Mentre negli spazi pubblici regna un silenzio quasi inquietante, altrove squillano i telefoni. In questi giorni segnati dalle misure di contenimento la principale linea verde di consulenza per bambini, ragazzi e genitori di tutta la Germania, Nummer gegen Kummer (il numero contro i problemi), riceve più chiamate del solito. Rispetto agli ultimi mesi il numero d’emergenza riservato ai genitori Elterntelefon sta registrando un aumento delle chiamate del 21 per cento; la chat che offre consulenza ai bambini ha il 26 per cento di contatti in più. Anche al numero verde istituito dal ministero della famiglia e gestito da personale medico si rivolgono molti giovanissimi che chiedono allo Jugendamt, l’ufficio per l’infanzia, di essere allontanati dalle famiglie, perché non reggono più l’isolamento dentro casa.
Chiusi in camera
“Mia madre mi ha buttato fuori. È schizofrenica e alcolista. Durante la quarantena mi ha minacciato e tormentato quasi ogni giorno. È diventata violenta. Sto dormendo da sei giorni nella mia auto. Per favore, richiamatemi!”. Questo il messaggio lasciato da un ragazzo a un operatore dell’organizzazione Off road kids. “Mi restano in tutto 8 euro. Adesso cosa mangiamo?”, chiede una madre di Berlino a Die Arche am Telefon, un’associazione di cristiani evangelici che assiste i bambini in difficoltà e ha sedi in tutta la Germania. Sono due esempi delle centinaia di chiamate che in questi giorni le associazioni e le linee telefoniche specializzate ricevono da bambini, ragazzi e genitori.
È passato un mese da quando asili nido e scuole hanno dovuto chiudere precipitosamente per la pandemia: un mese senza doposcuola, senza coro, senza squadra di calcio. I bambini sono reclusi nelle loro stanze, e pian piano aumentano i dubbi e le preoccupazioni di insegnanti, educatori, psicologi e medici: che conseguenze avrà tutto questo sulle famiglie? Cosa stanno vivendo i bambini delle famiglie più in difficoltà, in cui i genitori non di rado devono combattere con povertà, tossicodipendenza e disturbi psichici e fanno affidamento sui servizi pubblici di assistenza? Cosa succede dietro quelle porte e finestre chiuse a ogni sguardo esterno?
Le maestre d’asilo e gli insegnanti lavorano da casa, i dipendenti degli Jugendamt hanno ridotto le attività, e i consultori chiudono. In queste circostanze si vedono bene i rischi del distanziamento sociale per tante famiglie che vivono in condizioni difficili. È giusto affidare da un giorno all’altro i bambini alla sola responsabilità dei genitori, senza prima verificare che con loro siano al sicuro? Centinaia di ricercatrici e ricercatori in scienze sociali e dell’educazione in Germania hanno rivolto alla politica e all’opinione pubblica un appello per una maggiore tutela dell’infanzia durante la pandemia. Molti bambini sono diventati invisibili, e i servizi di assistenza stanno abbassando i loro standard proprio ora, in piena crisi.
Anche tra gli insegnanti, gli educatori e i pedagogisti cresce la consapevolezza che non basta inviare compiti a casa via email, girare video con le spiegazioni di matematica e chimica e lasciare che i genitori in smart working si affidino alla didattica digitale, rimasta finora dormiente. L’euforia per questa nuova forma d’insegnamento, l’entusiasmo per i podcast di educazione stradale e per le visite virtuali ai musei sta cedendo il passo alla disillusione: gli educatori stanno scoprendo che il contatto con alcuni studenti lasciati a se stessi è quasi impossibile da mantenere, che i pacchetti educativi non possono sostituire la relazione pedagogica.
È lecito esporre i più piccoli a un rischio per salvare anziani e pazienti vulnerabili?
“Sono così preoccupata per i miei alunni che quasi non dormo più”, dice un’insegnante di una scuola elementare in una zona disagiata della Renania settentrionale-Vestfalia. “Molti di loro in casa non hanno un posto dove fare i compiti, spesso non hanno neanche un letto tutto per loro, fanno una vita sregolata. Per bambini così, la scuola è uno spazio protetto, e ora quello spazio gli manca”. Che il lavoro e la scuola, apprendimento e vita siano ora compressi nei ristretti spazi di casa è una prova per tutti, genitori e figli. Alcuni organizzano una nuova vita familiare con una meticolosità da consulenti aziendali, stabiliscono fasce orarie per le lezioni e la spesa, regolamentano le pause e il tempo che si può passare davanti alla tv. Altri sono paralizzati dall’angoscia esistenziale, sopraffatti da una situazione eccezionale di cui nessuno sa prevedere la durata. Molti giovanissimi poi dentro casa non hanno mezzi tecnici adeguati a rispondere alle richieste della scuola, e non solo: si rendono conto anche che i loro genitori non sono in grado di offrirgli né supporto né sicurezza.
La scuola elementare della Renania settentrionale citata prima si è impegnata a telefonare a ogni studente una volta alla settimana. L’insegnante chiama la famiglia e con la scusa di fare due chiacchiere si fa passare la bambina o il bambino: “Come stai? Cosa fai? E i tuoi genitori? Mamma ti cucina qualcosa?”. La conversazione viene registrata, e se c’è il sospetto che l’alunno sia trascurato o rischi di subire violenze, gli insegnanti informano lo Jugendamt o la polizia. Sulla homepage del sito della scuola, c’è una sezione rivolta solo ai bambini. E anche qui l’invito: “Se hai problemi, se non stai bene, chiamaci”.
Vacanze pericolose
Da sempre, scuole e asili nido sono i luoghi dove ci si accorge se un bambino non è pulito a dovere, oppure è coperto di lividi, se ha fame, se è disidratato, se è disperato. “Ma oggi la percezione di questi problemi è notevolmente ridotta, quindi i rischi si moltiplicano”, dice Rainer Becker dell’ong Deutsche Kinderhilfe. “Sappiamo che i casi di violenza domestica aumentano molto, soprattutto intorno alle vacanze di Pasqua e di Natale. Ora siamo in una sorta di vacanza permanente”. Le statistiche dimostrano che nella metà dei casi di violenza domestica sono coinvolti anche bambini. Ogni anno in Germania 4.500 bambini subiscono maltrattamenti tali da richiedere l’intervento di un medico, che poi denuncia gli abusi. Significa dieci, dodici bambini in un giorno. E ogni settimana tre minori di 14 anni muoiono per violenze e maltrattamenti. Il timore degli esperti è che le cifre, in questi tempi di confinamento in casa, salgano. “Cominciamo a notare che più i genitori sono a casa da soli con i figli, più diventano insofferenti, a volte si arrabbiano. Una mamma ci ha chiamato e ci ha detto: ‘Per poco non mi scappava un ceffone’. È un bene ricevere telefonate come questa: significa che chi chiama non è una madre violenta”, dice Bernd Siggelkow, fondatore e direttore dell’associazione Die Arche. Gli operatori dell’associazione sono stati subito d’accordo quando gli è stato ordinato di chiudere le loro sedi a causa della pandemia. “Naturalmente continueremo a occuparci dei bambini”, dicono, “non li lasciamo certo soli”. Solo a Berlino distribuiscono generi alimentari a cinquanta, sessanta famiglie al giorno. Perché nell’isolamento non aumentano solo gli abusi fisici: cresce drammaticamente anche la povertà. In Germania ci sono circa tre milioni di bambini che vivono in situazioni familiari precarie, e si calcola che un adulto su cinque sia a rischio povertà. Le mamme e i papà che vivono dei sussidi pubblici hanno a disposizione solo 2,90 euro al giorno per ogni bambino in età prescolare e quattro euro per ogni bambino che frequenta le elementari. Non c’è da stupirsi quindi se i genitori si chiedono come fare senza aiuti aggiuntivi, ora che non possono più contare sulla colazione e il pranzo offerti da asili nido e scuole e che le mense per i poveri sono chiuse.
Gli invisibili
Die Arche non si limita a consegnare viveri: i suoi operatori recentemente hanno distribuito ingredienti per fare dolci e hanno chiesto a genitori e figli di preparare una torta e fotografarla. La foto più bella è stata premiata con dei buoni-pizza per tutta la famiglia. La vicinanza, il rimanere in contatto sono decisivi per l’associazione. Nel fine settimana Bernd Siggelkow è venuto a sapere di una bambina che non voleva più uscire dalla sua camera e rifiutava ogni interazione con la madre. È salito in auto ignorando il divieto di uscire, le ha raggiunte, ha parlato con loro e ha trovato una soluzione.
Ma c’è chi è ancora più invisibile: i più piccoli, quelli che non sanno digitare un messaggio al cellulare o chiamare un numero verde. Nessuno è sottratto agli sguardi quanto loro: l’ultimo contatto che gli asili hanno avuto con molti genitori risale al momento in cui li hanno informati della chiusura. Però c’è chi tenta di mantenere i contatti con questi bambini attraverso l’affidamento d’emergenza: “In tutta la Germania il nostro lavoro è complicato dall’assenza di regole comuni per decidere quali bambini ne hanno diritto. Perché non ci mettiamo d’accordo per consentire che quelli a rischio possano continuare ad andare all’asilo?”, chiede Katrin Hentze, responsabile della protezione dell’infanzia per conto di Fröbel, un organismo che fornisce assistenza educativa.
È lecito esporre i più piccoli a un pericolo per salvare altre persone, come anziani e pazienti vulnerabili? Quando si è deciso di chiudere scuole materne e asili nido in tutto il paese, questa domanda è stata trascurata. Bisognava proteggere il paese, c’era la paura dell’epidemia, ma soprattutto c’era la paura dei politici di commettere errori. Le misure non sono state meditate nel dettaglio. Altrimenti non sarebbe sfuggito che le famiglie già sotto osservazione non potevano cominciare da un giorno all’altro a occuparsi dei figli senza alcun aiuto; che per genitori disoccupati e malati ritrovarsi di colpo a essere, per settimane, gli unici responsabili della cura dei figli, prigionieri insieme a loro in spazi ristretti, significa sostenere una prova estrema. Avrebbe dovuto essere ovvio che in una comunità soggetta all’isolamento la tutela dei più piccoli non è più garantita.
Chi sarà responsabile quando, alla fine dell’emergenza, non si conteranno le pratiche di affido? Di norma in Germania la protezione dei minori è organizzata dallo Jugendamt con l’aiuto di pedagogisti, psicologi e terapeuti dei servizi indipendenti per l’infanzia. Ma questo sistema ha dei limiti strutturali. Mancano regolamenti vincolanti che tengano conto dell’emergenza da covid-19. “Gli assistenti familiari interrompono, senza consultarci, le visite a domicilio. Ma la valutazione delle necessità va fatta d’accordo con noi. Queste regole vengono semplicemente ignorate”, si sfoga un operatore dello Jugendamt di un piccolo centro urbano. Insegnanti ed educatori sostengono che gli uffici dello Jugendamt hanno ridotto l’attività all’essenziale e possono essere raggiunti – quando gli riesce – solo dopo giorni. E l’emergenza sta danneggiando anche l’opera dei fornitori indipendenti di servizi.
Così non mancano le recriminazioni reciproche. Associazioni e progetti assistenziali lamentano la mancanza di chiarezza in materia di responsabilità e di finanziamenti. Le nuove forme di consulenza familiare via Skype o altri strumenti online in molti casi non vengono pagate. Il benessere di bambini e ragazzi dipende da quanto denaro i comuni dove abitano hanno a disposizione e da quanta importanza danno alla loro tutela.
In tutta la Germania circa un milione di minori sono ospitati in comunità o sono presi in carico da servizi ambulatoriali. Tra il nord e il sud della Germania si contano 559 Jugendamt e della tutela dell’infanzia si occupano i circa 15mila operatori del servizio sociale nazionale. Sono loro che tolgono i bambini alle famiglie quando le condizioni sono ormai insostenibili, che elaborano piani di assistenza e cercano dove alloggiarli. E anche se di questi tempi la maggior parte del personale specializzato continua a lavorare per aiutare i bambini bisognosi, a molti risulta difficile svolgere il loro compito. “Vedo una grande insicurezza tra gli operatori. Le cose poco chiare sono molte e in mancanza di direttive chiare, ciascuno agisce autonomamente”, dice Kathinka Beckmann, che insegna tutela dell’infanzia alla Hochschule di Coblenza e che si trova ad ascoltare le voci di tanti professionisti del ramo.
Francia Il 13 aprile il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che dall’11 maggio asili e scuole, chiuse da metà marzo, riapriranno gradualmente. La scelta sarebbe dettata dalla preoccupazione per le ricadute sociali, psicologiche ed educative della chiusura prolungata e delle disparità sempre maggiori tra gli alunni, in particolare nei quartieri popolari e nelle zone rurali. La notizia ha colto di sorpresa gli insegnanti, che davano per certa la riapertura a settembre e che ora esprimono perplessità, scrive Le Monde. Macron non ha specificato tempi e modi della riapertura, e ha parlato di dispositivi di protezione per tutti. “Ma servirebbero varie mascherine al giorno per 12,3 milioni di studenti e 880mila insegnanti”, obietta un’insegnante. E test per chi ha sintomi, “anche se spesso i bambini non ne hanno”. È probabile che le lezioni in presenza, per piccoli gruppi, saranno riservate ai figli di chi lavora fuori casa, mantenendo la didattica a distanza per gli altri.
**Germania **Le scuole riapriranno gradualmente dal 4 maggio. L’Accademia delle scienze Leopoldina il 13 aprile aveva stilato un vademecum “per un ritorno graduale alla normalità” in cui consigliava, tra l’altro, di “riaprire le scuole il prima possibile” perché la chiusura fa crescere le disparità sociali, scrive lo Spiegel. “Classi di 15 studenti al massimo potrebbero riprendere le lezioni di tedesco e matematica”, scrivono gli esperti. E gli asili nido “dovrebbero offrire solo servizi d’emergenza, perché è impossibile far osservare misure di sicurezza ai più piccoli, che potrebbero infettare i nonni”.
Italia Non si tornerà a scuola prima di settembre. L’ong Save the children avverte che molti bambini e ragazzi rischiano di rimanere isolati rispetto alle loro classi. Il 42 per cento dei minori vive in case sovraffollate e il 7 per cento è vittima di un grave disagio abitativo. Inoltre solo una famiglia con bambini su tre ha un computer e una su dieci un tablet. Oggi in Italia la dispersione scolastica è al 14,5 per cento e potrebbe aumentare.
“Sono preoccupato per i nostri operatori. Stanno lavorando molto al di là delle loro capacità; tanti si sono ammalati, e i casi sono destinati ad aumentare. Del resto, finora queste persone hanno lavorato senza protezioni: noi indipendenti non eravamo sull’elenco dei servizi prioritari. Ho ordinato su Amazon trenta tute protettive e ho chiesto all’ambasciata cinese di fornirci delle mascherine: ce ne manderanno tremila. Ma cosa succederà quando avremo i primi casi di covid-19 tra bambini e ragazzi?”, dice Michael Wantschura dello Hpkj di Monaco di Baviera, un servizio di assistenza all’infanzia. Tutti i datori di lavoro sono alle prese con lo stesso dilemma: cosa è più importante, la protezione di dipendenti e collaboratori, o quella dei bambini? Quasi tutti si sentono lasciati soli di fronte a questa scelta.
Maud Zitelmann, che ha lanciato l’appello degli scienziati e dei ricercatori, chiedeva di istituire un’unità di crisi a livello nazionale, una commissione composta da esponenti del governo federale e dei singoli land, che fissi delle linee d’intervento chiare. È vero che il ministero della famiglia si è attivato per agevolare l’accesso ai sussidi per le famiglie bisognose con figli minori. Ma mentre ci si è affrettati a varare misure di sostegno all’economia, in molte parti del paese si continuano a tagliare i fondi per i minori. La ministra della famiglia Franziska Giffey ha chiesto che il lavoro di operatori e dipendenti dei consultori, delle comunità per minori e donne abusate sia “incluso nell’elenco dei servizi essenziali”.
Silenzio ingannevole
Nei prossimi giorni continueremo a concentrarci sull’andamento dell’epidemia, sui numeri dei nuovi contagi e dei decessi. E intanto nelle famiglie il livello di stress sarà aumentato, con gravi effetti collaterali. “Tutte le grandi recessioni economiche degli ultimi decenni hanno avuto come conseguenza un notevole aumento delle violenze fisiche, psicologiche e sessuali nei confronti dei bambini”, osserva Jörg Fegert, psichiatra infantile della clinica universitaria di Ulm. “Dobbiamo impedire che alla pandemia da covid-19 segua una pandemia sociale”.
Ma mentre questi avvertimenti ormai non restano più inascoltati, altrove regna un silenzio sospetto. “Il nostro servizio di protezione dell’infanzia sta ricevendo pochissime chiamate. Per noi non è un buon segno: al contrario, temiamo che le violenze domestiche siano in aumento”, dice Gabriele Komesker, direttrice del servizio Kinderschutzambulanz dell’ospedale evangelico di Düsseldorf. Anche gli Jugendamt riferiscono di un drastico calo delle segnalazioni. La polizia di Berlino registra una lieve diminuzione delle denunce per maltrattamenti su bambini e ragazzi forse in parte per la chiusura degli asili nido e delle scuole, che sono importanti spazi di controllo.
Insomma, sono tutti d’accordo: questo silenzio è ingannevole. Forse, dietro le porte, c’è chi grida più forte che mai. ◆ ma
Dove sono finiti i bambini? Da settimane non si vedono più. Nei parchi giochi le altalene dondolano abbandonate, nei recinti di sabbia nessuno si contende più secchielli e palette, i nastri segnaletici bianchi e rossi sbattono al vento, ma a parte quelli non si muove niente. Niente alunne che chiacchierano sugli scuolabus, niente bambini che chiedono dolciumi alle casse dei supermercati. Al loro posto ovunque è solo plexiglas, distanziamento sociale, quotidianità spenta. Ogni tanto si vedono ancora, da lontano, piccole si‑ lhouette che attraversano di corsa una piazza deserta, rubano una boccata d’aria, fanno un rapido giro in bici e subito scompaiono di nuovo dietro le porte delle case. Mentre negli spazi pubblici regna un silenzio quasi inquietante, altrove squillano i telefoni. In questi giorni segnati dalle misure di contenimento la principale linea verde di consulenza per bambini, ragazzi e genitori di tutta la Germania, Nummer gegen Kummer (il numero contro i problemi), riceve più chiamate del solito. Rispetto agli ultimi mesi il numero d’emergenza riservato ai genitori Elterntelefon sta registrando un aumento delle chiamate del 21 per cento; la chat che offre consulenza ai bambini ha il 26 per cento di contatti in più. Anche al numero verde istituito dal ministero della famiglia e gestito da personale medico si rivolgono molti giovanissimi che chiedono allo Jugendamt, l’ufficio per l’infanzia, di essere allontanati dalle famiglie, perché non reggono più l’isolamento dentro casa. Chiusi in camera “Mia madre mi ha buttato fuori. È schizofrenica e alcolista. Durante la quarantena mi ha minacciato e tormentato quasi ogni giorno. È diventata violenta. Sto dormendo da sei giorni nella mia auto. Per favore, richiamatemi!”. Questo il messaggio lasciato da un ragazzo a un operatore dell’organizzazione Off road kids. “Mi restano in tutto 8 euro. Adesso cosa mangiamo?”, chiede una madre di Berlino a Die Arche am Telefon, un’associazione di cristiani evangelici che assiste i bambini in difficoltà e ha sedi in tutta la Germania. Sono due esempi delle centinaia di chiamate che in questi giorni le associazioni e le linee telefoniche specializzate ricevono da bambini, ragazzi e genitori. È passato un mese da quando asili nido e scuole hanno dovuto chiudere precipitosamente per la pandemia: un mese senza doposcuola, senza coro, senza squadra di calcio. I bambini sono reclusi nelle loro stanze, e pian piano aumentano i dubbi e le preoccupazioni di insegnanti, educatori, psicologi e medici: che conseguenze avrà tutto questo sulle famiglie? Cosa stanno vivendo i bambini delle famiglie più in difficoltà, in cui i genitori non di rado devono combattere con povertà, tossicodipendenza e disturbi psichici e fanno affidamento sui servizi pubblici di assistenza? Cosa succede dietro quelle porte e finestre chiuse a ogni sguardo esterno? Le maestre d’asilo e gli insegnanti lavorano da casa, i dipendenti degli Jugendamt hanno ridotto le attività, e i consultori chiudono. In queste circostanze si vedono bene i rischi del distanziamento sociale per tante famiglie che vivono in condizioni difficili. È giusto affidare da un giorno all’altro i bambini alla sola responsabilità dei genitori, senza prima verificare che con loro siano al sicuro? Centinaia di ricercatrici e ricercatori in scienze sociali e dell’educazione in Germania hanno rivolto alla politica e all’opinione pubblica un appello per una maggiore tutela dell’infanzia durante la pandemia. Molti bambini sono diventati invisibili, e i servizi di assistenza stanno abbassando i loro standard proprio ora, in piena crisi. Anche tra gli insegnanti, gli educatori e i pedagogisti cresce la consapevolezza che non basta inviare compiti a casa via email, girare video con le spiegazioni di matematica e chimica e lasciare che i genitori in smart working si affidino alla didattica digitale, rimasta finora dormiente. L’euforia per questa nuova forma d’insegnamento, l’entusiasmo per i podcast di educazione stradale e per le visite virtuali ai musei sta cedendo il passo alla disillusione: gli educatori stanno scoprendo che il contatto con alcuni studenti lasciati a se stessi è quasi impossibile da mantenere, che i pacchetti educativi non possono sostituire la relazione pedagogica. “Sono così preoccupata per i miei alunni che quasi non dormo più”, dice un’insegnante di una scuola elementare in una zona disagiata della Renania settentrionale-Vestfalia. “Molti di loro in casa non hanno un posto dove fare i compiti, spesso non hanno neanche un letto tutto per loro, fanno una vita sregolata. Per bambini così, la scuola è uno spazio protetto, e ora quello spazio gli manca”. Che il lavoro e la scuola, apprendimento e vita siano ora compressi nei ristretti spazi di casa è una prova per tutti, genitori e figli. Alcuni organizzano una nuova vita familiare con una meticolosità da consulenti aziendali, stabiliscono fasce orarie per le lezioni e la spesa, regolamentano le pause e il tempo che si può passare davanti alla tv. Altri sono paralizzati dall’angoscia esistenziale, sopraffatti da una situazione eccezionale di cui nessuno sa prevedere la durata. Molti giovanissimi poi dentro casa non hanno mezzi tecnici adeguati a rispondere alle richieste della scuola, e non solo: si rendono conto anche che i loro genitori non sono in grado di offrirgli né supporto né sicurezza. La scuola elementare della Renania settentrionale citata prima si è impegnata a telefonare a ogni studente una volta alla settimana. L’insegnante chiama la famiglia e con la scusa di fare due chiacchiere si fa passare la bambina o il bambino: “Come stai? Cosa fai? E i tuoi genitori? Mamma ti cucina qualcosa?”. La conversazione viene registrata, e se c’è il sospetto che l’alunno sia trascurato o rischi di subire violenze, gli insegnanti informano lo Jugendamt o la polizia. Sulla homepage del sito della scuola, c’è una sezione rivolta solo ai bambini. E anche qui l’invito: “Se hai problemi, se non stai bene, chiamaci”. Vacanze pericolose Da sempre, scuole e asili nido sono i luoghi dove ci si accorge se un bambino non è pulito a dovere, oppure è coperto di lividi, se ha fame, se è disidratato, se è disperato. “Ma oggi la percezione di questi problemi è notevolmente ridotta, quindi i rischi si moltiplicano”, dice Rainer Becker dell’ong Deutsche Kinderhilfe. “Sappiamo che i casi di violenza domestica aumentano molto, soprattutto intorno alle vacanze di Pasqua e di Natale. Ora siamo in una sorta di vacanza permanente”. Le statistiche dimostrano che nella metà dei casi di violenza domestica sono coinvolti anche bambini. Ogni anno in Germania 4.500 bambini subiscono maltrattamenti tali da richiedere l’intervento di un medico, che poi denuncia gli abusi. Significa dieci, dodici bambini in un giorno. E ogni settimana tre minori di 14 anni muoiono per violenze e maltrattamenti. Il timore degli esperti è che le cifre, in questi tempi di confinamento in casa, salgano. “Cominciamo a notare che più i genitori sono a casa da soli con i figli, più diventano insofferenti, a volte si arrabbiano. Una mamma ci ha chiamato e ci ha detto: ‘Per poco non mi scappava un ceffone’. È un bene ricevere telefonate come questa: significa che chi chiama non è una madre violenta”, dice Bernd Siggelkow, fondatore e direttore dell’associazione Die Arche. Gli operatori dell’associazione sono stati subito d’accordo quando gli è stato ordinato di chiudere le loro sedi a causa della pandemia. “Naturalmente continueremo a occuparci dei bambini”, dicono, “non li lasciamo certo soli”. Solo a Berlino distribuiscono generi alimentari a cinquanta, sessanta famiglie al giorno. Perché nell’isolamento non aumentano solo gli abusi fisici: cresce drammaticamente anche la povertà. In Germania ci sono circa tre milioni di bambini che vivono in situazioni familiari precarie, e si calcola che un adulto su cinque sia a rischio povertà. Le mamme e i papà che vivono dei sussidi pubblici hanno a disposizione solo 2,90 euro al giorno per ogni bambino in età prescolare e quattro euro per ogni bambino che frequenta le elementari. Non c’è da stupirsi quindi se i genitori si chiedono come fare senza aiuti aggiuntivi, ora che non possono più contare sulla colazione e il pranzo offerti da asili nido e scuole e che le mense per i poveri sono chiuse. Gli invisibili Die Arche non si limita a consegnare viveri: i suoi operatori recentemente hanno distribuito ingredienti per fare dolci e hanno chiesto a genitori e figli di preparare una torta e fotografarla. La foto più bella è stata premiata con dei buoni-pizza per tutta la famiglia. La vicinanza, il rimanere in contatto sono decisivi per l’associazione. Nel fine settimana Bernd Siggelkow è venuto a sapere di una bambina che non voleva più uscire dalla sua camera e rifiutava ogni interazione con la madre. È salito in auto ignorando il divieto di uscire, le ha raggiunte, ha parlato con loro e ha trovato una soluzione. Ma c’è chi è ancora più invisibile: i più piccoli, quelli che non sanno digitare un messaggio al cellulare o chiamare un numero verde. Nessuno è sottratto agli sguardi quanto loro: l’ultimo contatto che gli asili hanno avuto con molti genitori risale al momento in cui li hanno informati della chiusura. Però c’è chi tenta di mantenere i contatti con questi bambini attraverso l’affidamento d’emergenza: “In tutta la Germania il nostro lavoro è complicato dall’assenza di regole comuni per decidere quali bambini ne hanno diritto. Perché non ci mettiamo d’accordo per consentire che quelli a rischio possano continuare ad andare all’asilo?”, chiede Katrin Hentze, responsabile della protezione dell’infanzia per conto di Fröbel, un organismo che fornisce assistenza educativa. È lecito esporre i più piccoli a un pericolo per salvare altre persone, come anziani e pazienti vulnerabili? Quando si è deciso di chiudere scuole materne e asili nido in tutto il paese, questa domanda è stata trascurata. Bisognava proteggere il paese, c’era la paura dell’epidemia, ma soprattutto c’era la paura dei politici di commettere errori. Le misure non sono state meditate nel dettaglio. Altrimenti non sarebbe sfuggito che le famiglie già sotto osservazione non potevano cominciare da un giorno all’altro a occuparsi dei figli senza alcun aiuto; che per genitori disoccupati e malati ritrovarsi di colpo a essere, per settimane, gli unici responsabili della cura dei figli, prigionieri insieme a loro in spazi ristretti, significa sostenere una prova estrema. Avrebbe dovuto essere ovvio che in una comunità soggetta all’isolamento la tutela dei più piccoli non è più garantita. Chi sarà responsabile quando, alla fine dell’emergenza, non si conteranno le pratiche di affido? Di norma in Germania la protezione dei minori è organizzata dallo Jugendamt con l’aiuto di pedagogisti, psicologi e terapeuti dei servizi indipendenti per l’infanzia. Ma questo sistema ha dei limiti strutturali. Mancano regolamenti vincolanti che tengano conto dell’emergenza da covid-19. “Gli assistenti familiari interrompono, senza consultarci, le visite a domicilio. Ma la valutazione delle necessità va fatta d’accordo con noi. Queste regole vengono semplicemente ignorate”, si sfoga un operatore dello Jugendamt di un piccolo centro urbano. Insegnanti ed educatori sostengono che gli uffici dello Jugendamt hanno ridotto l’attività all’essenziale e possono essere raggiunti – quando gli riesce – solo dopo giorni. E l’emergenza sta danneggiando anche l’opera dei fornitori indipendenti di servizi. Così non mancano le recriminazioni reciproche. Associazioni e progetti assistenziali lamentano la mancanza di chiarezza in materia di responsabilità e di finanziamenti. Le nuove forme di consulenza familiare via Skype o altri strumenti online in molti casi non vengono pagate. Il benessere di bambini e ragazzi dipende da quanto denaro i comuni dove abitano hanno a disposizione e da quanta importanza danno alla loro tutela. In tutta la Germania circa un milione di minori sono ospitati in comunità o sono presi in carico da servizi ambulatoriali. Tra il nord e il sud della Germania si contano 559 Jugendamt e della tutela dell’infanzia si occupano i circa 15mila operatori del servizio sociale nazionale. Sono loro che tolgono i bambini alle famiglie quando le condizioni sono ormai insostenibili, che elaborano piani di assistenza e cercano dove alloggiarli. E anche se di questi tempi la maggior parte del personale specializzato continua a lavorare per aiutare i bambini bisognosi, a molti risulta difficile svolgere il loro compito. “Vedo una grande insicurezza tra gli operatori. Le cose poco chiare sono molte e in mancanza di direttive chiare, ciascuno agisce autonomamente”, dice Kathinka Beckmann, che insegna tutela dell’infanzia alla Hochschule di Coblenza e che si trova ad ascoltare le voci di tanti professionisti del ramo. “Sono preoccupato per i nostri operatori. Stanno lavorando molto al di là delle loro capacità; tanti si sono ammalati, e i casi sono destinati ad aumentare. Del resto, finora queste persone hanno lavorato senza protezioni: noi indipendenti non eravamo sull’elenco dei servizi prioritari. Ho ordinato su Amazon trenta tute protettive e ho chiesto all’ambasciata cinese di fornirci delle mascherine: ce ne manderanno tremila. Ma cosa succederà quando avremo i primi casi di covid-19 tra bambini e ragazzi?”, dice Michael Wantschura dello Hpkj di Monaco di Baviera, un servizio di assistenza all’infanzia. Tutti i datori di lavoro sono alle prese con lo stesso dilemma: cosa è più importante, la protezione di dipendenti e collaboratori, o quella dei bambini? Quasi tutti si sentono lasciati soli di fronte a questa scelta. Maud Zitelmann, che ha lanciato l’appello degli scienziati e dei ricercatori, chiedeva di istituire un’unità di crisi a livello nazionale, una commissione composta da esponenti del governo federale e dei singoli land, che fissi delle linee d’intervento chiare. È vero che il ministero della famiglia si è attivato per agevolare l’accesso ai sussidi per le famiglie bisognose con figli minori. Ma mentre ci si è affrettati a varare misure di sostegno all’economia, in molte parti del paese si continuano a tagliare i fondi per i minori. La ministra della famiglia Franziska Giffey ha chiesto che il lavoro di operatori e dipendenti dei consultori, delle comunità per minori e donne abusate sia “incluso nell’elenco dei servizi essenziali”. Silenzio ingannevole Nei prossimi giorni continueremo a concentrarci sull’andamento dell’epidemia, sui numeri dei nuovi contagi e dei decessi. E intanto nelle famiglie il livello di stress sarà aumentato, con gravi effetti collaterali. “Tutte le grandi recessioni economiche degli ultimi decenni hanno avuto come conseguenza un notevole aumento delle violenze fisiche, psicologiche e sessuali nei confronti dei bambini”, osserva Jörg Fegert, psichiatra infantile della clinica universitaria di Ulm. “Dobbiamo impedire che alla pandemia da covid-19 segua una pandemia sociale”. Ma mentre questi avvertimenti ormai non restano più inascoltati, altrove regna un silenzio sospetto. “Il nostro servizio di protezione dell’infanzia sta ricevendo pochissime chiamate. Per noi non è un buon segno: al contrario, temiamo che le violenze domestiche siano in aumento”, dice Gabriele Komesker, direttrice del servizio Kinderschutzambulanz dell’ospedale evangelico di Düsseldorf. Anche gli Jugendamt riferiscono di un drastico calo delle segnalazioni. La polizia di Berlino registra una lieve diminuzione delle denunce per maltrattamenti su bambini e ragazzi forse in parte per la chiusura degli asili nido e delle scuole, che sono importanti spazi di controllo. Insomma, sono tutti d’accordo: questo silenzio è ingannevole. Forse, dietro le porte, c’è chi grida più forte che mai. ◆ ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati