Il presidente russo Vladimir Putin ha commesso un grave errore strategico invadendo l’Ucraina. Ha calcolato male il clima politico nel paese, che certamente non aspettava di essere “liberato” dai soldati russi. Si è fatto un’idea sbagliata degli Stati Uniti, dell’Unione europea e di molti altri paesi, tra cui l’Australia, il Giappone, Singapore e la Corea del Sud, che sono stati capaci di collaborare prima della guerra e che ora sono tutti impegnati a favorire la sconfitta della Russia in Ucraina. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno imponendo gravi costi a Mosca. Ogni guerra è una battaglia per conquistare l’opinione pubblica, e la guerra di Putin in Ucraina, in un’epoca dominata dai mezzi d’informazione di massa, ha associato la Russia a un attacco a sangue freddo contro un vicino pacifico, a un’enorme crisi umanitaria e a numerosi crimini di guerra. A ogni passo aumenta l’indignazione, che sarà un ostacolo per la politica estera russa nel futuro.

Non meno significativi dell’errore strategico di Mosca sono i fallimenti tattici del suo esercito. È sempre difficile valutare le prime fasi di un conflitto, ma si può affermare con certezza che la pianificazione e la logistica russa sono state inadeguate e che la mancanza di informazioni ai soldati e perfino agli ufficiali di alto rango è stata devastante per il morale. La guerra avrebbe dovuto concludersi rapidamente, con un attacco fulmineo per decapitare il governo ucraino o costringerlo alla resa. A quel punto Mosca avrebbe imposto la neutralità dell’Ucraina o avrebbe stabilito la supremazia russa sul paese. Limitare al minimo la violenza avrebbe potuto significare ridurre al minimo anche le sanzioni. Se il governo di Kiev fosse caduto rapidamente, Putin avrebbe potuto sostenere di aver avuto sempre ragione: dato che l’Ucraina non era stata capace di difendersi o non aveva voluto farlo, non era un vero paese, proprio come aveva detto lui.

Ma Putin non riuscirà a vincere la guerra alle sue condizioni preferite. Anzi, ci sono molti modi in cui alla fine potrebbe uscirne sconfitto. Potrebbe impantanare il suo esercito in una costosa e inutile occupazione dell’Ucraina, distruggendo il morale dei soldati, consumando risorse e ottenendo in cambio solo la vuota illusione della grandezza russa e un paese confinante ridotto alla povertà e al caos. Potrebbe stabilire un certo controllo su parti dell’Ucraina orientale e meridionale e probabilmente su Kiev, ma dovrebbe affrontare la resistenza ucraina nell’ovest e azioni di guerriglia in tutto il paese – uno scenario simile a quello della guerra partigiana che si svolse in Ucraina durante la seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo dovrebbe affrontare il graduale declino economico della Russia, il suo isolamento crescente e l’impossibilità di garantire la ricchezza su cui si basano le grandi potenze. Soprattutto, potrebbe perdere l’appoggio della popolazione russa e delle élite da cui dipende per portare avanti la guerra e restare al potere, anche se la Russia non è una democrazia.

Putin sembra voler ripristinare una sorta di imperialismo russo. Ma quando si è lanciato in questa straordinaria scommessa forse si è dimenticato gli eventi che portarono al crollo dell’impero russo. L’ultimo zar, Nicola II, fu sconfitto nella guerra contro il Giappone del 1905. Poi fu vittima della rivoluzione bolscevica e perse non solo la corona, ma anche la vita. La lezione è che i leader autoritari non possono perdere le guerre e restare al potere.

E ora?

È improbabile che Putin perda la guerra sul campo, ma potrebbe perderla quando i combattimenti saranno cessati e la domanda sarà: “E ora?”. Le conseguenze impreviste e indesiderate di questo conflitto insensato saranno difficili da digerire per la Russia. Inoltre la mancanza di pianificazione politica per il dopo, paragonabile a quella fallimentare degli Stati Uniti in Iraq, contribuirà a rendere questa guerra impossibile da vincere.

Le analogie con l’occupazione francese dell’Algeria sono evidenti

L’Ucraina non riuscirà a cacciare l’esercito russo dal suo territorio. Le forze armate russe sono di un’altra categoria rispetto a quelle ucraine, e ovviamente la Russia è una potenza nucleare, al contrario dell’Ucraina. Finora l’esercito ucraino ha combattuto con determinazione ammirevole e abilità, ma il vero ostacolo all’avanzata russa è la natura stessa di questa guerra. Ricorrendo ai bombardamenti aerei e ai missili, Mosca potrebbe radere al suolo le città ucraine e ottenere il predominio sul terreno. Potrebbe raggiungere lo stesso risultato con un uso limitato delle armi nucleari. Se Putin dovesse prendere questa decisione, niente nel sistema russo potrebbe fermarlo. “Fanno il deserto e lo chiamano pace”, scrisse lo storico Tacito a proposito delle tattiche belliche di Roma, attribuendo quelle parole a Calgaco, il comandante dei Caledoni. È una delle opzioni di Putin in Ucraina.

Putin però non potrebbe semplicemente andarsene dal deserto. Ha scatenato la guerra per creare un cuscinetto tra la Russia e il sistema guidato dagli Stati Uniti in Europa. Non potrebbe fare a meno di mettere in piedi una struttura politica per raggiungere i suoi obiettivi e mantenere un certo livello di ordine nel paese. Ma la popolazione ucraina ha già dimostrato che non accetterà l’occupazione. Resisterà con determinazione, con atti di ribellione quotidiani e con un’insurrezione interna o contro uno stato fantoccio messo in piedi dall’esercito russo nell’est del paese. Le analogie con la guerra in Algeria tra il 1954 e il 1962 sono evidenti. La Francia era superiore a livello militare, ma gli algerini riuscirono a logorare l’esercito francese e a indebolire il sostegno per la guerra a Parigi.

Forse Putin può mettere insieme un governo fantoccio con Kiev come capitale, una sorta di Vichy ucraina. Forse può ottenere dalla polizia segreta il sostegno necessario a sottomettere la popolazione di questa colonia russa. La Bielorussia, che si regge su un governo autoritario, sulla repressione poliziesca e sul sostegno dell’esercito russo, potrebbe essere un modello per un’Ucraina orientale dominata dalla Russia, ma solo sulla carta. Un’Ucraina russificata può esistere nella fantasia di Mosca, e i governi sono certamente capaci di agire basandosi sulle loro fantasie. Ma non potrebbe mai funzionare in pratica, a causa delle dimensioni del paese e della sua storia recente.

Nei suoi discorsi, Putin sembra perso a metà del novecento. È preoccupato dal nazionalismo germanofilo ucraino degli anni quaranta (da qui i suoi frequenti riferimenti ai nazisti ucraini e il suo obiettivo dichiarato di “denazificare” l’Ucraina). È vero che in Ucraina ci sono forze politiche di estrema destra. Ma quello che Putin non riesce a vedere o ignora è che il senso di appartenenza nazionale emerso nel paese dopo l’indipendenza del 1991 è molto più forte e diffuso. La risposta militare russa alla rivoluzione del 2014, che aveva rovesciato un governo filorusso corrotto, è stata un’altra spinta per questo sentimento. Dall’inizio dell’invasione il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj è stato abile nei suoi appelli al nazionalismo. Un’occupazione russa rafforzerebbe l’identità nazionale ucraina, anche creando dei martiri per la causa, come successe in Polonia nell’ottocento.

Costi proibitivi

Per funzionare, quindi, l’occupazione dovrebbe essere un’enorme impresa politica e coprire almeno metà del territorio ucraino. I costi sarebbero incalcolabili. Forse Putin ha in mente qualcosa di simile al patto di Varsavia, con cui l’Unione Sovietica dominava su molti stati-nazione europei. Anche quel sistema era costoso, ma non quanto controllare una zona di ribellione interna, armata fino ai denti dai suoi alleati stranieri e costantemente alla ricerca dei punti deboli dell’occupante. Uno sforzo di questo tipo prosciugherebbe le finanze russe.

Nel frattempo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai paesi europei separeranno la Russia dall’economia globale. Gli investimenti dall’estero svaniranno, sarà molto più difficile trovare i capitali, e i trasferimenti di tecnologia si interromperanno. I mercati chiuderanno le porte alla Russia, probabilmente anche quelli del petrolio e del gas, la cui esportazione è stata fondamentale per la modernizzazione dell’economia avviata da Putin. Gli imprenditori lasceranno il paese.

Gli effetti a lungo termine sono prevedibili. Come ha scritto Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze, questi stati tendono a combattere le guerre sbagliate, assumendosi pesi finanziari e danneggiando così la crescita economica, la linfa vitale di una grande potenza. Nell’improbabile eventualità che la Russia riesca a sottomettere l’Ucraina, potrebbe anche rovinarsi per farlo.

Una variabile cruciale è l’opinione pubblica russa. In passato la politica estera di Putin è stata molto popolare, in particolare l’annessione della Crimea. In generale l’assertività di Putin è apprezzata da molti russi, anche se non da tutti. Potrebbe essere così anche nei primi mesi della guerra in Ucraina. I soldati caduti saranno celebrati e, come capita in tutti i conflitti, saranno un incentivo a dare un senso al loro sacrificio andando avanti con la guerra e la propaganda. Un tentativo globale di isolare la Russia potrebbe rivelarsi controproducente, perché i russi resterebbero separati dal mondo esterno e finirebbero per basare la loro identità nazionale sul rancore e sul risentimento.

Il cadavere di un soldato russo vicino a Charkiv, 25 febbraio 2022 (Tyler​ Hicks, The New York Times/Contrasto)

Ma è più probabile che l’orrore della guerra si ritorca contro Putin. Nel 2016 i russi non sono scesi in piazza per protestare contro il bombardamento di Aleppo e le altre catastrofi umanitarie provocate dalle forze russe nel corso della guerra civile siriana. Ma per loro l’Ucraina ha un significato molto diverso. Ci sono milioni di famiglie russo-ucraine, e i due paesi mantengono forti legami culturali, linguistici e religiosi. Le informazioni su quello che succede in Ucraina arriveranno in Russia attraverso i social network e altri canali, smentendo la propaganda e screditando chi la diffonde. È un dilemma etico che Putin non può risolvere solo con la repressione. E la repressione stessa può essere controproducente. È già successo nella storia russa: basta pensare all’Unione Sovietica.

Una macchia indelebile

Le conseguenze di una sconfitta russa in Ucraina porrebbero delle sfide cruciali per l’Europa e gli Stati Uniti. Ipotizzando che un giorno Mosca sia costretta a ritirarsi, ricostruire l’Ucraina con l’obiettivo di accoglierla nell’Unione europea e nella Nato sarà un’impresa di proporzioni gigantesche. E l’occidente non può deludere gli ucraini di nuovo. Se la Russia riuscisse a imporre un debole controllo sul paese, invece, appena a est dei confini della Nato potrebbe emergere un’area frammentata e instabile, segnata da continui combattimenti, con strutture di governo limitate o assenti. Sarebbe la peggior catastrofe umanitaria in Europa da decenni.

Altrettanto preoccupante è la prospettiva di una Russia indebolita e umiliata, in preda a impulsi revanscisti simili a quelli che covavano i tedeschi dopo la prima guerra mondiale. Se Putin riuscirà a conservare il potere, la Russia diventerà uno stato-paria, una superpotenza canaglia con un esercito devastato ma un arsenale atomico intatto. La macchia della guerra in Ucraina segnerà la politica russa a lungo. È raro che un paese tragga profitto da una guerra persa. L’inutilità delle spese sostenute, le perdite umane e il declino geopolitico definiranno la traiettoria di Mosca e la sua politica estera per anni. È difficile immaginare che dagli orrori di questa guerra possa emergere una Russia liberale.

Anche se Putin dovesse perdere il controllo del paese, è improbabile che la Russia diventi una democrazia filo-occidentale. Potrebbe spaccarsi, soprattutto nel Caucaso del nord. Potrebbe trasformarsi in una dittatura militare dotata di armi nucleari. I governi occidentali sbaglierebbero a non sperare in una Russia migliore che riesca a integrarsi davvero nell’Europa, e dovrebbero fare tutto il possibile per favorire questo sviluppo, anche mentre si oppongono alla guerra di Putin. Ma sarebbero ingenui se non si preparassero a eventualità più preoccupanti.

La storia ha dimostrato che è molto difficile costruire un ordine internazionale stabile con una potenza umiliata e in cerca di rivalsa vicino al suo centro, specialmente se delle dimensioni e del peso della Russia. Per farlo l’occidente dovrebbe adottare una strategia di continuo isolamento e contenimento. In questo caso tenere a freno Mosca e garantirsi il sostegno degli Stati Uniti sarebbe la priorità per l’Europa, che dovrebbe sostenere la maggior parte dello sforzo necessario a gestire una Russia isolata dopo la sconfitta in Ucraina, mentre Washington potrebbe decidere di concentrarsi finalmente sulla Cina. Pechino, dal canto suo, potrebbe cercare di estendere la sua influenza su una Russia indebolita. Il risultato sarebbe la formazione di blocchi contrapposti e il dominio cinese, proprio quello che l’occidente voleva evitare all’inizio di questo decennio.

Il fardello dell’Europa

Nessuno, fuori e dentro la Russia, dovrebbe desiderare che Putin vinca la guerra in Ucraina. È meglio che perda. Ma ci sarebbe comunque poco da festeggiare. Anche se Mosca fermasse l’invasione, la violenza già inflitta all’Ucraina è un trauma che durerà per generazioni. E l’invasione non si fermerà in tempi brevi. Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero cercare di sfruttare gli errori di Putin, non solo rafforzando l’alleanza atlantica e incoraggiando gli europei a concretizzare il loro desiderio di indipendenza strategica, ma anche ricordando alla Cina le due lezioni del fallimento russo: la prima è che sfidare le norme internazionali, come la sovranità degli stati, comporta costi significativi; la seconda è che le avventure militari indeboliscono chi le tenta.

Se un giorno gli Stati Uniti e l’Europa riusciranno a contribuire al ripristino della sovranità ucraina e contemporaneamente a spingere Russia e Cina verso una visione comune dell’ordine internazionale, allora l’errore di Putin si trasformerà in un’occasione per l’occidente. Ma il prezzo da pagare sarà stato incredibilmente alto. ◆ as

Liana Fix e Michael Kimmage sono due storici del centro studi statunitense German Marshall fund .

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati