Leggo questo romanzo con addosso il volto senza occhi di un omino di Giacometti che mi guarda dalla libreria (una riproduzione, chiaramente), mentre il libro si apre con l’immagine della scultura forse più famosa dell’artista svizzero, ovvero il cane. Che richiama quello dell’esordio di Lisa Bentini, cioè la cagnolina Beverly. Cose che nessuno vede _procede su due piani temporali, il 1969, quando muore la Bambina, sorella del padre di Lisa; e la vita di Beverly. Nella natura frammentata della storia, e nella duplicazione della Bambina, il cui nome, Elisabetta, già contiene quello dell’io narrante, Lisa, non può che venire in mente la separazione tra la Ragazza e Annie, nel memoir di Ernaux (Memoria di ragazza_, L’Orma 2017). La continua presenza delle fotografie ricorda invece l’ossessione di Lidia Yuknavitch in Lasciarsi cadere (Nottetempo 2023). Di solito non amo i libri con molte citazioni, ma qui sono più di un semplice sfoggio di erudizione, sono funzionali alla narrazione di una voce che innalza le coincidenze a segni (quando la Bambina si ammala, l’uomo atterra sulla Luna; lei e Beverly muoiono entrambe all’età di nove anni). Lisa Bentini ci consegna un libro tanto intimo e dolce quanto ironico e divertente (“Sono stata concepita a Creta una sera d’estate: nascerà una cretina, disse mia madre”),
un racconto in cui il dolore privato interroga la memoria di tutti. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati





