Chiara Tagliaferri
Arkansas
Mondadori, 192 pagine, 19 euro

Racconto spesso che mio padre è il primogenito tra i suoi fratelli, ma non è il maggiore di loro: il giorno in cui mia nonna lo partorì, avevano abbandonato in ospedale una bambina di un paio di anni, e lei tornò a casa con due figli. Per questo penso talvolta alla maternità non come a un bisogno egoistico, ma altruistico; per la stessa ragione sono stata tentata di abbandonare Arkansas a pagina 16: “Io non voglio occuparmi di niente che non sia me stessa”. Persevero, nella speranza che il libro restituisca la complessità della gestazione per altri (gpa), dei chiaroscuri di una pratica che ha tanto a che fare con la classe quanto con il femminismo. Del resto, l’Arkansas è uno degli stati americani più poveri. Ciò che ritorna è un memoir superficiale, che mi agghiaccia persino in certi passaggi (il sacrificio merita una donatrice magra; capelli biondi, occhi verdi o blu). I migliori mi paiono quelli in cui l’io narrante non dice nulla: quando racconta freddamente la trafila di esami e farmaci a cui sottopone il suo corpo, o in cui racconta i limiti normativi della gpa. Questi ultimi sembrano però paragrafi asettici, staccati dalla narrazione. Il resto restituisce solo la sensazione che lo scrivere questo libro risponda a un bisogno personale che non è affatto politico né collettivo. E allora qual è il senso di questo privato? ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati