Marta Jiménez Serrano
I nomi propri
Giulio Perrone Editore, 310 pagine, 20 euro

La mia infanzia comincia e finisce con Nagiua. Comincia sotto il prugno, con in braccio Nocciolina, e Codina che scivola tra le caviglie, la sceneggiatura del nostro spettacolo di fine estate. Finisce alle tre di notte, o di mattina, mentre attraversiamo piazza Duomo deserta con le scarpe consumate ballando. Questo libro riesce costantemente a evocare i nomi delle persone che hanno attraversato le fasi della vita di tutti. Ho letto l’esordio di Marta Jiménez Serrano, e mi ha ricordato me e Nagiua da bambine, da adolescenti, da adulte. Nel romanzo di Serrano c’è una protagonista e una terza persona: una è Marta e l’altra è Belaundia Fu, la sua amica immaginaria, la sua coscienza, la sua voce interiore. Belaundia per buona parte del romanzo racconta le Marte che si susseguono a sette, quindici, ventidue e ventinove anni. Racconta le nostre identità grezze che sono smussate, graffiate, smerigliate di nuovo, scheggiate ancora. Ripercorrendo gli eventi e le persone che ci definiscono, la scrittrice riflette su come diventiamo chi siamo, sulle parole che impariamo crescendo e che compongono il nostro dizionario sentimentale. Uno dei compiti della letteratura è di mettere in ordine la somma risultante da ricordi, perdite, identità, linguaggi che formano la vita. E Serrano lo fa con un romanzo ammaliante, che è insieme generazionale e di autofiction. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1468 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati