Se entro la fine del secolo il riscaldamento globale si aggraverà ulteriormente e l’aumento delle temperature raggiungerà i 2,7 gradi, almeno quattro miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere fuori delle zone dove il clima è considerato ottimale. Con un aumento di un grado e mezzo sarebbero circa due miliardi.

Uno dei tanti modi per quantificare gli effetti del cambiamento climatico è il calcolo delle potenziali conseguenze del riscaldamento sui luoghi storicamente abitati dagli esseri umani. Tim Lenton e i suoi colleghi dell’università di Exeter, nel Regno Unito, hanno osservato che negli ultimi ottomila anni gran parte delle popolazioni umane si è stabilita nelle zone climatiche strettamente associate ai luoghi in cui le coltivazioni crescono meglio. La densità delle popolazioni è maggiore dove la temperatura annuale media si aggira intorno ai 13 gradi oppure intorno ai 27 gradi.

Angelo Monne

Anche se abbiamo trovato il modo di vivere in Siberia e nel Sahara, la “nicchia climatica umana” rappresenta una sorta di ideale in cui gli esseri umani possono prosperare, spiega Lenton. E il riscaldamento potrebbe farla rimpicciolire.

Lui e il suo gruppo di ricerca hanno calcolato quante persone resterebbero fuori da questa nicchia in vari scenari possibili. Con un aumento di 2,7 gradi entro la fine del secolo, tra il 21 e il 42 per cento dell’umanità vivrebbe in zone in cui la temperatura annuale media supera i 29 gradi. Ipotizzando una popolazione futura di 9,5 miliardi di persone, significa quattro miliardi di persone: seicento milioni solo in India, trecento in Nigeria e cento in Indonesia.

Si può fare ancora molto

Evitare anche solo un aumento minimo in questo secolo produrrebbe esiti assai diversi, spiega Lenton. Dallo studio è emerso che con un riscaldamento di un grado e mezzo – obiettivo forse ormai irraggiungibile – le persone escluse dalla nicchia in India sarebbero sei volte di meno, in Nigeria sette volte di meno e in Indonesia venti volte di meno rispetto all’ipotesi dei 2,7 gradi. “La posta in gioco è altissima”, commenta Lenton.

Nel 1980, anno preso come punto di partenza per la densità della popolazione, era esposto a temperature annuali medie superiori ai 29 gradi appena lo 0,3 per cento dell’umanità, circa dodici milioni di persone. Nel 2015, a causa del cambiamento climatico e demografico, il 12 per cento. “Sono numeri di cui avremmo dovuto tener conto già anni fa”, dice Steve Keen dello University college di Londra.

Secondo Elisabeth Gilmore della Carleton university di Ottawa, in Canada, lo studio contribuisce a individuare la portata del problema, anche se potrebbe erroneamente sottintendere che migrazioni e conflitti siano esiti inevitabili dell’aumento delle temperature, invece di sottolineare quanto le persone e i governi possono ancora fare.

C’è già chi abita fuori della nicchia, ma per Lenton in quelle zone vari aspetti della vita sono più complicati, dall’agricoltura alla salute fino al mantenimento della pace. “Viviamo in un mondo in cui non tutti sono abbastanza ricchi da potersi proteggere dal clima”, spiega. Tra l’altro lo studio non tiene conto dell’aumento del livello dei mari, degli eventi climatici estremi e di altri effetti a cascata. ◆ sdf

Questo articolo è uscito sul numero 1468 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati