Èil 22 aprile e sono le 10.30 di un soleggiato mercoledì mattina. Anwar al Bunni, 61 anni, piccoli occhi scuri sotto le folte sopracciglia, porta una giacca grigio chiaro e pantaloni neri. È in piedi davanti alla stazione centrale di Berlino. In questo grande edificio di vetro e acciaio dove di solito viaggiatori e pendolari entrano ed escono freneticamente, oggi tutto tace. Chi poteva è rimasto a casa per via della pandemia di covid-19. Al Bunni tira fuori con calma una sigaretta da un astuccio argentato e poi la accende. C’è ancora tempo per fumare prima della partenza del treno che lo porterà a seicento chilometri di distanza, fino alla città di Coblenza, nell’ovest della Germania.

Al Bunni, un avvocato siriano impegnato nella difesa dei diritti umani, sta andando all’alta corte regionale di Coblenza, dove sarà testimone in un processo che prenderà il via domani. Ma Al Bunni in realtà è più di un semplice teste. È lui, secondo molte persone legate al procedimento, una delle persone che l’hanno reso possibile.

In questo processo senza precedenti, Anwar Raslan ed Eyad al Gharib (ritenuti dalla procura due agenti della cosiddetta Sezione 251, un reparto dei servizi segreti militari siriani di stanza a Damasco) sono accusati di aver commesso crimini contro l’umanità. Al Gharib deve rispondere dell’aggressione e delle torture di trenta manifestanti antigovernativi nell’autunno del 2011.

Ma il caso più importante è quello di Raslan. L’uomo, un ex alto funzionario militare, è accusato di essere stato a capo dell’unità investigativa della Sezione 251 e dunque di essere responsabile di almeno quattromila casi di tortura, 58 morti e due casi di stupro avvenuti tra l’aprile del 2011 e il settembre del 2012. Se sarà giudicato colpevole, rischia una condanna all’ergastolo. Entrambi gli imputati hanno disertato: Raslan nel 2012 e Al Gharib nel 2014. Hanno lasciato la Siria, cercando di cominciare una nuova vita in Germania, dove sono stati arrestati nel 2019.

È dal 2011, da quando sono scoppiate le proteste contro il governo del presidente siriano Bashar al Assad, che il procuratore federale tedesco sta raccogliendo prove dei crimini commessi in Siria. Il magistrato ha usato il principio di giurisdizione universale per mettere in piedi il primo processo al mondo sulle torture in Siria. Il codice dei crimini contro il diritto internazionale della Germania, adottato nel 2002, permette alle autorità tedesche di perseguire chiunque commetta crimini contro l’umanità, anche se i fatti non hanno legami diretti con la Germania.

Il vagone del treno è quasi vuoto quando Anwar al Bunni si siede. Con lui ci sono una ragazza sopravvissuta alle torture, la madre della giovane e un giornalista siriano. Nascosta dietro gli occhiali da sole, la ragazza, che preferisce restare anonima, sta per scoppiare in lacrime. “Quest’uomo si è preso cura di me come un padre”, dice. “È l’unico a essere davvero dalla nostra parte”. Come decine di migliaia di siriani, anche lei è stata torturata nelle carceri di Assad, dove è stata rinchiusa per circa un anno nel 2012. Rifugiata in Germania, non si è ancora ripresa dai danni fisici e psicologici che ha subìto. Nonostante diversi interventi chirurgici, i suoi reni sono ancora danneggiati ed è seguita da una psicoterapeuta. “Voglio davvero sostenere questo processo con la mia testimonianza. Ma non posso raccontare nei dettagli quello che mi hanno fatto”, spiega.

Una vita nelle prigioni

Per quanto questo processo sia importante, secondo Al Bunni è solo l’inizio del lungo cammino della Siria in direzione della giustizia, al termine del quale lo stesso Assad potrebbe finire sotto processo. “Abbiamo già avviato una causa contro di lui presso il procuratore federale della Germania nel 2018”, racconta. “Le prove che saranno presentate nel processo di Coblenza andranno a sostenere la nostra causa contro il presidente, smascherando l’intero regime siriano”.

Anwar al Bunni aspettava questo momento da tempo. Nato e cresciuto a Hama, una città nel centro della Siria, ha cominciato a difendere i prigionieri politici nel 1986. La sua famiglia gli ha dato tutte le ragioni per diventare avvocato: “Complessivamente, i miei fratelli e sorelle e i loro parenti hanno passato nelle prigioni siriane quasi settant’anni”, dice ridendo. In realtà Al Bunni all’inizio faceva un lavoro completamente diverso. Nei primi anni ottanta era assistente ingegnere alla costruzione del carcere di Sayd­naya, vicino a Damasco, un luogo che nel 2017 l’organizzazione umanitaria Amnesty international ha definito un “mattatoio umano” a causa delle esecuzioni di massa di prigionieri avvenute in quel luogo. Ma a ventun anni, dopo che tre dei suoi fratelli e sorelle erano stati arrestati, decise di tornare all’università e studiare legge.

È riuscito a individuare i sopravvissuti alle torture che vivono in Germania e a convincerli a testimoniare

Il fratello maggiore fu il primo a essere messo in carcere, nel 1977. Gli altri seguirono presto la stessa sorte. “I miei fratelli e le mie sorelle, come molti dei miei amici, erano attivisti politici. Io no, perciò decisi di diventare avvocato: almeno avrei potuto dargli una mano difendendoli in tribunale”, racconta. Gli arresti arbitrari di attivisti e politici dell’opposizione, come pure la tortura, erano la norma sotto il governo di Hafez al Assad, il padre di Bashar. Al Bunni ha difeso per quasi vent’anni i detenuti siriani: i prigionieri politici pro bono e i criminali per guadagnarsi da vivere. Infine, nel 2006, anche lui è stato arrestato e poi condannato a cinque anni di carcere per diffusione di notizie false e sediziose. “Le guardie del carcere hanno cercato due volte di uccidermi, ma sono sopravvissuto con l’aiuto degli altri detenuti”, ricorda. “Ho cercato di sfruttare al meglio il tempo trascorso dietro le sbarre. Ho cominciato a fare esercizio fisico e ho messo a punto dei progetti per il futuro politico della Siria, che poi ho messo nero su bianco e ho pubblicato”.

Una fuga obbligata

Nel 2011 è stato rilasciato, appena in tempo per poter vedere i primi mesi della rivolta siriana. Nel 2014 però è fuggito dalla Siria in Libano, dove lui e la sua famiglia hanno ricevuto dall’ambasciata tedesca un visto umanitario. “Volevo restare in Siria il più a lungo possibile per difendere i prigionieri politici, che continuavano ad aumentare”, racconta. “Ma a un certo punto era diventato evidente che in Siria essere arrestati significava la morte. Non solo la propria morte, ma quella di tutta la famiglia. Quindi ce ne siamo andati”.

In Germania Anwar al Bunni ha fondato il Syrian center for legal studies and research (Centro siriano per gli studi e la ricerca legale), dove lui e i suoi colleghi raccolgono informazioni sul regime siriano con le quali poi mettono in piedi le loro azioni legali.

Pur non essendo abilitato a lavorare come avvocato in Germania, Al Bunni ha collaborato con il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani per farsi aiutare a preparare le cause e ha messo la procura tedesca in contatto con molti testimoni. Le loro dichiarazioni hanno fornito resoconti dettagliati sui centri di detenzione siriani e su quello che succede lì dentro. Le prove nello storico processo contro Anwar Raslan ed Eyad al Gharib vengono soprattutto da queste testimonianze. Molte delle persone interrogate conoscevano Al Bunni già in Siria, dove lui le aveva difese quando erano in carcere. Altri lo hanno incontrato in Germania, dove si è formata una vasta comunità di esuli siriani dopo l’arrivo di circa un milione di rifugiati nel 2015.

Grazie alla notorietà e alla stima conquistata in quella comunità, Anwar al Bunni insieme ad altri attivisti è riuscito a individuare gli ex detenuti e i sopravvissuti alle torture che vivono in Germania e a convincerli a testimoniare di fronte alla procura federale.

“Al Bunni è molto importante per il nostro lavoro”, spiega Patrick Kroker, uno degli avvocati del Centro europeo per i diritti umani e costituzionali che nel processo rappresentano chi ha sporto denuncia. “Ha una rete di contatti molto vasta e un’ottima reputazione all’interno della comunità siriana. Lui e gli altri avvocati siriani come Mazen Darwish e Jumana Saif hanno fatto da ponte tra i testimoni siriani e la magistratura tedesca”.

Domande e risposte

Mentre il treno ad alta velocità corre tra prati verdi, campi di grano e foreste, Al Bunni fa un’intervista telefonica dopo l’altra. Dice che non gli dispiace concedersi, anzi, è felice dell’attenzione che il processo di Coblenza ha riscosso in tutto il mondo: “I mezzi d’informazione sono la nostra arma più potente. Tutto il mondo deve capire che questa gente non può avere un ruolo nel futuro della Siria”.

Biografia

1959 Nasce a Hama, in Siria. I suoi genitori sono cattolici e dissidenti politici.

1986 Da avvocato comincia a difendere i prigionieri politici siriani.

2006 È arrestato e condannato a cinque anni di carcere per diffusione di notizie false.

2014 Insieme alla sua famiglia fugge in Libano. In seguito si stabilisce in Germania.◆ 2020 Grazie al suo aiuto comincia un processo contro due ex agenti dei servizi segreti siriani per crimini contro l’umanità.


Risponde con pazienza sempre alle stesse domande, in inglese e in arabo: sì, racconta al giornalista, è vero che anni fa in un centro di accoglienza per rifugiati nel quartiere Marienfelde di Berlino ha incontrato Anwar Raslan, l’agente dei servizi segreti accusato di torture e omicidi. Sì, lo ha riconosciuto come l’uomo che lo aveva arrestato nel 2006. E no, questo processo non è una vendetta personale contro di lui. È qualcosa di molto più grande. “Li ha arrestati, torturati e uccisi”, risponde, quasi gridando, al giornalista che lo sta intervistando, riferendosi a Raslan.

Dopo aver chiuso la telefonata sorride, quasi a scusarsi, e si guarda intorno per vedere se ha disturbato gli altri passeggeri. Poi dice: “Il nostro obiettivo non è ottenere la condanna di un piccolo ingranaggio di quella macchina infernale che continua a uccidere le persone. Piuttosto, vogliamo usare questo piccolo ingranaggio per dimostrare l’esistenza della macchina infernale”.

Anwar al Bunni ha dovuto spiegare molte volte perché questo è un processo giusto. In molti lo hanno criticato, anche amici e colleghi. Pensano che portare in tribunale due disertori, mentre gli alti funzionari del regime siriano sono ancora liberi, sia una strategia sbagliata. Ma per l’avvocato non fa nessuna differenza. “Nell’islam c’è questo principio per cui chiunque diventa musulmano è assolto da tutti i peccati commessi in precedenza”, spiega. “Ma la giustizia terrena non funziona così. Solo perché questi due uomini hanno disertato non significa che possono essere considerati innocenti. La giustizia dev’essere sempre al servizio delle richieste delle vittime, non di quelle dei carnefici”.

Molte delle vittime compariranno come parte lesa nel processo contro Raslan. In questo modo potranno avere un ruolo più attivo nel determinare lo sviluppo del procedimento invece di presentarsi solo come testimoni di fronte alla corte. Potranno partecipare a tutte le udienze, convocare testimoni e presentare delle istanze.

È il 23 aprile, primo giorno del pro­cesso. Alle 6.30 del mattino davanti all’edificio del tribunale di Coblenza si è formata una lunga coda, resa ancor più lunga dall’osservanza più o meno ligia delle regole di distanziamento sociale adottate per la pandemia. Rispetto all’edificio principale del tribunale, con le sue torri simili a quelle di un castello e le finestre ad arco, questo è un fabbricato anonimo: ha otto piani di finestre quadrate ma ha un’aula molto grande, adatta a ospitare il numeroso pubblico attirato dal processo.

Giornalisti ed esponenti di spicco della comunità degli esuli siriani sono in coda per i pochi posti presenti in aula, che sono limitati a causa del distanziamento sociale. Al Bunni non potrà partecipare a nessuna udienza, perché quando sarà il momento verrà chiamato a deporre come testimone. In quanto avvocato per i diritti umani in Siria ed ex carcerato, fornirà ai giudici informazioni approfondite sul sistema di arresti arbitrari e sulle condizioni disumane delle carceri nel suo paese. Ma, prima di essere convocato, resterà fuori dal tribunale. Lì aspetterà d’incontrare gli altri testimoni usciti dalle udienze e le persone che si sono costituite parte lesa, per dare il suo sostegno e farsi spiegare tutto quello che è successo all’interno dell’edificio.

I testimoni gli racconteranno di quando i due imputati sono stati condotti in aula per la prima volta: di come Eyad al Gharib abbia nascosto la faccia alle telecamere dietro il cappuccio della sua giacca, mentre il volto di Anwar Raslan non mostrava alcuna emozione; gli diranno di come il procuratore federale abbia letto le accuse, che comprendono una lunga lista di torture raccontate dai testimoni: scosse elettriche, privazione del sonno e botte, botte, botte, con manganelli, tubi di plastica o cavi elettrici sfilacciati con cui gli laceravano la pelle.

L’obiettivo finale

La speranza di Al Bunni è che questo processo sia il primo passo verso un cambiamento profondo. “Spesso quando si concludono delle guerre è il vincitore che imposta il quadro di riferimento della giustizia durante il periodo di transizione”, dice al termine dei primi due giorni di processo, dopo essere salito di nuovo sul treno, di ritorno a Berlino per il fine settimana. “Ma in questo caso sarà diverso: si farà giustizia mentre quei crimini continuano a essere commessi. Il tribunale definirà il quadro in cui si svilupperà il conflitto in Siria”.

Il processo di Coblenza è solo una parte di quel quadro. Attivisti e organizzazioni non governative siriane in tutta Europa hanno spinto i procuratori dei loro paesi a emanare mandati di arresto internazionale contro gli esponenti più importanti del regime siriano.

Ci vorrà molta pazienza per vedere i risultati, ma per ora Anwar al Bunni è ottimista. “Sapevo che questo momento sarebbe finalmente arrivato”, racconta. “Ma questo processo non è il nostro obiettivo finale. È solo un passo sulla strada che consegnerà tutti i criminali alla giustizia”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati