Nessuno di noi conosceva il motivo per cui il signor Barati teneva sempre la mano sinistra nella tasca dei pantaloni. Tiravamo tutti a indovinare. Secondo le ragazze era perché sapeva che quel gesto gli conferiva un fascino irresistibile. Nelle foto di gruppo d’inizio e fine anno scolastico il signor Barati aveva sempre la mano sinistra in tasca e un misterioso sorriso gli incurvava appena le labbra. Era il sosia di Clark Gable.

Alcuni di noi vedevano in quella posa altezzosa un modo di fare per sedurre le donne. Ma non era da lui, dicevano altri. Il signor Barati non aveva bisogno di assumere certi atteggiamenti, davvero. Con quelle spalle larghe e l’alta statura, i baffi folti, gli occhiali di tartaruga, i capelli lisci e impomatati pettinati all’indietro e quegli abiti sartoriali blu scuro o grigio tortora che abbinava a cravatte alla moda, non aveva proprio bisogno di darsi delle arie per rubare il cuore delle maestre che lavoravano nella sua scuola.

Il signor Barati aveva sempre la mano sinistra in tasca e un misterioso sorriso gli incurvava appena le labbra. Era il sosia di Clark Gable

Qualcun altro ipotizzava che un giorno il signor Barati avesse scommesso con se stesso di riuscire a fare tutto con una mano sola e che si fosse poi abituato così. Portava sempre le scarpe con le stringhe e, insomma, vederlo mettere prima un piede e poi l’altro sul gradino per allacciarle solo con la destra, oppure farsi il doppio nodo alla cravatta sempre senza usare la sinistra, cose che noi facevamo normalmente con due mani e per giunta a fatica, solleticava la nostra immaginazione.

C’era chi diceva che il signor Barati aveva perso la mano in guerra. Ma quale guerra? Erano cent’anni che non ne scoppiava una. Oltre a ciò, la mano sinistra lui ce l’aveva, era evidente. Solo che era in tasca. La mano sinistra del signor Barati esisteva. Era lì, davanti agli occhi di tutti, era solo nascosta nella tasca dei pantaloni. E a volte in quella dell’impermeabile.

Mash Karim, il custode della scuola, diceva di averla vista e di conoscere il motivo per cui la nascondeva. Ma teneva la bocca cucita e non sputò il rospo finché uno di noi non mise mano al portafoglio.

Un giorno, raccontò Mash Karim, era prevista una visita di controllo del dipartimento dell’istruzione e il signor Barati aveva deciso di non tornare a casa per pranzo, fosse mai che il sovrintendente arrivasse proprio mentre lui non c’era. Allora Mash Karim lo invitò a mangiare un piatto di kale jush e il signor Barati accettò di buon grado. Mash Karim gli offrì addirittura un pigiama da indossare, sicuro del fatto che il signor Barati non si sarebbe mai seduto sul suo tappetaccio da quattro soldi con i suoi pantaloni blu di lana pettinata. Mash Karim aveva già calcolato che se il signor Barati si fosse tolto i pantaloni per indossare quelli del pigiama non avrebbe potuto tenere nascosta la sua mano. Ma prese un granchio. Il signor Barati se li infilò facendoli passare sotto quelli di lana e il caso volle che anche il pigiama fosse dotato di tasche. Quando mai i pigiami hanno le tasche?

Mentre il signor Barati schiacciava un pisolino dopo pranzo, Mash Karim, dispiaciuto per l’occasione perduta, gridò a tradimento che era arrivato il sovrintendente e fece finta di guardare da uno spiraglio della tenda. Il signor Barati si precipitò ad afferrare i pantaloni e a infilarli sopra il pigiama. Il tempo di un battito di ciglia, la mano uscì da una tasca ed entrò nell’altra. Era stata una frazione di secondo, eppure Mash Karim giurava e spergiurava di aver visto che la mano sinistra del signor Barati era paralizzata, inerte, come morta. Nessuno di noi credeva a quelle parole. È mai possibile che la mano di un uomo vivo sia morta? Mash Karim diceva che di morti ne aveva visti tanti in vita sua. Sì sentì addirittura in dovere di confessare che da ragazzo aiutava suo padre a lavare i corpi all’obitorio. Mash Karim diceva: “La sinistra del signor Barati è morta e defunta. L’ho vista con i miei occhi. È pallida, con le vene secche e bluastre. Pare quella di un cadavere”.

La maggior parte di noi non ci credeva. Però Mash Karim speculava alla grande su questo racconto. Gli alunni della scuola gli davano la mancia per sentirlo. La storia aveva avuto un merito: i ragazzi, adesso, temevano il signor Barati ancora più di prima.

Già senza quella mano cadaverica, il signor Barati faceva tremare di paura. Insegnava matematica ed era anche il preside. Tra una lezione e l’altra prendeva la riga e passeggiava per il cortile della scuola battendosela lungo la gamba. Bastava che passasse per far tacere di colpo schiamazzi e risate. Adesso che aveva la mano di un morto, la sua autorità si elevava a quella dell’angelo Azrael e nessun alunno in un raggio di venti metri da lui osava fiatare.

Il mistero durò finché, una sera, uscimmo in gruppo per festeggiare il compleanno di un collega e ci imbattemmo nella taverna dell’oste Avanes. Pian piano l’alcol ci riscaldò, le formalità furono messe da parte e ognuno di noi cominciò a uscirsene con qualche buffonata.

Uno imitava il verso delle cornacchie, un altro cantava le canzoni di Susan e un altro ancora si metteva a ballare come Nematollah Aghasi. Il signor Barati li accompagnava canticchiando e storpiando le parole. Poi, a poco a poco, passammo a raccontarci vecchie storie.

Il signor Barati, ormai più che brillo, tenne banco con la storia del ventennale litigio tra i suoi genitori. Sua madre e suo padre avevano passato gli ultimi anni senza parlarsi ed erano morti senza aver fatto pace. Il tutto per una questione ridicola.

“Avevo cinque anni quando salii sul gelso di mio nonno per raccogliere le more. Scivolai con il piede, cascai a terra e, non so come, mi ruppi la mano. Il medico del paese me la ingessò e quando un mese dopo mi tolsero il gesso si accorsero che era storta e non si muoveva.

Mio padre mi portò dal medico di un paese vicino. Quello mi fece tener fermo da tre tizi che erano lì e mi saltò a piè pari sulla mano. La mano si ruppe di nuovo, lui la sistemò, ci spalmò una pomata e la ingessò. Dopo un mese, quando riaprirono il gesso, la mano era sempre storta e ancora non si muoveva.

Il medico del nostro paese mi ruppe la mano e la sistemò per una terza volta. Solo che non ci fu verso di raddrizzarla. Ci dissero che il mausoleo dell’imamzadeh Davud era il rimedio per tutti i mali. Donne sterili rimanevano incinte, ciechi riacquistavano la vista: una mano storta cosa vuoi che fosse per l’imam?”.

Il padre e la madre del signor Barati fecero salire sul treno il loro diletto ultimogenito e si misero in viaggio verso il mausoleo. Qui lo lasciarono tre giorni e tre notti legato con una catena alla grata della tomba dell’imam per ottenere la grazia. La madre del signor Barati si raccomandò: “Se vedi una luce non fartela scappare, valle incontro. Devi dire: ‘Signore mio, concedimi la grazia!’. Invoca l’intercessione del profeta, di’ che ti ha mandato lui, giuraglielo”. E il signor Barati si chiedeva se fosse giusto mentire al santissimo imam.

Il quarto giorno, il padre aveva ormai perso le speranze in un miracolo e aveva anche finito la dose di oppio che si era portato da casa. Quello che vendevano alla taverna costava un occhio della testa. Perse la pazienza e si mise a raccogliere le loro quattro carabattole per caricarle in groppa a un mulo e raggiungere Teheran prima del tramonto. Il signor Barati, che aveva cinque anni, dopo quella serie di nottate passate a dormire poco e male, stava finalmente scivolando in un sonno profondo, quando il padre lo chiamò per partire. La madre lo aveva pregato fino all’ultimo di non svegliare il figlio e lui per mezz’ora gli aveva girato intorno mordendosi i baffi. Ma poi, spinto dal timore d’incamminarsi con il buio, ignorò gli scongiuri della moglie, svegliò il bambino e lo piazzò in sella al mulo. Il signor Barati mugugnava mezzo addormentato: “Mi ha mandato il profeta…”. Alla madre vennero le lacrime agli occhi, gli chiese: “L’imam ti è apparso in sogno?”. E il bambino rispose: “Ho visto una luce. L’ho seguita, ma era veloce. Gli ho tirato la tunica e gli ho detto che mi ha mandato il profeta. Ma la luce è sparita e mi sono svegliato”. La madre ormai era convinta. L’imam stava quasi per salvare suo figlio e guarirlo, quando quell’oppiomane di suo marito l’aveva sottratto al sonno.

Nessuno, da allora, si sarebbe più preoccupato della mano del signor Barati, che avrebbe smesso di crescere e sarebbe rimasta piccola e atrofica. La madre non avrebbe mai più perdonato il padre, che con la sua smania di tornare a casa a fumare aveva spezzato il cuore all’imam. La mano del signor Barati non sarebbe mai più tornata a essere una mano e la lite tra i suoi genitori non sarebbe mai finita.

Eravamo tutti ammutoliti e ci era passata la sbornia. Il signor Barati chiosò: “So che avevo fatto quel sogno perché mia mamma non aveva fatto altro che parlare dell’imam e della luce. Col senno di poi, avrei preferito che mi si rompesse anche l’altra mano piuttosto che dirglielo. Povera donna, ha passato una vita a rodersi il fegato e a tormentare mio padre”.

Uno di noi ruppe quell’atmosfera pesante: “Signor Barati, fate attenzione che nessuno venga a sapere di questa storia. Col fatto che Mash Karim ha sparso la voce che la vostra mano pare quella di un morto, anche il più incorreggibile degli alunni è diventato un agnellino. Vi prego, non privateci di questa pace!”. Il signor Barati volle sapere com’erano andate le cose e quando gli raccontarono del tiro mancino che gli aveva giocato Mash Karim, invece di arrabbiarsi come ci aspettavamo si sganasciò dalle risate. “Bene, se per me è stato un tiro mancino, per lui è stata una giocata vincente. Lasciategli pure raccontare quel che vuole”.

Fu così che le pretendenti del signor Barati si diradarono all’improvviso. Le ragazze dicevano che non avevano idea di come avrebbero reagito se il signor Barati, un giorno, gli avesse mostrato la mano. Una si chiedeva se la sua futura sposa sarebbe stata obbligata a toccarla. Un’altra era convinta che sarebbe svenuta dalla paura. Insomma, le ammiratrici del signor Barati si erano scoraggiate e i giovani scapoli poterono tirare un sospiro di sollievo.

“Avevo cinque anni quando salii sul gelso di mio nonno per raccogliere le more. Scivolai con il piede, cascai a terra e, non so come, mi ruppi la mano”

C’era anche una nutrita schiera d’insegnanti che dicevano che se si fossero trovati al posto del signor Barati, la mano non l’avrebbero mai nascosta. Sostenevano che bisognava fregarsene del parere altrui. Pazienza se agli altri faceva senso. Quella mano che teneva sempre in tasca era pur sempre una mano. Poteva usarla per aiutarsi a portare un vassoio. Con un po’ d’ingegno, poteva infilare un coltello tra le dita. Se c’era da tirare su una cerniera o allacciarsi le scarpe, poteva essere senz’altro utile. Ma quella di tenere la mano in tasca era una decisione che il signor Barati aveva preso proprio a cinque anni. Ci aveva messo una pietra sopra. Una mano che non può fare del bene è meglio che resti nascosta per non portare male.

I problemi erano cominciati quando il signor Barati aveva deciso di fondare una scuola nazionale. Aveva sempre simpatizzato per il Fronte nazionale e stimava il dottor Mossadeq. Era convinto che fondare una scuola nazionale sarebbe stato un grande passo per perseguire i suoi ideali e dare senso alla sua vita.

Aprire una scuola di alto livello in un quartiere povero era la missione più alta a cui il signor Barati potesse ambire. Tramite sua madre, che era sempre pronta a sostenere il suo sfortunato figliolo, aveva chiesto al fratello, che era proprietario di un negozio di riso nel bazar di Teheran, un prestito per affittare un edificio in via Anbar Naft adatto a ospitare una scuola. Era venuto da tutti noi e ci aveva chiesto di collaborare al suo progetto. Alla fine, grazie alla sua determinazione e al nostro appoggio, era riuscito a trovare un insegnante per ogni grado d’istruzione, dalle elementari alle superiori, per i turni diurni e quelli serali. Però c’erano ancora dei ruoli scoperti. Il vecchio signore che avevamo visto girare intorno alla scuola il giorno dell’inaugurazione, e che si era autoproclamato custode senza che nessuno gliel’avesse chiesto, aveva suggerito al signor Barati di farsi aiutare dalla persona che l’anno prima aveva affittato l’edificio con lo stesso scopo, ma poi aveva fallito. Il signor Barati accettò il consiglio. Solo che il giorno in cui la porta del suo ufficio si aprì, non credette ai suoi occhi nel vedere entrare la signora Ruhangiz Shiyani. Non l’aveva nemmeno sfiorato l’idea che una donna, prima di lui, avesse potuto pensare d’istituire una scuola nazionale in quel quartiere. E il fatto che avesse fallito non influì minimamente sui pensieri che si stavano formando nella sua mente. Fino ad allora non aveva mai incontrato una donna dotata di una tale intraprendenza.

La sola idea che una giovane donna avesse deciso, un anno prima di lui, di lanciarsi nella sua stessa fondamentale impresa e che nonostante il fallimento fosse entrata nel suo ufficio a testa alta, aveva annebbiato la vista del signor Barati, oscurando ai suoi occhi qualsiasi altro dettaglio del volto e dei modi della donna. Secondo il signor Barati, Ruhangiz era un angelo alato che era sceso dal cielo e si era manifestato nella sua stanza con la maestosità di uno splendido pavone. In un solo istante il signor Barati era diventato cieco, sordo e innamorato.

Ruhangiz Shiyani era una donna dalla carnagione olivastra e dalla pelle cosparsa di macchioline. Gli occhi piccoli, incavati e inespressivi erano sormontati da un paio di spesse sopracciglia che si ricongiungevano sul naso adunco formando un’unica linea. Le labbra sottili permettevano alla dentatura storta di uscire allo scoperto. Ma il peggio era la sporcizia che le pioveva dalla testa. A occhio e croce si faceva al massimo un bagno ogni due settimane, se non tre, ed era evidente che i suoi capelli non avevano mai conosciuto il pettine né la spazzola. Legava quei grovigli dietro la testa con un elastico e a volte portava anche un foularino annodato sotto la gola.

Indossava una gonna marrone e una camicia da uomo blu, con il colletto e i polsi bisunti. Le calze color carne, sgualcite qua e là, le arrivavano sotto le ginocchia pelose, che lei lasciava impudicamente in bella vista ogni volta che si sedeva.

Le ragazze dicevano che non avevano idea di come avrebbero reagito se il signor Barati, un giorno, gli avesse mostrato la mano. Una si chiedeva se la sua futura sposa sarebbe stata obbligata a toccarla

Ma agli occhi del signor Barati, tutto ciò era un incanto. Era la somma della dignità, dell’onore e della sobrietà. Nella testa infarcita d’ideali del signor Barati, una ragazza che non si curava dell’aspetto fisico, ma si dimostrava tanto audace e consapevole da fondare una scuola nazionale in un quartiere disagiato, era come un angelo.

La signora Shiyani fu assunta come professoressa in prima media. Con quello sguardo minaccioso enfatizzato dalle sopracciglia nere e dai baffi che le spuntavano sopra il labbro, teneva così bene a bada quel branco di scapestrati che il signor Barati finì per innamorarsene ancora di più.

Il primo anno di apertura dell’istituto non aveva portato chissà quali guadagni, ma abbastanza perché il signor Barati restituisse il prestito al fratello e tornasse, poco dopo, a richiedergli la stessa somma. Questa volta era per le spese del suo matrimonio con la signora Shiyani, che nel frattempo aveva preso a chiamare “mia dolce Ruhi”.

Nessuno di noi riusciva a credere che il signor Barati sposasse davvero la signora Shiyani. C’era chi diceva che di sicuro, prima delle nozze, sarebbe successo qualcosa che gli avrebbe aperto gli occhi. Un altro diceva che il signor Barati non era tipo da sposarsi e che prima di finire in trappola se ne sarebbe tirato fuori in qualche modo. Secondo le ragazze non appena il signor Barati avesse mandato la madre e la sorella a chiedere la mano della sposa, il matrimonio sarebbe andato a monte. Tuttavia, non si sa se per le trame del signor Barati o della dolce Ruhi, la famiglia dello sposo non vide la sposa fino al giorno del matrimonio. Il signor Barati aveva predisposto ogni cosa secondo i suoi piani. Le spese per il corredo, la scelta dei vestiti, il noleggio dei tavoli e delle sedie. Quando i parenti del signor Barati videro quella che, a loro dire, pareva un’avvizzita cinquantenne stretta in un abito costoso e scollato, tempestato di gemme che poi si scoprirono false, gridarono unanimemente alla tragedia.

Nessuno si capacitava del fatto che il signor Barati, con il suo bel volto, l’alta statura e quell’aria da Clark Gable, si fosse innamorato di una donna simile. Tutti concordavano che Ruhi gli avesse fatto una stregoneria. Erano state le ragazze, probabilmente, a mettere in giro quella voce, bisognose di consolare il loro orgoglio ferito. Come mai, alla fine, il signor Barati non aveva scelto una delle insegnanti che avevano lavorato per anni con lui? Ce n’erano per tutti i gusti. Ragazze alte e slanciate oppure delicate e minute. Dai dolci occhi neri e dalle sopracciglia more oppure dai capelli ramati e dalla pelle bianca e gli occhi verdi. Timide o socievoli. Perché proprio la signora Shiyani?

Tempo dopo il matrimonio, capitava che a volte il signor Barati insistesse per invitare a pranzo uno di noi. Le urla della sua neonata che piangeva rimbombavano come gli improperi di un balordo in mezzo alla strada.

Indossava una gonna marrone e una camicia da uomo blu, con il colletto e i polsi bisunti. Le calze color carne, sgualcite qua e là, le arrivavano sotto le ginocchia pelose, che lei lasciava impudicamente in bella vista ogni volta che si sedeva. Ma agli occhi del signor Barati, tutto ciò era un incanto. Era la somma della dignità, dell’onore e della sobrietà

Senza ammettere discussioni, il signor Barati ci appoggiava la mano dietro la schiena e ci spingeva dentro casa. Una casa di cui ciascuno di noi aveva un’opinione, ma su cui tutti concordavano nel dire che non era adatta ad accogliere ospiti e da cui volevamo uscire tutti il prima possibile. I materassi della notte, non ancora arrotolati, giacevano abbandonati sul tappeto. In un angolo c’era una macchina da cucire con dentro le braghe del signor Barati. L’asse da stiro era aperta con sopra una camicia mezza stirata e mezza bruciacchiata. In un angolo del cortile giacevano in disuso una scopa, una paletta e una bacinella dentro cui ammuffivano dei vestiti bagnati. Ruhi se ne stava seduta davanti al televisore, la cornetta del telefono all’orecchio. Puliva il riso e sgranocchiava semini tostati mentre la pargoletta strillava a più non posso.

Non appena entravamo in casa, il signor Barati si scusava per il disordine. Noi tentavamo di aggrapparci a un pretesto per scappare via, ma lui era gentilissimo. Non poteva assolutamente permettere che un ospite girasse i tacchi sulla soglia di casa sua. Dunque lo tirava dentro con insistenza e, mentre gli ripeteva di mettersi comodo, lanciava un grido alla moglie accompagnato da occhiate minacciose. Ruhi, allora, metteva giù il telefono e con una risata allegra ci rivolgeva il benvenuto.

Il signor Barati offriva un pigiama all’ospite e s’infilava il suo con le tasche, abbracciava la sua Negin di pochi mesi e chiedeva brontolando a Ruhi come mai non avesse cambiato la bambina. Poi apriva le fasce della piccola e la portava alla vasca in cortile. Appoggiava la piccola sul bordo e le lavava il sederino, poi le chiudeva intorno alla vita un pannolino nuovo e tornava dentro.

Intanto l’ospite, indossato il suo pigiama, ascoltava le lamentele di Ruhi. Lei ci aveva provato a rammendare le braghe del signor Barati, solo che aveva rotto il filo e la macchina da cucire si era inceppata e poi il marito non la portava a riparare. Il ferro da stiro, inoltre, era impazzito, la temperatura faceva su e giù, ed ecco che la camicia del signor Barati si era bruciata sul petto. La figlia aveva strillato tutta la mattina e la stava facendo uscire dalla grazia di dio, non le aveva nemmeno lasciato spazzare il cortile o raccogliere le foglie secche e… E di colpo la dolce Ruhi si ricordava di avere ancora addosso la camicia da notte.

Il signor Barati consegnava alla moglie la bambina avvolta nel suo nuovo fagottino per fargliela allattare e addormentarla, poi batteva i materassi con una sola mano. Subito dopo recuperava il vassoio con il riso, lo scuoteva un po’ e separava i sassolini. Poi lavava il riso e lo metteva da parte. Poi, sempre con la stessa mano, sbucciava le cipolle e le patate e metteva in pentola un dopiazeh come si deve. Intanto che il riso cuoceva, andava in cortile e spazzava via le foglie della rosa canina. Poi andava alla macchina da cucire, faceva andare un po’ il pedale e scoccava un’occhiataccia a Ruhi per farle sapere che non c’era nessun guasto. Lei sorrideva e diceva che le cose avevano paura di suo marito, finché non le toccava lui non si aggiustavano. Dunque il signor Barati finiva di stirare la camicia che naturalmente con il suo tocco magico diventava perfetta. Infilava le dita in una bacinella, schizzava un po’ d’acqua sulla camicia e poi, presto, ripassava il ferro da stiro.

Una volta che aveva rimesso a posto la macchina da cucire, il ferro da stiro e tutte le altre cianfrusaglie, sfilava la bambina dalle braccia di Ruhi, le faceva fare il ruttino e la posava dolcemente nella culla. Stendeva la tovaglia sul tappeto, serviva il pranzo, andava a prendere i sottaceti di sua madre dal ripostiglio e li offriva all’ospite.

Il quale, poverino, si sentiva terribilmente mortificato che il signor Barati avesse sgobbato così tanto da grondare di sudore. Al tempo stesso, però, non avrebbe mai avuto il coraggio di offrirsi di aiutarlo, sia mai che fosse preso come un insulto. Si sedeva alla tovaglia e mandava giù a forza il dopiazeh, che non era ancora del tutto cotto, e i sottaceti. Poi, d’un tratto, l’occhio del signor Barati cadeva sull’orologio, si schiaffava in bocca l’ultimo boccone, si cambiava i vestiti, si allacciava le scarpe, elencava a Ruhi i compiti della giornata e in tutta fretta tornava a scuola con il suo caro ospite prima che suonasse la campanella e lì rimaneva fino a sera a istruire gli allievi.

Sembrava quasi che Ruhi lasciasse tutti quei lavori incompiuti solo perché non voleva offendere il signor Barati e mettere in dubbio le sue capacità. Lei non lo vedeva come un uomo svantaggiato. Al signor Barati non mancava niente, era perfetto. All’inizio, almeno, alcuni la pensavano così, ma dopo un po’ dovettero ricredersi e si unirono al nostro parere. “Ma guarda che moglie si è preso il signor Barati”, esclamavamo, “contento lui!”.

Nelle foto del compleanno della prima figlia, Ruhi indossava un bel vestito ed era truccata e pettinata come Brigitte Bardot. Era davvero in forma. Ma dopo la nascita delle gemelle, Zarrin e Simin, quel barlume di buon gusto era di nuovo sparito e nelle foto di compleanno dei tre anni di Negin, Ruhi era tornata la sciattona di prima. A quanto pare il signor Barati non riusciva più a mandarla dalla parrucchiera. In quelle foto Ruhi compariva con una camiciona di cotone stampato e i capelli che sparavano in tutte le direzioni, le sopracciglia le erano cresciute fino a sembrare un paio di zampe di capra e fissava l’obiettivo con il suo solito sorriso ebete sulle labbra.

La nascita delle gemelle, per il signor Barati, fu una vera catastrofe. Se prima riusciva a raccapezzarsi di tutto quello che aveva da fare, il loro arrivo lo mandò totalmente nel pallone. Da solo non ce la faceva a dondolarle per fare il ruttino e a metterle a nanna tutte e due insieme. Nelle foto del loro primo compleanno, si può ammirare l’originale metodo con cui il signor Barati tentava di tenerle in braccio. Con una gamba alzata e il piede puntato sull’altra, le faceva sedere una dietro l’altra sul ginocchio piegato e le stringeva a sé precariamente sbilanciato a sinistra, sia perché teneva la mano in tasca sia perché Negin, che aveva tre anni, gli spuntava dal gomito. Ruhi, invece, posava a braccia aperte, come se ballasse o accogliesse un ospite, e sorrideva sguaiata. Nella foto avevano tutti la bocca spalancata. Negin strillava per attirare l’attenzione. Ruhi sghignazzava. Le gemelle urlavano a squarciagola. E il signor Barati gridava ancora più forte nel vano tentativo di zittirle tutte.

Le gemelle, stufe di stare appiccicate, si dimenavano così tanto che sembravano un budda dalle mille braccia, mentre il signor Barati sembrava un acrobata pronto a esibirsi in un numero mozzafiato. Dalla foto veniva spontaneo immaginarsi una delle bambine che scivolava per terra subito dopo lo scatto, mentre un vaso si rompeva, la tovaglia veniva tirata via con violenza e l’alzata per i dolci e la frutta finiva per aria.

Ma non succedeva mai niente del genere, almeno finché Ruhi non toccava qualcosa. Sotto il controllo del signor Barati nessun piatto si rompeva, nessuna bambina scivolava e l’alzata dei dolci rimaneva stabile al suo posto. Ma non appena Ruhi metteva piede in cucina, si scatenava l’inferno. Il signor Barati la raggiungeva sgomento e lei, con quell’assurdo sorriso, raccontava sghignazzando cos’era successo. Aveva servito il riso sul vassoio, ma quando aveva provato a sollevarlo scottava troppo e l’aveva lasciato cadere, oppure quando stava per versare il sugo nelle zuppiere, le grida del marito che chiamava le figlie l’avevano fatta sussultare e la pentola le era sfuggita di mano.

Il signor Barati non era tirchio, ma odiava gli sprechi. Detestava che si rompessero i piatti, che si sciupasse il sugo, che si sbeccassero cristalli e porcellane. Ci teneva che fosse tutto perfetto. S’irritava se il servizio delle zuppiere contava cinque pezzi anziché sei. Non gli piaceva che si smarrissero le posate. Se si accorgeva che ne mancava una, svuotava i sacchi dell’immondizia in cortile e passava ore a rovistare nella speranza di ritrovarla. E se era fortunato, esultava di gioia e al contempo urlava contro Ruhi, che non era stata attenta e aveva buttato due forchette e un coltello insieme alle bucce della frutta.

Il signor Barati aveva l’abitudine di perfezionare ciò che era imperfetto, ma con l’arrivo delle gemelle capì che i difetti non sempre dipendono dalla mancanza di qualcosa. A volte è il troppo a sconvolgere l’ordine. Nel caso specifico, erano le gemelle. Il fatto che disponessero di quattro mani e quattro gambe era un bel guaio. Il signor Barati non capiva la ragione per cui una cosa dovesse sempre moltiplicarsi per due, se non per quattro. Inoltre, una delle gemelle aveva un dito del piede in più. Totale: quarantuno dita. Il che, per il signor Barati, era come se un servizio di posate contasse venticinque pezzi anziché ventiquattro, o come se ci fossero tre cucchiai in più. Le mancanze si potevano compensare, ma come gestire l’eccesso? Buttare via? Più di una volta gli era capitato di pensare che, forse, una famiglia che non riusciva ad avere figli avrebbe potuto adottare Zarrin oppure Simin. Addirittura si era detto che, magari, avrebbe potuto farlo sua sorella, che di figli ne aveva già sei. Quindi c’era stato un periodo in cui, pieno di ottimismo, portava l’una o l’altra gemella a casa della zia, con la speranza che quest’ultima invitasse magnanimamente la piccola a rimanere. Ma non era mai successo. La sera, puntualmente, le gemelle venivano restituite al mittente prima che arrivasse l’ora di andare dormire.

Nel frattempo, il governo annunciò che avrebbe concesso a ogni insegnante un’utilitaria nazionale. Fino ad allora il signor Barati non aveva mai pensato di comprare una macchina, ma quando uscì questa notizia iscrisse subito Ruhi alla scuola guida. Potevano ricevere una Paykan a testa, e il signor Barati intendeva venderne una e tenere l’altra.

Sorvoliamo sulle rovinose ore che il signor Barati passava a fare la spola tra casa e lavoro per sorvegliare la babysitter che avevano assunto così da permettere a Ruhi di andare alla scuola guida. Dopo sei mesi fu chiaro che Ruhi non avrebbe mai imparato a guidare. Le venticinque lezioni e le svariate ore di pratica con le auto di amici e conoscenti si erano interrotte dopo che la macchina della scuola era caduta tre volte in un fosso e le nostre si erano schiantate una contro un albero e una contro un muro, mentre l’ultima era andata a finire su un terrapieno.

Per fare pratica sceglievano dei posti deserti, dove non passava mai nessuno, ma per Ruhi se c’era traffico o no cambiava poco. Non appena accendeva il motore, cominciava a sussurrare il Corano. Quando le chiedevano di mettere la seconda, partiva a recitare il versetto del Trono e anche se la strada davanti a lei tirava dritta senza ostacoli, quando era il momento di passare alla terza, ecco che ripeteva la professione di fede. Del resto, bastava la presenza di un solo albero nel raggio di cento metri perché la macchina lo centrasse in pieno. Lo stesso valeva per il muro di un giardino o un cumulo di terra. Ruhi aveva un talento speciale nell’andare incontro agli ostacoli, come se l’attirassero. Ma non era colpa sua. Appena lei ingranava la terza si appellava a dio, schiacciava l’acceleratore, chiudeva gli occhi, lasciava il volante, si metteva le mani in testa e gridava il nome del signor Barati. Come poteva essere colpa sua se la macchina andava a sbattere contro il muro proprio quando staccava le mani dal volante e teneva gli occhi chiusi?

Ruhi sveniva dopo ogni scontro e rinveniva con l’aiuto di un po’ d’acqua zuccherata. Alla fine il signor Barati si era convinto che non ne valeva la pena. Prese un giorno libero e andò a scegliere le due auto che gli aveva promesso il governo con il proposito di rivenderle sul posto. Solo che, non appena arrivò al parcheggio dell’Iran Khodro, notò una fila di Paykan grigio metallizzato, fece qualche domanda e nel giro di qualche secondo realizzò che una di quelle era esattamente il destriero che faceva per lui.

Era una Paykan con il cambio automatico che nessuno voleva a causa del suo prezzo esorbitante. L’azienda aveva avviato una linea di produzione sperimentale, ma l’aveva smantellata quasi subito. La Paykan era l’auto degli impiegati e se qualcuno poteva permettersi di spendere di più, di certo non andava a comprare una di quelle umili utilitarie che potevano anche essere dotate di tutti i comfort, ma mancavano comunque di prestigio. Tuttavia, per il signor Barati, la Paykan con il cambio automatico si rivelò essere il destriero ideale.

Con l’arrivo delle gemelle capì che i difetti non sempre dipendono dalla mancanza di qualcosa. A volte è il troppo a sconvolgere l’ordine. Nel caso specifico, erano le gemelle. Il fatto che disponessero di quattro mani e quattro gambe era un bel guaio

A furia di accompagnare Ruhi alla scuola guida, il signor Barati aveva appreso tutte le competenze necessarie per stare al volante. Dunque prese la sua auto, salì a bordo e tornò a casa. La settimana dopo sostenne gli esami di teoria e di pratica, e ricevette la patente. Guidare, per il signor Barati, era una tale emozione che ogni fine settimana caricava il bagagliaio della macchina con l’occorrente del picnic, faceva salire Ruhi e le figlie, veniva a cercare qualcuno di noi e lo costringeva a unirsi alla sua gita. Per lui era un’opportunità per riposare la mente nella natura. Dopo aver preparato il riso su un fornelletto, fatto arrostire degli spiedini, apparecchiato il pranzo e lavato i piatti nel fiume, poteva finalmente stendersi sotto un albero a rilassarsi, respirare aria pulita e guardare le nuvole. Erano gli unici momenti in cui il signor Barati si sentiva davvero felice.

Tutto continuò a filare liscio come l’olio finché uno di noi, che aveva smesso di insegnare e lavorava ormai da un po’ per l’Ente delle proprietà fondiarie, dove a quanto pareva si guadagnava bene, si trasferì dal vecchio quartiere a una zona di recente costruzione. La prima volta che quell’ex insegnante e attuale impiegato dell’ente diede una festa, c’invitò a fare un giro della nuova casa prima che fosse servito il pranzo, proprio come si usava all’estero. Le signore, che non vedevano l’ora di visitarla, si accodarono subito dietro il nostro amico, che le portò a vedere tre camere grandi e luminose, due bagni, uno per gli ospiti e l’altro completo di vasca, e la spaziosa cucina dalla quale si accedeva alla sala da pranzo attraverso un cancelletto di legno. Ovviamente non mancò di mostrare il soggiorno elegantemente arredato e l’ampia terrazza che tre gradini collegavano a un patio pieno di alberi e cespugli di roselline. Eravamo tutti ammirati. Il pranzo fu servito a un tavolo da dodici posti in un’atmosfera assai cordiale, dopodiché passammo a giocare a tavola reale e a carte, e tra risate e chiacchiere tirammo fino a sera. Quelle ore gioiose, tuttavia, non impedirono alle nostre mogli di romperci le scatole non appena arrivate a casa.

Cos’avevamo in meno del nostro amico? Mica eravamo degli imbranati! Era la metà degli anni settanta e gli insegnanti se la cavavano piuttosto bene. Molti di noi avevano scelto la moglie tra le colleghe, come il signor Barati, dunque con due stipendi da insegnante potevamo chiedere un grosso prestito in banca e traslocare dal vecchio quartiere a quello nuovo senza sentirci in colpa per esserci imborghesiti.

Il signor Barati, però, era così fissato su questo punto che aveva preferito evitare di unirsi a noi nella nostra piccola scalata sociale. Seguendo ancora i suoi ideali comprava solo prodotti made in Iran e ogni aprile ci chiamava tutti per andare insieme ad Ahmad Abad, dove il dottor Mossadeq aveva finito i suoi giorni in esilio, e riflettere su cosa sarebbe potuto diventare l’Iran se quel maledetto scià non l’avesse tradito.

L’aria della rivoluzione cominciava a sentirsi. Erano giorni strani. Giorni di entusiasmo e di allegria, di sommosse, grida e sangue. Tutti noi, dall’estrema sinistra alla destra radicale, o dalla sinistra moderata alla destra intellettuale, andavamo mano nella mano alle manifestazioni insieme al signor Barati, che simpatizzava per il Fronte nazionale.

Il signor Barati era il più emozionato di tutti. Seguiva con attenzione le notizie della Bbc e al minimo fattarello chiudeva la scuola e andava a manifestare facendosi seguire dagli allievi in file ordinate.

Il signor Barati si ricordava benissimo del colpo di stato del ’53 e della repressione del ’63. Allora era un giovane irruento, ma adesso era un uomo alla soglia dei cinquant’anni e sentiva che le sue lotte venivano finalmente ripagate. Cosa c’è di più bello che assistere alla caduta del dittatore del proprio tempo e vederlo sostituire dal partito che sosteniamo? Ma la sua gioia non durò a lungo. Il primo ministro Bazargan si dimise e pian piano la nave del signor Barati affondò. Il governo dichiarò tutte le scuole nazionali proprietà dello stato. Per il signor Barati, che si era fatto in quattro per il suo istituto, era come se gli avessero strappato un pezzo di cuore.

Era ancora in grado di fomentare gli abitanti della zona contro l’aumento del prezzo del latte, di spingerli a rompere le bottiglie davanti al supermercato e gridare “Morte al profittatore!”. Ma due settimane dopo nessuno si ricordava più di lui

Per un periodo provò a scrivere delle petizioni e a raccogliere le firme dei colleghi, e quando capì che non c’era niente da fare continuò a insistere con il ministero della pubblica istruzione perché mantenesse tutti i suoi insegnanti e il personale nella stessa scuola, ma invano. I professori furono disseminati ai quattro angoli della città a discrezione del ministero della pubblica istruzione o sulla base dell’atto di proprietà della loro casa, e la stessa sorte toccò al signor Barati.

Il signor Barati non era mai stato avido. Non si faceva pagare dalle famiglie povere o numerose e chiedeva invece il doppio alle famiglie degli allievi sfaticati e benestanti, che iscriveva quasi come se stesse facendo un favore ai loro padri. Era puntuale nel pagare gli stipendi e se alla fine dell’anno scolastico rimaneva qualche soldo in cassa, lo spendeva per comprare i libri o ricompensare gli insegnanti che si erano dati maggiormente da fare e non avevano avuto alunni bocciati.

Ormai la scuola non era più la nostra. Un giovane direttore a cui era appena spuntata la barba aveva preso il posto del signor Barati, che per via delle sue tendenze politiche era stato mandato a insegnare matematica nel distretto rurale di Sulqan. Per molti il signor Barati era già stato fortunato a non essere licenziato come era capitato a tanti di noi.

Adesso al signor Barati toccava fare tutti i giorni il pendolare dal quartiere di Anbar Naft fino all’estrema periferia della città. E siccome i brontolii di Ruhi mettevano ulteriormente a dura prova il suo cuore già spezzato, si risolse a lasciare il suo vecchio quartiere per trasferirsi vicino al lavoro.

Con l’aiuto degli amici, anche il signor Barati ottenne un prestito e diventò proprietario di una casa in una zona di recente costruzione. L’affare immobiliare del signor Barati coincise, però, con il repentino impoverimento del ceto medio. Aveva sbagliato tutti i calcoli. Ora era costretto a improvvisarsi tassista per sbarcare il lunario. A volte qualcuno di noi lo vedeva che caricava i passeggeri e li portava dal quartiere di Shahr-e Ziba a piazza Ariashahr o da piazza Ariashahr a viale Enqelab. A tutti noi veniva un nodo alla gola nel vedere il signor Barati che, nonostante il suo portamento fiero, era costretto a fare un lavoro tanto umile.

Neanche noi ce la passavamo bene. Vivevamo tutti schiacciati dai debiti con la banca. Quando avevamo chiesto il prestito, contavamo sull’aumento dello stipendio. Ma quello era rimasto lo stesso, mentre l’inflazione cresceva a dismisura. Quelli che erano stati licenziati facevano gli autisti per un’agenzia di taxi o i commessi nel negozio di un fratello o di un cognato nel bazar. C’era il razionamento dei beni di prima necessità. Ormai c’incontravamo per lo più alla cooperativa degli insegnanti, a fare la fila per il riso, l’olio o il pollo. Il signor Barati era ancora la nostra guida. Appena veniva annunciato il numero di un coupon, ci telefonava per dircelo. Quando la cooperativa offriva merce di qualità a buon prezzo, si faceva tenere il posto in fila e correva alla cabina telefonica più vicina per avvertirci.

Il signor Barati pensava che la causa di tutte le sue disgrazie fosse aver lasciato il vecchio quartiere per trasferirsi in quello nuovo. Ogni tanto faceva una capatina ad Anbar Naft per confrontare i prezzi, e se solo trovava un biscotto che costava qualche centesimo in meno si lasciava prendere dallo sconforto e imprecava contro il cielo e chi aveva messo al mondo il proprietario del supermercato del posto dove abitava adesso.

In realtà sapevamo benissimo che quegli insulti erano diretti anche a noi, che ci eravamo lasciati infinocchiare dalla prospettiva della scalata sociale. Il benessere degli anni settanta ci aveva spinti a tradire i nostri ideali. Se fossimo rimasti nel vecchio quartiere, non ci sarebbero stati prestiti né rate né quelle case sterminate per cui toccava vendere un rene se si voleva pagare il gasolio che comunque bastava a malapena per riscaldarle.

Al signor Barati mancava la piccola stufa verde Aladdin a cui bastavano un paio di bicchieri di cherosene per riscaldare tutta la casa e su cui si poteva anche cuocere il riso o una bella minestra. Gli mancava il panificio del quartiere. Quel quartiere dove tutti mandavano i figli alla sua scuola e tutti avevano rispetto per lui. Al suo arrivo, la fila davanti al panificio si apriva per lasciarlo passare e prendere la sua striscia croccante di pane sangak prima di tutti. Gli mancava anche Reza il droghiere, che gli teneva sempre da parte due bottiglie di latte senza che nessuno protestasse. Dopotutto era stato lui a tirar su i bambini del quartiere. Chissà che fine avrebbero fatto, quegli sfaticati, senza la sua scuola. Se non li avesse costretti lui a iscriversi e a imprimere nelle loro testoline la matematica, l’algebra, la trigonometria, la storia e la sociologia così che potessero andare all’università o trovare lavoro in un qualche ufficio, a quest’ora si sarebbero trovati tutti a spipettare in fondo a qualche lurido vicolo.

Ma chi vuoi che lo sapesse, nel nuovo quartiere? Nessuna fila si apriva per lui. Nessun cappello si alzava in segno di rispetto. Nel nuovo quartiere il signor Barati era un vecchio taccagno che non voleva nemmeno pagare le merendine che le gemelle sgraffignavano al supermercato.

Il suo spirito rivoluzionario, però, era rimasto intatto. Era ancora in grado di fomentare gli abitanti della zona contro l’aumento del prezzo del latte, di spingerli a rompere le bottiglie davanti al supermercato e gridare “Morte al profittatore!”. Ma due settimane dopo nessuno si ricordava più di lui o se si ricordava, lo malediceva a denti stretti perché ora, per colpa sua, non lo facevano più entrare nel negozio.

Intanto Ruhi gli annunciò una nuova gravidanza e la sola risposta che il signor Barati fu in grado di dare fu: aborto! Ruhi però non ne voleva sapere, ci teneva troppo a quell’ultima creaturina e fece perdere la faccia al signor Barati andando in giro a dire dappertutto che lui voleva uccidergliela. Dopo la nascita delle gemelle, il signor Barati si era convinto che i bambini fossero degli assassini. Non poteva accettare il rischio che la moglie partorisse dei gemelli anche stavolta. Come sempre Ruhi piangeva e lui gridava, ma alla fine lasciò perdere.

Quando nacque la piccola Tala, fu il caos. Nel quartiere dove abitavano prima avrebbero potuto trovare una balia, una bambinaia, una vicina di casa che gli desse una mano. Ma nel nuovo quartiere non c’era niente del genere. Lì le famiglie avevano la servitù da generazioni e non la condividevano con nessuno. Oppure c’erano gli impiegati che badavano solo ai fatti loro. Nella vecchia casa se il signor Barati lanciava un urlo, i vicini accorrevano subito per vedere se aveva bisogno d’aiuto. La nuova casa, invece, era così grande che nessuno lo sentiva, e se lo sentiva, comunque, preferiva non intervenire.

Il signor Barati non aveva altra scelta che portare a scuola con sé la piccolina, che, cosa incredibile, era bella, e affidarla alla segretaria o alla bidella. Il signor Barati era contento perché Tala stava simpatica a tutti e veniva rimpinzata a dovere dalla segretaria e dalle insegnanti. Una bocca in meno da sfamare!

Nonostante l’arrivo di Tala in famiglia e i problemi economici, il signor Barati si teneva lo stesso aggiornato su tutto. La notte andava sul tetto con la sua radio a onde corte ad ascoltare la Bbc o la Voce della libertà o qualsiasi altra frequenza che riusciva a prendere, e non appena sentiva di un’operazione bellica, una vittoria, un ritiro o l’esplosione di una bomba, ecco che correva a chiamarci per diffondere la notizia. Come quella volta che, in preda all’entusiasmo, aveva fatto squillare i nostri telefoni uno dopo l’altro perché la radio aveva trasmesso per sbaglio il vecchio inno nazionale Oh, Iran!.

Agli annuali pellegrinaggi alla tomba di Mossadeq erano subentrati gli incontri ai funerali dei leader del Fronte nazionale. Il signor Barati si fermava davanti alla moschea con la mano infilata in tasca e controllava il viavai di persone per distinguere i nemici dagli amici. Ormai i suoi capelli brizzolati si erano incanutiti del tutto, ma non aveva perso niente del suo fascino. Era diventato un anziano signore dalle guance rubizze e il ciuffo argenteo, che indossava ancora i suoi completi acquistati prima della rivoluzione e custodiva le sue variopinte cravatte nell’armadio per quel giorno che forse sarebbe arrivato.

Quando, nella vecchia casa, l’ortolano passava per il vicolo, il signor Barati usciva a fare la scorta di erbe aromatiche per un mese. Ruhi, che aveva il compito di pulirle, si piazzava davanti alla tv a guardare uno sceneggiato o il telegiornale e, di tanto in tanto, afferrava un gambo e lo spezzava in due. Solo che si confondeva e infilava le radici nel sacchetto delle erbe pulite e viceversa. Vedendo che passavano le ore e la montagnola verde di fianco alla moglie non si riduceva, il signor Barati andava a chiedere una mano a una vicina. Mosse dal rispetto che avevano per il signor Barati, le vicine prendevano le erbe, le risciacquavano tre volte nella vasca del cortile, le tagliavano, le mettevano in dei sacchettini su cui appiccicavano l’etichetta con il nome e poi le riponevano nel congelatore. Il tutto accompagnato da mormorii e commenti su quanto Ruhi fosse sciatta e incapace. Si comportava sempre come se fosse lei a non avere una mano. L’aiuto degli altri non la offendeva, anzi lo gradiva moltissimo, e non se la prendeva se la cognata o le vicine la sbeffeggiavano mentre facevano i lavori di casa al posto suo. Faceva finta di niente e, con il suo solito sorriso, dava la colpa al signor Barati che aveva comprato così tante verdure.

Ma nella casa di adesso il signor Barati doveva andare fino al mercato principale per prendere le erbe e le verdure, e quando tornava non c’era nessuna vicina che aiutasse Ruhi. Le erbe aromatiche rimanevano a ingiallire nel patio finché il signor Barati non era costretto a buttarne via la metà e a pulire il resto per conto suo, maledicendo la moglie.

Le gemelle non facevano altro che mangiare ed erano quelle che, più di tutte, mettevano alla prova i nervi del signor Barati. Perché mai di una figlia doveva circolare in casa anche la copia? Una era già troppo. Le gemelle, per il signor Barati, erano il più grande scherzo che gli avesse riservato il destino. Lui, con la sua mentalità da matematico, cercava di risolvere i problemi della vita. Prendeva sempre nota delle spese e ogni volta che arrivava a quelle delle gemelle sobbalzava sulla sedia: tutto raddoppiava. Ormai era diventato bravo a moltiplicare per due. Anche a scuola, lo diceva sempre ai suoi studenti: “Se imparate a moltiplicare per due, potete moltiplicare tutti i numeri”. Uno per due, due. Due per due, quattro. Quattro per quattro, sedici. Pensava ai prezzi delle borse, delle scarpe, dei libri e dei quaderni e, in fondo, sperava che tutte quelle operazioni di matematica potessero portare a un miracolo. I problemi delle verifiche avevano sempre a che fare con il prezzo di qualcosa, fossero vestiti, torte o gelati.

Quando si trattava delle spese per le gemelle, cercava di tirare la cinghia il più possibile. Secondo lui, Ruhi le aveva messe al mondo per colpa della sua negligenza assoluta. Dunque, si aspettava che almeno le due bambine si adattassero alla situazione. Per esempio avevano il righello, la gomma, il temperamatite, l’album da disegno e i pastelli in comune. Dei libri ne comprava solo una copia per titolo. Ma le gemelle venivano sempre separate a scuola perché insieme facevano le monelle e così i calcoli del signor Barati alla fine non tornavano.

Il signor Barati passava le notti a tracciare le linee con il righello sulle pagine dei quaderni delle gemelle e poi, a seconda del loro programma, divideva l’occorrente. Per esempio, se Simin aveva matematica alla prima ora, le metteva nello zaino il righello, la squadra e il compasso, mentre la gomma e il temperamatite li infilava nello zaino di Zarrin, che aveva il dettato. Capitava però che le gemelle, siccome erano identiche come due gocce d’acqua e di solito erano distratte, prendessero lo zaino sbagliato oppure si scambiassero le lezioni. Nessuno era in grado di distinguerle e anche loro si divertivano a confondere gli insegnanti. Certi giorni facevano tutte e due finta di essere Zarrin e altri dicevano di chiamarsi entrambe Simin, soprattutto se c’erano interrogazioni o verifiche.

L’ultimogenita, Tala, era un po’ più tranquilla. Lì dove vivevano non c’erano più vicini da cui poterla mandare e Ruhi non era assolutamente in grado di portarla con sé al lavoro. Il signor Barati accompagnava tutti i giorni la moglie fin davanti all’istituto dove insegnava, la faceva scendere e il pomeriggio tornava a riprenderla. Ma perfino quei pochi metri che separavano la macchina dal portone d’ingresso, per Ruhi rappresentavano un problema. O prendeva una storta al piede, o inciampava in qualcosa e cadeva nel fosso, o calpestava il chador e finiva a terra.

Il signor Barati non aveva altra scelta che portare a scuola con sé la piccolina, che, cosa incredibile, era bella, e affidarla alla segretaria o alla bidella. Il signor Barati era contento perché Tala stava simpatica a tutti e veniva rimpinzata a dovere dalla segretaria e dalle insegnanti. Una bocca in meno da sfamare! Quando faceva i conti delle spese mensili, di fianco alle voci “colazione” e “pranzo” della piccola metteva un bel segno meno a indicare il risparmio. Fu così che s’innamorò dei numeri negativi. Fu un periodo sfiancante per i suoi studenti. Moltiplicava quelle sottrazioni per il numero dei giorni lavorativi della segretaria che portava sempre merendine e manicaretti per la sua Tala, l’unica il cui nome si accompagnava al segno meno nel bilancio familiare. E questo piaceva molto al signor Barati.

In seguito, l’amore del signor Barati per i numeri negativi si fece ancora più ardente. Per esempio contava i giorni festivi e li moltiplicava per la somma della paghetta quotidiana di Negin e delle gemelle così da arrivare a un numero negativo bello grosso che veniva sottratto alle spese. Il segno meno dava grandi soddisfazioni al signor Barati.

Negin ci provava a chiedere la sua paghetta su base mensile, ma il signor Barati non si faceva intortare facilmente. I giorni festivi, quelli in cui Negin aveva le mestruazioni o il raffreddore e quindi non andava a scuola, rappresentavano tutti dei meno che dovevano rientrare in cassa e che il signor Barati non intendeva ignorare per nessun motivo.

Pian piano, il signor Barati scoprì che i numeri negativi erano la soluzione di tutti i suoi problemi. In genere, con il suo stipendio e quello di Ruhi si poteva arrivare al massimo a metà mese. Con i soldi che prendeva come tassista, tirava fino alla terza settimana. Per la quarta settimana, allora, doveva ricorrere alle sottrazioni. E se anche con quelle non ci riusciva, l’ultimo venerdì del mese lui, che nelle prime due settimane elargiva generosamente pranzi e cene, si autoinvitava da noi con la famiglia. Sapevamo già che ci avrebbe chiamato e che ce lo saremmo ritrovati in casa. Ovviamente il primo o il secondo giovedì del mese successivo ci invitava per sdebitarsi, anche se i danni che Ruhi e le sue figlie lasciavano al loro passaggio non erano paragonabili al disturbo dato da noi. A parte questo, eravamo contenti di frequentare il signor Barati e, per quel che potevamo, cercavamo di alleviare un po’ il peso che portava sulle spalle. Decidemmo così di trovare un marito per le sue figlie. Il primo scoglio era Negin. Se si sposava lei, le gemelle avrebbero avuto la strada spianata e quanto a Tala, non c’era dubbio che qualcuno se la sarebbe presa al volo.

Tutti noi, almeno una volta, avevamo provato a portare un pretendente in casa sua, ma ne uscivamo sempre così imbarazzati da non poter nemmeno più guardare negli occhi il ragazzo e la sua famiglia. Se conoscevamo un giovanotto, provavamo subito a convincere i suoi genitori a seguirci a casa del signor Barati. Gli telefonavamo fiduciosi e organizzavamo la cerimonia per la proposta di matrimonio senza prestare il minimo ascolto alle nostre mogli, che brontolavano: “Te ne pentirai!”. E così, la settimana successiva, ci presentavamo a casa del signor Barati con un enorme mazzo di fiori, il giovanotto e i suoi genitori, tutti a chiedere la mano di Negin.

Già all’arrivo, il patio pieno di foglie secche, le aiuo­le con le erbacce e i cespugli di rose appassiti smorzavano le aspettative. A Ruhi sarebbe anche piaciuto passare i pomeriggi fuori a giocare con la canna dell’acqua e a innaffiare le piante, ma poi chi pagava le bollette?

Entrando in casa, venivamo investiti da una zaffata rancida. Noi lo sapevamo, quell’odore l’avevamo già sentito prima, ma che potevamo farci? Facevamo finta di non vedere lo sporco sugli scaffali della credenza che separava l’androne dal soggiorno, i vasi con i fiori di plastica impolverati, i mobili mezzi sfasciati, i tavolini di vetro macchiati e sporchi, e quando Ruhi ci dava il benvenuto con il suo sorriso spalancato, quasi sentivamo di poter tirare un sospiro di sollievo. Ma non appena si sedeva in poltrona e la gonna le saliva sopra le ginocchia facendo vedere tutto, ecco che una goccia di vergogna cominciava a scivolarci sulla fronte.

Non ancora terminati i saluti, gli insulti triviali di Simin e Zarrin che si prendevano a botte per una calza attiravano l’attenzione. Ruhi si faceva una grassa risata e commentava: “Ma guarda un po’ queste ragazze!”. Il signor Barati spariva all’improvviso e poco dopo lo si sentiva gridare alle gemelle di smetterla, mentre sulla nostra fronte una seconda goccia di sudore si aggiungeva alla prima.

Il signor Barati entrava con il vassoio del tè. Negin era troppo altezzosa per portarlo lei. Il signor Barati versava il tè nelle tazzine scheggiate appoggiate sui piattini dal bordo d’oro scrostato, offriva le medagliette di zucchero e subito dopo passava con la fruttiera infilando a forza qualcosa nel piatto di ogni ospite.

Allora, finalmente, Negin faceva il suo ingresso in soggiorno. Era alta, magra e chiara come il padre. Tutto sommato non era brutta, ma camminava come Pinocchio, quasi non sapesse bene che fare con le braccia e le gambe. Nel vederla apparire, tiravamo un sospiro di sollievo sperando che la sua bellezza facesse un po’ di effetto sul ragazzo e facesse passare in secondo piano i modi poco raffinati della suocera e la miseria di quella casa mezza distrutta.

Dopo che Negin si era seduta, qualche istante trascorreva in pace. Il signor Barati, tuttavia, era costretto a comprarle dei vestiti nuovi ogni volta che qualcuno veniva a chiederle la mano. Appena Negin beveva un sorso di sciroppo succedeva un disastro. Manco avesse un buco nel mento, si sbrodolava sempre sul petto. Allora lanciava un acuto e scoppiava nella tipica risata cavallina ereditata dalla madre.

E alla fine, quando eravamo ormai in un bagno di sudore per la vergogna, la cerimonia si concludeva. Negin, con gli occhi gonfi e il naso rosso, accettava di uscire dal bagno, faceva una smorfia a Tala, biascicava un paio di parolacce contro le gemelle, e diceva per sempre addio al pretendente e alla sua famiglia

Tutti saltavano in piedi. Uno afferrava il bicchiere di sciroppo, l’altro portava un fazzoletto, e Negin correva in bagno. Quando tornava, partiva in quarta a raccontare il perché e il percome le era caduto il bicchiere e rideva ancora.

Qualche pausa di silenzio, qualche accenno alla politica, qualche discorso sull’inquinamento, e Negin si alzava per prendere un cetriolo dalla fruttiera, dava un morso e poi si sedeva di nuovo al suo posto ad ascoltare. Nessuno riusciva più a seguire il discorso mentre lei sgranocchiava rumorosamente. Quando aveva finito, cercava di lanciare il fondo del cetriolo nel cestino, ma siccome le mancava la mira, sorrideva e si piegava a raccoglierlo da terra con la gonna che si sollevava tutta.

Finito il cetriolo, tiravamo un sospiro di sollievo e rivolgevamo gli occhi al ragazzo per vedere la sua reazione, speranzosi che la disinvoltura di Negin fosse stata di suo gradimento. Al contrario, intercettavamo la faccia della madre del ragazzo che era diventata livida dalla rabbia. Il padre, nel frattempo, continuava a discutere cordialmente di politica con il signor Barati. Negin sceglieva un’arancia, la sbucciava e la divorava in soli due bocconi sputacchiando i semini. Infine, si ripuliva le mani nella gonna completando l’opera che aveva inaugurato con le macchie di sciroppo. Se poi qualcuno raccontava una barzelletta o faceva una battuta, Negin scoppiava a nitrire facendo tremare le finestre.

A quel punto arrivava il momento in cui facevano irruzione le gemelle buttandosi sui dolci e sulla frutta, bisbigliandosi nelle orecchie, ridacchiando, litigando, scambiandosi le peggiori parolacce a denti stretti e pizzicandosi finché il signor Barati non ne poteva più, le fulminava con un’occhiataccia e metteva su una faccia greve. Allora Ruhi partiva a lamentarsi del fatto che dio le aveva donato quattro figlie una più pigra dell’altra, tanto che i piatti potevano rimanere nel lavello per un mese e nessuna li toccava, e qui era Negin a mordersi le labbra e a lanciare occhiatacce alla madre.

All’ingresso di Tala, invece, con quegli occhi dolci color miele, la figura sinuosa e i vestiti puliti, tutti gli sguardi si rivolgevano a lei. Peccato che fosse l’ultima figlia. Negin chiaramente s’innervosiva. Se per esempio la madre del ragazzo domandava qualcosa alla sorella minore, tipo “bella figliola, a che scuola vai?”, correva in bagno stizzita e sbatteva la porta riempiendo di insulti quella sfacciata di Tala che voleva soffiarle i pretendenti.

E alla fine, quando eravamo ormai in un bagno di sudore per la vergogna, la cerimonia si concludeva. Negin, con gli occhi gonfi e il naso rosso, accettava di uscire dal bagno, faceva una smorfia a Tala, biascicava un paio di parolacce contro le gemelle, e diceva per sempre addio al pretendente e alla sua famiglia. Anche noi, che volevamo sprofondare per l’imbarazzo, ci congedavamo e fino a due giorni dopo ci toccava sentire le nostre mogli maledirci ripetendo: “Ma chi cavolo porterebbe mai un pretendente alle figlie del signor Barati?”.

In realtà, noi eravamo in buona fede. Ci sentivamo tutti in debito con lui. Quando studiavamo all’università e non avevamo una lira, era stato lui a chiamarci a insegnare alla sua scuola nazionale. Ci faceva dare lezioni private. Le programmava in modo che non coincidessero con quelle dell’università. Ci dava dei libri da leggere e organizzava degli incontri a casa sua per discuterne.

Negli ultimi tempi il signor Barati aveva proibito a Ruhi di entrare in cucina: dopo una volta che l’aveva vista buttare per sbaglio lo zafferano nella pattumiera, si era convinto che fosse buona solo a sprecare gli ingredienti. La sera cucinava lui il riso con le lenticchie o i fagiolini. La pentola rimaneva sul fornello, le stoviglie erano sempre sporche e chi aveva fame andava a servirsi direttamente con il cucchiaio. Era così a pranzo, a cena, a merenda o a colazione. Nessuno aveva voglia di apparecchiare la tavola, mettere i piatti e le posate. Mangiavano tutti dalla pentola.

Il venerdì il signor Barati pretendeva a suon di minacce che tutta la famiglia facesse la doccia. Ma quando il bagno si riempiva di vapore e il signor Barati finiva il suo turno, le figlie una dopo l’altra fuggivano con una scusa. Ogni settimana, a Negin venivano le mestruazioni all’improvviso e a Zarrin e Simin la diarrea. Solo Tala si faceva volentieri la doccia tutti i giorni, venerdì compreso.

In quella casa lei era l’unica a non avere una stanza tutta per sé. Zarrin e Simin avevano sequestrato la camera più grande, Negin quella più luminosa. L’altra camera era quella matrimoniale e l’ultima stanza era la biblioteca personale del signor Barati, a cui era affezionatissimo. Quando Tala aveva compiuto tre anni e non poteva più dormire nel lettone dei genitori, le avevano sistemato un letto in un angolo della biblioteca e il signor Barati le aveva regalato il suo comodino.

Messo alle strette da tutti quegli alti e bassi, o come diceva lui “i più e i meno”, il signor Barati ebbe un infarto e morì. Al funerale ci sentivamo tutti in colpa, ma non sapevamo esattamente perché. Di ritorno dal cimitero, ci ritrovammo a casa di un amico che non si era ancora sposato ed era rimasto a vivere nella casa paterna nel vecchio quartiere. Brindammo al passato e ciascuno di noi raccontò un aneddoto o una storiella sul signor Barati. Uno ricordò l’entusiasmo con cui ci invitava a pranzo. Un altro ricordò quando aveva fomentato la rivolta del latte. Un altro parlò delle sue telefonate all’alba. Un altro dei soldi che il signor Barati gli aveva preso in prestito e non gli aveva mai più restituito. Ma pace all’anima sua, non era certo un problema. E così, riscaldati dal vino, continuammo a chiacchierare. ◆

Mahsa Mohebali
è una scrittrice iraniana nata nel 1972. Vive a Teheran. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Tehran girl (Bompiani 2020). Il titolo originale di questo racconto è Dast-e morde-ye Aqa Barati, è stato scritto tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 e la sua versione in lingua originale è inedita. Traduzione di Giacomo Longhi.

Questo articolo è uscito sul numero 1441 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati