venuto a risolvere il problema del signor ingegnere”.

Senza neanche aspettare una risposta da Yasser, come se avesse percorso il corridoio mille volte, Jahan corre ad afferrare il polso di Ali che sta sistemando i suoi indumenti intimi nella valigia e chiude la porta con tre giri di chiave. Yasser racconta che durante quella mezz’ora avrà fumato mille sigarette. Quanto di tutto questo è vero o falso sta a lui dirlo. E qualunque cosa sia successa dopo quel venerdì sono solo fatti loro.

E se Yasser, per via della sua amicizia con Ali, è stato costretto a rinunciare alla signora Behjet e ad andarsene di lì mentre in seguito, e per molto tempo, il signor Jahan ha continuato a presentarsi ogni pomeriggio sul percorso di Ali verso l’università, anche questi, sì, sono affari loro.

Hamed Esmaeilion
è nato a Kermanshah nel 1977. È autore di due romanzi e due raccolte di racconti che hanno vinto importanti premi letterari in Iran. Vive in Canada, dove lavora come dentista. Il titolo originale di questo racconto è Ali va Yaser . Traduzione di Domenico Arturo Ingenito.

Questo articolo è uscito sul numero 1441 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati