Quando a marzo un caro amico di Michela Rosalia Pedrini è morto a causa del nuovo coronavirus lei è stata travolta dal dolore. Poi lo sconforto si è trasformato in rabbia e nel desiderio di scoprire cosa è andato storto e di chi è la colpa.
“Questa situazione mi fa arrabbiare. C’è molta sofferenza e amarezza”, dice Pedrini. Il suo amico, Gennaro Leardi, lavorava in un ospedale vicino a Bergamo.
Intanto i politici si accusano a vicenda di aver gestito male la crisi sanitaria
Qualche giorno prima di ammalarsi Leardi le aveva detto di temere che l’ospedale non stesse facendo abbastanza per impedire ai pazienti positivi di diffondere il contagio. Una portavoce dell’ospedale ha rifiutato di commentare.
“Nessuno riporterà indietro il mio Gennaro”, ha aggiunto la signora Pedrini, “ma non voglio che lui sia uno dei tanti morti nel silenzio generale. Le persone devono sapere cos’è successo”.
In Italia il picco dell’emergenza sanitaria sembra superato, ma in Lombardia – l’epicentro europeo della pandemia – le recriminazioni e le inchieste giudiziarie sono appena cominciate.
Parenti e amici di molte delle vittime vogliono sapere se quelle morti si potevano evitare. I politici si accusano a vicenda di aver gestito male la crisi e i magistrati hanno avviato delle inchieste per stabilire se in alcuni casi ci siano state negligenze, come nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) o nell’ospedale di Alzano, dove lavorava Leardi. Questi accertamenti porteranno probabilmente a processi che potrebbero trascinarsi per anni. Molti attribuiscono il drammatico bilancio delle vittime di covid-19 in Lombardia a gravi errori delle autorità regionali e nazionali. I morti accertati nella regione causati dal cororonavirus sono 12.740 (dati aggiornati al 22 aprile), vale a dire tre volte quelli dichiarati dalle autorità in Cina.
La Federazione lombarda degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha dichiarato, il 6 aprile, che la “situazione disastrosa” in Lombardia può essere attribuita a errori che vanno dalla mancanza di dispositivi di protezione per gli operatori sanitari, alla carenza di test per individuare le persone infette, all’incertezza nella chiusura di alcune aree particolarmente colpite dal virus. Giulio Gallera, assessore al welfare della Lombardia, ha detto che la regione ha seguito le linee guida arrivate dal ministero della salute, che raccomandavano di fare i tamponi solo alle persone sintomatiche. Gallera ha aggiunto che il 3 marzo la regione aveva chiesto al governo di istituire una zona rossa per due comuni della val Seriana, Nembro e Alzano, ma che da Roma non era mai arrivata una risposta. Il governo sostiene, però, che la Lombardia aveva l’autorità per istituire una zona rossa nei comuni della regione.
Uno accanto all’altro
Le procure italiane stanno indagando anche su un altro possibile errore: la richiesta fatta l’8 marzo dalla Lombardia di trasferire i pazienti positivi al coronavirus dagli ospedali alle Rsa, che sono strutture pensate per assistere anziani in riabilitazione o non autosufficienti. L’inchiesta dovrà stabilire se questa decisione, motivata dalla necessità di liberare i posti letto negli ospedali sovraffollati, ha contribuito alla diffusione del virus nelle Rsa.
Centinaia di ospiti delle Rsa lombarde sono morti per il covid-19, la malattia respiratoria causata dal virus Sars-cov-2.
La guardia di finanza italiana ha sequestrato negli uffici del governo della regione alcuni documenti in relazione all’indagine. La polizia ha fatto diverse perquisizioni nelle Rsa di Milano e in altre zone della Lombardia. Tra i possibili capi d’imputazione c’è anche quello di omicidio colposo plurimo.
Attilio Fontana, il presidente della regione, ha detto che i malati di covid-19 erano isolati dagli altri ospiti delle strutture. “Alcune decisioni sono state prese mentre si era dentro uno tsunami”, ha dichiarato Fontana in una recente intervista alla radio. Nelle Rsa “c’erano dei reparti vuoti e non utilizzati in cui sono stati messi alcuni malati non essendoci più posto in ospedale; non c’era però nessun tipo di contatto con gli ospiti”. Il governo regionale sta collaborando all’indagine, ha aggiunto Fontana. La Lombardia ha anche istituito una propria commissione d’inchiesta.
La procura ha avviato un’indagine per stabilire anche cosa non ha funzionato nella città e nella provincia di Bergamo, diventata il simbolo della tragedia del virus in Italia a causa dell’altissimo numero di morti. A marzo nella provincia sono morte circa 5.500 persone, mentre negli anni precedenti i morti nello stesso mese erano in media mille. Per i medici e le autorità locali l’unica spiegazione plausibile è la pandemia. L’indagine della magistratura dovrà dimostrare se una cattiva gestione della crisi sanitaria nell’ospedale di Alzano, dove lavorava Leardi, ha contribuito ad alimentare uno dei focolai più letali del virus.
La val Seriana, una zona nelle Alpi Orobie fortemente industrializzata, è stata per settimane l’epicentro della pandemia di coronavirus. A Nembro, uno dei comuni più colpiti della zona, il covid-19 ha ucciso circa l’1,3 per cento degli 11mila abitanti, un tasso di letalità tra i più alti al mondo. “Molti decessi potevano essere evitati”, ha detto Claudio Cancelli, sindaco di Nembro. “Il sistema sanitario lombardo ha avuto delle difficoltà nel fronteggiare l’emergenza. Dobbiamo capire perché, altrimenti capiterà di nuovo”.
Quando i primi due residenti della val Seriana sono risultati positivi al tampone, il 23 febbraio, l’infezione era già diffusa dentro e fuori l’ospedale di Nembro.
A Codogno, un’altra cittadina lombarda diventata nello stesso periodo un grave focolaio, l’ospedale ha chiuso il suo pronto soccorso per una disinfezione approfondita. E il 16 aprile era ancora chiuso.
Non è stato così in val Seriana: dopo la scoperta dei primi contagi, la direzione dell’ospedale di Alzano aveva deciso di chiudere il pronto soccorso, ma le autorità regionali avevano ordinato la riapertura solo poche ore dopo.
L’assessore Gallera ha dichiarato che i servizi del pronto soccorso erano necessari e che la riapertura era avvenuta solo dopo una completa sanificazione. Gli operatori sanitari e le persone venute in contatto con i pazienti di covid-19 erano stati testati, ha detto. Per giorni nella sala d’attesa potenziali infetti potevano sedersi accanto a persone sane, racconta Francesco Zambonelli, che ha portato suo padre in quel pronto soccorso il 28 febbraio. Entrambi avevano i sintomi del covid-19 e in seguito il padre è morto per il virus.
La decisione di riaprire in fretta il pronto soccorso è al centro dell’indagine della magistratura. Zambonelli afferma che suo padre si era probabilmente infettato nello stesso ospedale poche settimane prima facendo visita alla moglie, che era stata ricoverata per un problema cardiaco e che aveva manifestato i primi sintomi del virus mentre era lì. La donna è morta il 22 febbraio senza che le sia mai stato fatto un tampone.
Vita normale per settimane
“Il primo errore decisivo è stato quello di sottostimare il rischio di un’epidemia in Italia”, ha dichiarato Zambonelli. “Qualcuno ha sbagliato o ha sottovalutato il problema e deve assumersene la responsabilità”. Pur avendo dichiarato l’emergenza sanitaria a fine gennaio, il governo italiano non è riuscito a prendere misure protettive fondamentali, come garantire un numero sufficiente di mascherine e di tamponi, osserva Zambonelli.
Il governo italiano ha affermato di aver preso provvedimenti tempestivi per impedire la diffusione del virus, per esempio ha sospeso prima di qualsiasi altro paese europeo i collegamenti aerei diretti con la Cina. Come molti altri stati, l’Italia ha esaurito le scorte di dispositivi medici all’inizio dell’epidemia, incontrando poi grandi difficoltà nel comprarne altri a causa dell’impennata della domanda globale.
Mentre Codogno e i comuni circostanti sono stati rapidamente messi in quarantena dopo la scoperta dei primi casi positivi, in val Seriana la vita è continuata più o meno normalmente per settimane, fino a quando l’8 marzo l’intera Lombardia è stata dichiarata zona rossa, seguita due giorni dopo dal resto d’Italia.
“Abbiamo il dovere di spiegare a questi cittadini cosa è successo”, ha detto Giampiero Calegari, presidente della comunità montana della val Seriana. “Quando le persone smettono di piangere i loro morti, cominciano a fare domande. E hanno il diritto di sapere”. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati