Il 9 febbraio Jimmy Lai, 78 anni, magnate della stampa hongkongese, è stato condannato a vent’anni di carcere per “sovversione”. Il figlio Sebastian ha fatto presente che in pratica si tratta di una condanna a morire in prigione.

Il 7 febbraio Narges Mohammadi, 53 anni, attivista iraniana che nel 2023 ha vinto il premio Nobel per la pace, è stata condannata ad altri sette anni, portando il totale della pena a vent’anni.

Cos’hanno in comune Jimmy Lai e Narges Mohammadi? Entrambi chiedono democrazia nei loro paesi ed entrambi sono vittime di una giustizia arbitraria. Un altro punto in comune è che il resto del mondo, pur criticando le loro condanne, non fa molto o non ha i mezzi per fare di più, che poi è la stessa cosa.

Lai e Mohammadi sono i volti di un mondo in cui, come ha sottolineato recentemente Human rights watch, i diritti umani sono sempre meno importanti nei rapporti internazionali. Un po’ ovunque il diritto perde terreno, lasciando il campo agli abusi e all’impunità.

Lai e Mohammadi godono di una certa notorietà internazionale, ma questo non ha impedito che fossero condannati ingiustamente.

Prima del suo arresto di cinque anni fa, Lai era un miliardario di Hong Kong, ma non un tycoon come gli altri. Attraverso il suo giornale, Apple Daily, si era infatti impegnato a favore della democrazia nel momento in cui era apparso chiaro che Pechino non aveva intenzione di rispettare il patto per l’autonomia della ex colonia britannica, tornata sotto il controllo della Cina nel 1997.

Oggi Apple Daily è stato chiuso e i suoi dirigenti sono in galera. Lo stesso Lai è apparso in manette in occasione del suo arresto. Alla vigilia aveva rilasciato un’intervista alla Bbc nel salone della sua ricca casa, consapevole del rischio di essere prelevato in qualsiasi momento.

L’ex potenza coloniale britannica, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno chiesto la liberazione di Lai, invano. Pechino ha trasformato il magnate in un esempio della sua autorità assoluta su Hong Kong.

Resta da capire se Xi Jinping compirà un gesto di clemenza prima della visita di Donald Trump di aprile, ma in ogni caso un’eventuale liberazione di Lai sarebbe arbitraria quanto la sua condanna.

Anche Narges Mohammadi paga il ritorno della legge del più forte, dopo la peggiore repressione della storia recente iraniana, con un bilancio di decine di migliaia di vittime. Il 9 febbraio è arrivata la notizia dell’arresto di alcune figure riformiste, segno che il pugno duro continua.

Anche l’Iran, come la Cina, sta negoziando con Trump. Ma i diritti umani costituiscono un elemento secondario di cui né il presidente statunitense né i carcerieri di Mohammadi si interessano particolarmente.

Davvero il mondo è impotente? O ha semplicemente rinunciato a far rispettare i diritti che un tempo osannava? La realtà è che oggi le violazioni del diritto sono sempre più diffuse, nei teatri di conflitto come quello mediorientale ma anche negli Stati Uniti, dove le autorità non cercano più nemmeno di salvare le apparenze.

Con l’obiettivo di dissuadere qualsiasi contestazione democratica, la Cina e l’Iran hanno condannato a lunghe pene due persone che hanno avuto il coraggio di sfidare l’autorità del potere. Noi, quanto meno, dobbiamo fare in modo che i loro nomi non svaniscano nell’oblio: Jimmy Lai e Narges Mohammadi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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