Può darsi che l’offensiva russa in Ucraina avanzi a stento, ma Vladimir Putin ha già ottenuto un trionfo diplomatico: a tre mesi dall’inizio della guerra d’aggressione, non si può dire che la Russia sia diventata un paese emarginato a livello internazionale.

L’occidente unito fa fronte contro Putin, ma nel resto del mondo la situazione è diversa: stando ai dati di maggio, sembra che in India, destinata a essere tra qualche anno lo stato più popoloso del pianeta superando la Cina, le importazioni di petrolio dalla Russia siano aumentate di almeno venti volte rispetto a prima dell’invasione dell’Ucraina. L’Indonesia, terza democrazia più popolosa del mondo, ha invitato il presidente russo al vertice del G20 che si terrà a Bali a novembre. Durante l’assemblea generale dell’Onu, all’inizio di marzo, molti paesi – tra cui Brasile, Israele, Turchia e Sudafrica – hanno votato la condanna dell’aggressione russa all’Ucraina ma non hanno aderito alle sanzioni contro Mosca.

In occidente il dibattito è molto concentrato sulla Cina, che si è schierata piuttosto nettamente dalla parte della Russia. Molta meno attenzione è riservata ai paesi che si collocano tra i due poli geopolitici – e che, complessivamente, contano più di due terzi della popolazione mondiale. Quando non si dichiarano neutrali, questi stati dimostrano perfino una certa comprensione per l’invasione russa. Le ragioni di questa posizione sono varie, in parte contraddittorie oppure controverse se guardiamo alla politica interna. In Sudan la giunta militare al potere è dalla parte di Putin, mentre il movimento democratico è solidale con l’Ucraina. In Indonesia il governo cerca di mantenere una posizione equidistante, mentre la maggioranza della popolazione simpatizza per Putin. Nei dibattiti in corso nei paesi in via di sviluppo si percepisce anche una certa soddisfazione per la guerra in Europa: per decenni l’occidente ha condotto le sue guerre per procura in altre parti del mondo senza pagarne mai le conseguenze, mentre ora la violenza è tornata al mittente, come un boomerang.

L’eredità coloniale

Alla fine di febbraio, quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, nella capitale pachistana Islamabad gli ambasciatori occidentali hanno chiesto al governo di condannare l’invasione e il primo ministro Imran Khan (sfiduciato ad aprile) ha espresso un sentimento che molti suoi colleghi delle ex colonie sembrano condividere: “Ma chi pensate di avere di fronte?”, ha detto indignato durante un comizio. “Degli schiavi pronti a fare sempre come dite voi?”. Alimentando la rabbia contro l’occidente, populisti come Khan cercano il consenso del proprio elettorato, con risultati talvolta assurdi: in Turchia, ex potenza imperiale, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha usato la critica del colonialismo occidentale come base ideologica del suo rifiuto di far aderire il paese, membro della Nato, al fronte antirusso.

Ma la protesta contro gli atteggiamenti occidentali non può essere etichettata come semplice strumento nella lotta per il potere: ad animarla ci sono sentimenti ampiamente diffusi. Il sospetto è che l’occidente non consideri sotto attacco in Ucraina la libertà di uno stato sovrano, quanto piuttosto la propria posizione di dominio.

Negli ultimi anni a Washington e a Berlino si sarà anche parlato del declino dell’occidente ma, in buona parte del mondo, il dominio occidentale è ancora realtà. Un esempio sono i vaccini contro il covid-19: a livello globale le dosi somministrate sono 11,7 miliardi; in occidente milioni di dosi sono state distrutte perché inutilizzate, ma appena il 12 per cento degli 1,3 miliardi di africani ha completato il ciclo vaccinale. Nell’opinione pubblica non occidentale questo fenomeno ha un nome: apartheid vaccinale. La Russia, invece, in molte ex colonie ha ancora oggi la reputazione di alleata nelle lotte di liberazione antimperialiste del novecento. In Sudafrica, per esempio, l’Unione Sovietica sosteneva la lotta dell’African national congress, al contrario degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, a lungo favorevoli al regime dell’apartheid.

Finora molti governi africani hanno ignorato la natura imperialistica della politica espansionistica di Putin, così come hanno ignorato il memorabile discorso che Marin Kimani, ambasciatore keniano alle Nazioni Unite, ha tenuto alla fine di febbraio di fronte al Consiglio di sicurezza. Kimani ha parlato delle esperienze coloniali africane per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, concludendo così il suo discorso: “Dobbiamo risorgere dalle ceneri degli imperi senza cadere in nuove forme di dominio e oppressione”.

Materialmente la guerra in Ucraina ha effetti ben peggiori sugli abitanti della lontana Africa che non su quelli della vicina Europa

Contro la doppia morale

Mosca viola il diritto internazionale, Putin vuole un cambio di regime a Kiev e nega all’Ucraina anche il diritto di esistere; gli ucraini difendono eroicamente il loro paese: questa è la situazione descritta dai governi occidentali.

Nei paesi in via di sviluppo molti chiedono: chi è che ha violato il diritto internazionale invadendo l’Iraq nel 2003? Se gli ucraini non rinunciano al proprio paese perché dovrebbero farlo i palestinesi? Insomma, l’occidente è accusato di usare due pesi e due misure, non da ultimo quando si tratta delle sofferenze della popolazione civile.

Alla fine di marzo a New York, Mathu Joyini, ambasciatrice del Sudafrica all’Onu, ha osservato che chi ora denuncia la crisi umanitaria in Ucraina dovrebbe avere ben presenti anche le conseguenze devastanti degli interventi occidentali in Iraq e in Libia e, quando parla di aiuti umanitari, dovrebbe considerare innanzitutto la gravità della situazione e non i propri interessi geostrategici. Ma spesso succede il contrario: oggi nel Corno d’Africa 14 milioni di persone rischiano di essere colpiti dalla carestia e all’orizzonte non si vede il necessario sostegno umanitario, anche perché i paesi donatori occidentali hanno indirizzato i loro fondi agli aiuti per l’Ucraina. Secondo l’Onu nel 2021 lo Yemen, dove venti milioni di persone dipendono dagli aiuti alimentari internazionali, riceveva il 61 per cento di quello di cui aveva bisogno, mentre nel 2022 ha avuto per ora solo il 2 per cento. Già un mese dopo l’invasione di Putin non c’è più stato un solo paese – non la Siria, non l’Afghanistan – che ricevesse più aiuti dell’Ucraina.

Va sottolineato, però, che alcuni di quelli che criticano con più veemenza la doppia morale occidentale non sono sempre del tutto coerenti nelle loro argomentazioni. La sinistra araba, tanto eloquente quando si trattava di criticare l’invasione occidentale dell’Iraq e dell’Afghanistan, ha invece taciuto sui crimini di guerra russi in Siria, oppure si è abbandonata a teorie del complotto antiamericane. Yassin al-Haj Saleh, noto intellettuale dissidente siriano, in un articolo ha osservato che “al centro del dibattito non c’è affatto la Siria. La Siria non serve ad altro che a far tornare di moda vecchi dogmi sull’imperialismo statunitense e i suoi intrighi”.

Quando in Europa si dice che la guerra in Ucraina “è più vicina” delle guerre nella lontana Africa, s’intende in realtà che, vista la vicinanza geografica, c’identifichiamo più facilmente con la sofferenza delle famiglie ucraine, anche perché l’aggressore russo minaccia senza mezzi termini l’Europa con le armi atomiche. Ma materialmente la guerra in Ucraina ha effetti peggiori sugli abitanti della lontana Africa che su quelli della vicina Europa occidentale: dati i prezzi crescenti dei cereali, il Ghana sta arrivando alla fame mentre l’esplosione dei prezzi del carburante in Nigeria porterà alla sospensione temporanea di tutti i voli interni.

Nell’epoca degli intrecci globali delle forniture non è necessariamente chi si sente più vicino a un evento a subire i danni maggiori. I costi della guerra in Ucraina rischiano di far collassare economicamente molti dei paesi più poveri del mondo, già fragili politicamente. La colpa andrebbe attribuita a Putin, che, per esempio, impedisce l’esportazione di grano dall’Ucraina. Ma più spesso a essere considerato responsabile è il ricco occidente che, con le sanzioni, alimenta l’inflazione.

La Russia serve ancora

L’occidente, argomenta chi lo contesta, ha creato nei paesi in via di sviluppo quelle dipendenze che ora li stanno mettendo in ginocchio. Il fatto che le multinazionali agricole occidentali si siano rifiutate di liberalizzare i brevetti delle sementi, per esempio, costringe oggi molti stati africani a importare buona parte del loro fabbisogno di cereali da Russia o Ucraina. Tra questi paesi c’è anche l’Egitto che, prima di concentrarsi prevalentemente sulla produzione di cotone, era uno dei più grandi produttori mondiali di grano.

Subito dopo l’invasione, la questione dei prezzi in Brasile è diventata determinante per la sopravvivenza politica del presidente Jair Bolsonaro: il paese è il maggior esportatore mondiale di soia e l’agricoltura dipende considerevolmente dai fertilizzanti russi. Con la crescita dei prezzi dei generi alimentari e i grandi proprietari terrieri inferociti, a ottobre Bolsonaro rischia di non essere rieletto. Perciò ha chiarito: “Per noi il settore dei fertilizzanti è sacro e rimarremo neutrali”.

Nel dibattito su sanzioni ed embarghi si dimentica che i paesi industrializzati possono anche sostenere i costi della guerra in Ucraina “facendo delle rinunce”, mentre molti paesi poveri hanno poco o niente a cui poter rinunciare.

Salta all’occhio come Israele, partner strettissimo di Stati Uniti ed Europa, eviti di criticare Mosca. Il motivo è semplice interesse: la presenza dell’esercito russo in Siria obbliga quello israeliano a cercare un accordo per poter continuare con i suoi attacchi aerei contro le milizie filoiraniane in territorio siriano. “Il nostro confine con la Siria è di fatto un confine con la Russia”, ha detto il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid.

Molti paesi hanno solidissime ragioni geostrategiche per sostenere la Russia come attore nelle relazioni internazionali o per tenere in considerazione gli obiettivi di Mosca. Molti vedono nella Russia un’alternativa agli Stati Uniti e all’Europa, un’assicurazione contro la dipendenza totale dall’occidente. Egitto e Arabia Saudita, per esempio, sono stati per anni alleati di Washington, ma poi l’occidente, in particolare nel contesto delle primavere arabe, li ha messi sotto pressione denunciando le violazioni dei diritti umani; da allora vogliono tenersi aperte altre opzioni.

Dal 2014 l’Egitto, il cui esercito tradizionalmente è in gran parte equipaggiato dagli Stati Uniti, ha importato dalla Russia forniture militari per un valore di più di tre miliardi di dollari; ultimamente i due paesi hanno tenuto perfino delle esercitazioni militari congiunte. Quest’anno in Egitto è in programma la costruzione di una centrale nucleare russa. L’India, grande potenza emergente e cliente fissa dell’industria russa degli armamenti, nella guerra in Ucraina ha visto un’opportunità strategica: dall’inizio del conflitto Mosca sta vendendo greggio all’India a prezzi ridotti, il che, visti gli obiettivi di crescita del paese, fa molto comodo al primo ministro Narendra Modi. Inoltre, con la sua neutralità, New Delhi cerca d’impedire che la Russia finisca definitivamente dalla parte della rivale Cina, e può trarre vantaggio dal fatto che l’occidente si trova costretto a cercare di conquistare i suoi favori.

Quale ordine mondiale?

In occidente si dice spesso che il mondo sta andando verso un nuovo confronto tra blocchi, con gli stati democratici schierati in difesa di un “ordine internazionale basato sulle regole” e un fronte autoritario a guida russo-cinese che tenterebbe di turbare quest’ordine e di sostituirlo. Ma i paesi in via di sviluppo che vogliono prendere una posizione netta in un simile conflitto sono pochissimi: a oggi, la Cina è il principale partner commerciale di più di 120 paesi. E poi, perfino in democrazie come l’India e l’Indonesia leader politici e intellettuali autorevoli nutrono dubbi su quest’“ordine internazionale basato sulle regole”: le regole sono state stabilite dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e, sotto molti punti di vista, penalizzano i paesi in via di sviluppo. Inoltre, dichiarando guerra all’Iraq in spregio al diritto internazionale, è stato proprio l’occidente a violarle.

Per il sud globale è necessario riformare il sistema internazionale. È dagli anni novanta che potenze emergenti come India e Brasile premono inutilmente per entrare nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche il sistema della finanza globale resta saldamente in mano all’occidente: le massime cariche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale sono ancora assegnate rispettivamente dai governi statunitense ed europeo. Di recente l’intellettuale malaysiano Chandran Nair ha detto che è proprio alla luce della tragedia della guerra in Ucraina che dovrebbe nascere “un nuovo ordine mondiale” in grado di evitare simili conflitti in futuro: “Perchè in questo nuovo mondo il potere sarà distribuito in modo più equilibrato, e non domineranno più i miopi interessi interventisti occidentali”.

Ma un ordine mondiale che includa paesi fin qui svantaggiati sarà in grado di generare un’autentica solidarietà globale? Oppure, alla fine, si tratta solo di aumentare l’influenza dei leader autoritari? A queste domande Nair e altri critici finora non hanno saputo rispondere. ◆ sk

Questo articolo è uscito sul numero 1463 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati