Questa settimana un mio amico è stato licenziato. Così, da un giorno all’altro. È un artista, ma come tutti noi faceva un altro lavoro a Milano per pagare le rate del mutuo in provincia. Quando me lo dice sento la rabbia delle piazze di questi giorni. Tommaso, il protagonista di Questa lotta senza tregua comincia a lavorare in fabbrica, alla IsoBon, dopo le superiori, ci resta dentro – come in carcere – per dieci anni, poi la macchina lo rigetta quando sente di non averne più bisogno. Alla sua voce si aggiunge quella di Milot fuggito dalla guerra in Kosovo e giunto con i genitori in Italia; e quella di Anna, fidanzata di Milot e sorella del protagonista, che dà ripetizioni per dieci euro a Greta, la figlia dei padroni. Lo stesso amministratore delegato dell’azienda, Vincenzo, prende parola negli intermezzi. Tommaso ha una figlia di due anni, un mutuo trentennale, una moglie disoccupata: perdere il lavoro lo getta nella disperazione, e fa un gesto da disperato sequestrando Greta. Non è un eroe. Lo dice Milot che Tommaso è uno di quelli che pensano che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani. Però, se certi giornali, trasmissioni televisive e politici ci hanno insegnato qualcosa sulle manifestazioni degli ultimi giorni, è che ci ostiniamo a vivisezionare le modalità con cui si palesa la rabbia, ma non le ragioni che la scatenano. Le trovate, in parte, nel grido corale di Questa lotta senza tregua. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati





