Più di settemila anni fa, quando il deserto del Sahara era ancora una distesa verde, nacque un bambino con poteri straordinari e il seme di una maledizione. Il bambino portava in sé una mutazione genetica che gli garantiva una maggiore protezione dalla malaria, la malattia più letale per le successive 259 generazioni umane: nel solo novecento uccise trecento milioni di persone, causando una morte su venti.

Il bambino sopravvisse grazie a una mutazione nell’emoglobina (la molecola contenuta nei globuli rossi responsabile del trasporto dell’ossigeno), che trasmise ai suoi discendenti. La mutazione resistette perché nell’Africa subsahariana, dove la malaria è endemica, era uno strumento di sopravvivenza. Ma la sua forza aveva un lato oscuro: a volte, quando due discendenti di quel bambino procreavano, i loro figli ereditavano due geni mutati. In questo caso i globuli rossi potevano schiacciarsi, assumendo la forma di una falce, e finivano per occludere i vasi sanguigni. L’anemia falciforme è una malattia genetica dolorosa, spesso letale, che ogni anno colpisce 300mila bambini, soprattutto in Africa.

Il collegamento tra cellule falciformi e malaria fu stabilito negli anni cinquanta ed ebbe conseguenze importanti negli studi sulla genetica molecolare umana. Ma l’esistenza di quel bambino di settemila anni fa è stata scoperta solo nel 2018 dall’epidemiologo genetico Charles Rotimi e dal suo collega Daniel Shriner dei National institutes of health (Nih) statunitensi.

La mappatura del genoma umano – una ricerca durata tredici anni che permise di individuare i tre miliardi circa di “lettere” che formano il dna di una persona – fu completata nel 2003. Da allora il genoma di riferimento usato dagli scienziati per condurre le loro ricerche si è costantemente ampliato, includendo nuovi tipi di persone. Tuttavia è ancora incompleto: vent’anni dopo, si studiano in gran parte gli europei. I genomi di persone di discendenza africana sono solo il 2 per cento. È stata questa percentuale così bassa a suggerire a Rotimi dove andare a indagare. La carenza di dati sugli africani è un grave ostacolo alla comprensione del funzionamento del corpo umano e di alcune malattie. I genomi africani non sono solo i più antichi ma anche i più diversificati, e questa diversità porta con sé un enorme potenziale.

“Il continente africano rappresenta quelli che chiamerei le radici e il tronco della storia evolutiva degli esseri umani”, mi dice Rotimi al telefono dal Maryland, dove dirige il centro per la ricerca sul genoma e la salute globale dei Nih. “L’Africa è il posto dove gli esseri umani hanno vissuto più a lungo, e tenerne conto è fondamentale per capire in che modo le forze che esistevano in quel continente hanno contribuito a modellare i genomi degli esseri umani per farli sopravvivere alle malattie infettive o a un ambiente ostile”.

Interessi commerciali

I ricercatori, gli accademici, le case farmaceutiche e le startup di tutto il mondo hanno da poco preso coscienza del potenziale offerto dall’Africa. Un consorzio di circa cinquecento scienziati africani sta conducendo uno studio innovativo sulle cause genetiche della cecità, dell’alzheimer, del cancro, delle malattie renali e di altre patologie. Il programma si chiama H3Africa, è stato lanciato da Rotimi nel 2012 ed è finanziato dagli Nih statunitensi e dal
Wellcome trust britannico.

Il lavoro sta cominciando a dare frutti, afferma lo scienziato. Nel frattempo alcune grandi aziende farmaceutiche si sono messe a raccogliere i dati genomici delle popolazioni africane – in alcuni casi forniti da startup locali – nel tentativo di sviluppare terapie geniche di nuova generazione.

Ma sono nate preoccupazioni su chi alla fine possiederà quei dati. A febbraio un funzionario statunitense ha dichiarato al Financial Times che l’amministrazione Trump voleva bloccare il progetto cinese per la costruzione della nuova sede dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie ad Addis Abeba, accusando Pechino di voler rubare l’“enorme quantità di dati genomici africani” (un portavoce del governo cinese ha definito “ridicola” l’accusa). Mentre, da una parte, cominciano a emergere le possibilità commerciali di questa ricerca e si manifesta l’interesse delle aziende private statunitensi, europee e cinesi, dall’altra gli scienziati africani s’interrogano sulle implicazioni etiche di una scienza basata sull’estrazione di dati e praticata in un continente che è stato a lungo sfruttato da potenze esterne.

Circa il 99 per cento della storia evolutiva degli esseri umani è avvenuto in Africa. Gli esseri umani moderni sono comparsi là duecentomila anni fa. Centomila anni dopo, piccoli gruppi di nostri antenati cominciarono ad andare in giro per il mondo, portando con sé solo una piccola parte della loro diversità genetica. La maggior parte di questa diversità restava in Africa e, dato che gli esseri umani si sposavano tra loro e si riproducevano, lì fu conservata, assediata e trasformata dalle pressioni ambientali, malattie comprese. Accedere a quella diversità oggi ha implicazioni per tutta l’umanità.

Poco tempo fa, nella mia casa di Lagos, in Nigeria, un sarto è venuto a prendermi le misure per un vestito. Gli ho chiesto se poteva fare degli abiti per le mie figlie e mi ha detto che mi avrebbe mandato la sua ex socia, che era anche la sua ex fidanzata. È sempre complicato mescolare gli affari con l’amore, ho commentato. No, ha risposto lui, non era per quello: entrambi sono AS.

Dentro ogni cellula umana c’è un nucleo con circa ventimila geni formati da frammenti di dna che contengono quattro elementi chimici detti nucleotidi o basi. L’intero genoma umano – che comprende tutti i geni di una persona – è formato da 3,2 miliardi di coppie di quella basi (identificate dalle lettere A, C, T e G), che contengono le istruzioni per il funzionamento delle nostre cellule. In ognuna di quelle cellule ci sono due copie del gene dell’emoglobina. Alcuni africani ne hanno uno normale (A) e l’altro mutato (S). Sono portatori dell’anemia falciforme, ma non ne soffrono. In Nigeria un quarto delle persone è AS. La metà dei bambini che ogni anno nel mondo nascono con l’anemia falciforme si trova qui.

Quando la storia tra il sarto e la sua ragazza è diventata seria, entrambi si sono sottoposti ai test genetici, come fanno molti loro coetanei. E hanno scoperto di aver avuto la sfortuna di innamorarsi di un’altra o un altro discendente di quel bambino nato migliaia di anni fa.

Yagazie Emezi, Yagazie Emezi dalla serie When Did A Piece Fall Off?

La ricerca genomica insegue le variazioni. Gli esseri umani condividono il 99,9 per cento del dna, ma a contare sono le differenze in quel che rimane. Queste mutazioni sono chiamate polimorfismi a singolo nucleotide (Snp), ed equivalgono a un unico refuso in mille bibbie messe insieme. Per la maggior parte sono benigne, determinano caratteristiche come gli occhi azzurri e le orecchie grandi, o non significano nulla. Gli scienziati cercano le più pericolose – quelle che causano il cancro, l’alzheimer, il colesterolo alto, il parkinson – e le più utili, che ci proteggono da quelle malattie.

Se non includono i dati genetici degli africani, la medicina di precisione, l’editing genetico e altre tecniche d’avanguardia rischiano di ridursi a una cosa per bianchi ricchi. Molti test genetici sono più efficaci degli esami clinici nel prevedere il tumore al seno e il diabete di tipo 1 nei pazienti d’origine europea perché i test sono stati sviluppati partendo dai loro genomi. Secondo un articolo pubblicato nel 2010 da Nature Genetics, la supremazia dei genomi europei è “il più grande limite alla genetica nella medicina di precisione”.

Allargare la ricerca genetica sarà vantaggioso per tutti. Qualche anno fa Olufunmilayo Olopade, una delle più importanti ricercatrici sul cancro negli Stati Uniti, cominciò a notare tassi più elevati di cancro al seno tra le giovani del suo paese, la Nigeria. Nel 2018 ha firmato il primo studio che faceva riferimento a un’accurata analisi genomica delle donne africane, e le sue conclusioni potrebbero portarci a cambiare idea su come si sviluppa il cancro al seno e sul tipo di screening necessario a individuarlo, indipendentemente dalle origini di una paziente.

“Per molto tempo abbiamo pensato che il cancro crescesse in modo lento e sistematico, perciò negli Stati Uniti si aspettano i cinquant’anni per fare una mammografia ogni due anni”, dice Olopade, direttrice del Center for clinical cancer genetics and global
health dell’università di Chicago. Dalla sua ricerca invece emerge che “è necessario cominciare prima lo screening. Inoltre in Africa bisogna fare più ricerca genetica, altrimenti adotteremo delle linee guida sbagliate, cominciando dal punto sbagliato”.

Man mano che procederà il sequenziamento di genomi sarà più facile trovare nuove mutazioni. Stabilire quali siano importanti, però, è più complicato. I ricercatori hanno scoperto che se negli studi s’include anche un piccolo numero di persone nere i risultati diventano migliori. Tuttavia la maggior parte delle analisi è ancora condotta su popolazioni di discendenza europea. Senza dati consistenti sulle popolazioni africane, gli scienziati si lasciano sfuggire i segreti dell’evoluzione di migliaia di generazioni. Un recente studio su 910 persone d’origine africana ha rivelato che dal genoma usato come riferimento mancano 300 milioni di coppie di basi. “Sono tante. Significa che potenzialmente non conosciamo il 10 per cento del nostro patrimonio genetico, e questo ci impedisce di fare bene il nostro lavoro”, dice Ambroise Wonkam, professore associato del dipartimento di genetica umana dell’università di Città del Capo, che studia la longevità dei pazienti affetti da anemia falciforme. “Quando diciamo che l’equità nella scienza è importante, in particolare riguardo agli africani, non è per gentilezza. L’equità è necessaria per fare scienza come si deve. Altrimenti ci perdiamo tutti”.

Un laboratorio vuoto

L’ospedale del Point G è un polveroso complesso di edifici bassi su un promontorio di arenaria sopra Bamako, la capitale del Mali. Lì, nell’edificio azzurro sbiadito che ospita il reparto di neurologia, incontro Guida Landouré, un ricercatore che partecipa al programma H3Africa. Il suo ufficio è illuminato da lampade al neon e dal sole di mezzogiorno.

“Non ci interessava tenere nascosti quei dati o pubblicare un bell’articolo”

Il suo camice bianco è appeso al bastone della tenda. Sulla scrivania, intorno al suo piccolo laptop, ci sono delle pile di cartelline alte mezzo metro che sembrano sul punto di crollare. Landouré sorride debolmente mentre si alza per salutarmi. È nato nel Mali centrale, ultimo di 28 figli di un insegnante di Corano con tre mogli. La sua era una famiglia di allevatori. Si è specializzato allo University college di Londra e ha lavorato per qualche tempo negli Nih statunitensi. “Mi dicevano: ‘Perché non resti?’. Ma io rispondevo: ‘No, sono venuto solo per trovare qualcosa che a casa mia non c’è’”, racconta. “In America e nel Regno Unito ci sono migliaia di dottori specializzati; in Mali di esperti in neurologia o neurogenetica non ce n’è neanche uno”.

Nel 2013 Landouré ha ottenuto una borsa di studio da H3Africa per indagare sulle origini genetiche di malattie neurologiche ereditarie come la distrofia muscolare o la corea di Huntington. Molte di queste patologie sono studiate anche altrove e per alcune è stata trovata una cura, “ma non abbiamo mai fatto un’indagine in Africa”, spiega.

Cinque mesi fa ha scoperto una forma di epilessia mioclonica progressiva causata da una mutazione genetica che in precedenza era stata documentata solo in altri due pazienti, un tedesco e un italiano, e che può essere curata con un composto poco costoso chiamato acido folinico. “Il bambino malato non riusciva neanche a tenere dritta la testa ed era completamente assente. Ma quando lo abbiamo incontrato di nuovo stava giocando!”, dice. “La genetica ha cambiato la vita di quel bambino. Questo ci spinge a continuare”.

Attraversando il laboratorio, saltano agli occhi le difficili condizioni in cui devono lavorare gli scienziati africani. Negli Stati Uniti i ricercatori possono contare su ambienti di lavoro perfettamente attrezzati, osserva Landouré, e hanno a fianco altri colleghi con cui scambiare idee. “Quando sono arrivato qui, mi hanno mostrato una stanza vuota. Ho dovuto portare tutto io”.

Nel laboratorio non mancano gli strumenti d’avanguardia, protetti da teli di plastica a fiori. Parte del budget è assorbito dai costi delle spedizioni e del gasolio per il generatore. I soldi che H3Africa versa a Landouré sono usati da tutto il dipartimento di neurologia: finanziano le borse per gli studenti, l’ambulatorio al piano di sotto e la formazione dei tirocinanti e dei professori. Anche se la ricerca ne soffre, in questo modo si costruiscono competenze preziose. Landouré spera inoltre che gli sforzi fatti finora permetteranno di portare avanti questi studi in Mali, creando un clima di fiducia tra le persone: “Penso che per i pazienti africani sia importante vedere che a condurre gli studi sono altri africani, e non stranieri”.

Pratiche scorrette

Nel 1996 la città nigeriana di Kano affrontò la peggior epidemia di meningite della storia africana, con 120mila persone contagiate. All’ospedale dedicato ai malati arrivarono gli operatori di Medici senza frontiere e di altre organizzazioni non governative. Arrivò anche un’équipe della Pfizer, la multinazionale farmaceutica, che aveva quasi finito di testare un medicinale per la meningite. “La Pfizer vide l’opportunità di portare avanti un test clinico di fase 3”, racconta Babatunde Irukera, l’avvocato che avrebbe rappresentato la Nigeria in una successiva azione legale. “Radunò rapidamente una squadra di dottori e cominciò i test”. I dipendenti della Pfizer non indossavano cartellini che li distinguessero dagli operatori umanitari, dice. “Le persone gli affidavano i figli pensando che li avrebbero curati”, aggiunge Irukera, che oggi presiede la Commissione federale nigeriana per la concorrenza e la difesa dei consumatori.

Nel 2009 la Pfizer patteggiò per chiudere la causa che ne seguì e accettò di pagare 75 milioni di dollari di risarcimento. “È solo un esempio di come andavano le cose in Nigeria: le case farmaceutiche portavano avanti i loro test senza i controlli appropriati”, dice Irukera. “La Pfizer sostiene di aver ricevuto le necessarie autorizzazioni, ma non ce n’è prova. Gli abitanti di quella parte del paese non parlano nemmeno inglese”.

Nel comunicato del 2009 in cui annuncia il patteggiamento, la casa farmaceutica nega di aver commesso scorrettezze e ribadisce che “lo studio del 1996 era stato condotto con l’approvazione del governo nigeriano e il consenso dei genitori dei partecipanti, in ottemperanza alle leggi nigeriane”.

Nella ricerca scientifica la commercializzazione dei dati raccolti in uno studio è sempre stato un tema delicato, soprattutto per quanto riguarda il consenso informato e il compenso. Si discute da anni sull’opportunità o meno di pagare chi partecipa a uno studio. Forse il caso più famoso è quello di Henrietta Lacks, la donna afroamericana morta per un tumore nel 1951, le cui cellule speciali perché “immortali” furono raccolte dai ricercatori prima del suo decesso senza che lei lo sapesse. La capacità di queste cellule di riprodursi quasi in modo infinito ha fatto sì che fossero usate in quasi tutte le principali ricerche mediche dell’ultimo mezzo secolo. Ma gli eredi di Henrietta Lacks non hanno mai ricevuto un compenso. Questo caso rimanda a un passato dove il consenso informato ancora non esisteva. Ma oggi i ricercatori africani devono trovare il modo di ottenere il consenso da tutti, anche da chi parla una lingua che non contempla le parole “dna” e “gene”.

A disposizione di tutti

Durante l’epidemia di ebola del 2014, medici e ricercatori di tutto il mondo raccolsero più di 269mila campioni di sangue dai pazienti in Guinea, Sierra Leone e Liberia. Nessuno diede il consenso perché fossero usati ai fini della ricerca. Migliaia di campioni furono mandati a laboratori stranieri, sostiene il giornalista investigativo Emmanuel Freudenthal, e quindi non furono più accessibili per i ricercatori di quei paesi, che in molti casi li avevano raccolti di persona.

Yagazie Emezi, Yagazie Emezi dalla serie When Did A Piece Fall Off?

Christian Happi, uno dei più importanti scienziati africani, faceva parte dell’équipe che durante l’epidemia sequenziò il genoma del virus. Il camerunese, che oggi vive in Nigeria, mi ha poi raccontato al telefono che la sequenza fu immediatamente resa pubblica per aiutare gli altri ricercatori a trovare una cura. “Non ci interessava tenere nascosti quei dati o scrivere un bell’articolo da pubblicare su Nature o Science”, dice. “È questa la differenza tra noi che lavoriamo sul campo e teniamo ai nostri pazienti e gli ‘scienziati con il paracadute’”.

Happi s’infervora quando dice che l’Africa ha le competenze, le strutture e le conoscenze per tenersi stretto il suo patrimonio genetico. “Abbiamo moltissimi centri d’eccellenza, persone che hanno studiato nelle migliori università del mondo e sono tornate. Non ci sono motivi per cui i campioni debbano essere esaminati fuori dal continente”.

H3Africa si occupa di questi temi da anni, dice Jennifer Mabuka, responsabile del programma presso l’Accademia africana delle scienze di Nairobi: “Se un’azienda privata venisse a chiederci i dati e dopo dieci o quindici anni riuscisse a tirarne fuori un farmaco da vendere in tutto il mondo, che vantaggio ne trarrebbero le persone che hanno fornito quei dati?”. Tra le possibili forme di compenso potrebbe esserci l’accesso gratuito ai servizi diagnostici, l’acquisto scontato dei farmaci sviluppati a partire da quel materiale genetico, le donazioni agli ospedali locali o, più semplicemente, denaro.

Molti ricercatori sostengono che garantire ai soggetti dei compensi potrebbe compromettere la ricerca. Inoltre servono anni di studi per poter stabilire se una mutazione significa qualcosa. Ma in Africa la questione è complicata dalla lunga storia di saccheggi compiuti dall’occidente. Dai diamanti all’oro, dalla bauxite alle terre rare e, naturalmente, alle persone, il continente è ricco di risorse ma non ha tratto quasi mai vantaggio da questa ricchezza. Le case farmaceutiche non si sono comportate meglio di quanto abbiano fatto le aziende petrolifere. Cosa può impedire alla grande diversità genetica africana di essere l’ennesima risorsa sfruttata per generare miliardi di dollari di ricavi che poi finiscono nelle tasche di stranieri?

Nel giro di due anni i fondi a disposizione del programma H3Africa si saranno prosciugati e sembra che nessuna organizzazione o governo sia pronto a intervenire, anche se la ricerca sta cominciando solo ora a rivelare le promesse del continente. Gli investimenti fatti dovrebbero consentire agli scienziati africani di competere con i loro colleghi del resto del mondo per ottenere finanziamenti. Ma i ricercatori dovranno anche trovare soluzioni creative per raccogliere fondi e proseguire il loro lavoro.

Dai tempi del Progetto genoma umano il costo del sequenziamento del dna è molto diminuito, passando da una cifra compresa tra i 500 milioni e un miliardo di dollari all’inizio degli anni duemila ai mille dollari di oggi. Questo ha reso l’Africa una meta più attraente per chi investe nella ricerca, nonostante i maggiori rischi e le difficoltà logistiche. Ma il fascino della genomica africana ha scatenato un dibattito già sentito, tra profitto e fini ultimi. Questo è apparso evidente nel corso dei miei incontri con Christian Happi e con Abasi Ene-Obong, l’amministratore delegato della 54gene, una società di genomica. L’anno scorso la sua azienda ha raccolto 4,5 milioni di dollari di investimenti per creare la prima biobanca privata africana e ha appena avviato un programma per sequenziare il dna di centomila nigeriani.

Entrambi sono genetisti che hanno studiato in università prestigiose (Happi ad Harvard e Ene-Obong all’Università di Londra), ed entrambi hanno obiettivi simili: favorire il progresso scientifico sfruttando le potenzialità dell’Africa, per restituire qualcosa al continente e includere gli africani nella rivoluzione della genomica. Ma per Happi bisogna scegliere tra i profitti e il bene di tutti, mentre Ene-Obong pensa che si possano avere entrambi.

Da sapere
Dal dna al genoma

Dna (acido deossiribonucleico) Molecola che contiene l’informazione genetica necessaria per la produzione di rna e proteine. In genere è organizzata in due catene complementari avvolte a doppia elica.

Rna (acido ribonucleico) Molecola simile al dna. Ci sono diverse forme di rna, per esempio, messaggero, ribosomale o transfer, ognuna con una specifica funzione.

Gene Sequenza di acido nucleico. È l’unità di base dell’ereditarietà ed è localizzato in una precisa posizione di un particolare cromosoma. La maggior parte dei geni codifica proteine.

Cromosoma Struttura formata da un lungo filamento di dna. Ognuno contiene migliaia di geni.

Genoma (o patrimonio genetico) Il corredo genetico, inclusi tutti i geni, di un organismo vivente.


Quest’estate Happi inaugurerà un centro di genomica da quattro milioni di dollari sul campus della Redeemer’s university in Nigeria, finanziato in gran parte dalla Banca mondiale. Il centro farà soprattutto ricerca, ma offrirà anche servizi di consulenza, di sequenziamento del dna e corsi di formazione per accademici e funzionari della sanità pubblica. “Il nostro scopo è capire come usare le informazioni genomiche per risolvere i problemi dell’Africa, salvare vite, fare la differenza, senza pensare ad arricchirci”, dice. “Dev’essere sostenibile”.

Etica e profitto

L’ufficio di Ene-Obong a Lagos è decorato con vivaci colori primari, un lascito dei primi tempi in cui la 54gene era una versione africana di Ancestry.com o 23andMe, aziende leader nella genomica di consumo negli Stati Uniti. Ene-Obong è un uomo massiccio e sorridente. La sua missione è molto diversa da quella di Happi: “La nostra è un’impresa privata, ma vogliamo creare un sistema di riferimento migliore, perché i genomi che oggi vengono usati nella ricerca internazionale non contengono neanche quelli dei miei antenati”. Ene-Obong si riferisce al Progetto genoma 1000, successivo al Progetto genoma umano, che doveva studiare tutte le popolazioni non europee. In realtà, non comprende né l’etnia efik a cui appartiene suo padre né gli igbo di sua madre, una comunità di cui fanno parte più di trenta milioni di nigeriani.

Per accedere al database con centomila campioni che l’azienda sta raccogliendo negli ospedali e nelle istituzioni accademiche nigeriane, le compagnie farmaceutiche sono disposte a pagare cifre enormi. Come mi ha detto Matthew Nelson, che dirige il reparto di genetica della GlaxoSmithKline: “Poter analizzare la storia medica completa di mezzo milione di persone in cinque paesi africani sarebbe un investimento di gran lunga migliore rispetto a un altro studio sullo stesso numero di persone in Europa”.

Ene-Obong vorrebbe che in futuro la 54gene partecipasse anche allo sviluppo di nuovi farmaci, e che la sua azienda diventasse una “centrale della medicina di precisione” per poter elaborare cure mirate per l’Africa. Ma intanto il suo obiettivo è entrare in società con case farmaceutiche, istituti di ricerca, governi e imprese bio­tech. “Ci hanno contattato molte aziende, c’è un interesse grandissimo per lo studio delle malattie di questa popolazione, e noi vogliamo essere sicuri che tutto sarà fatto bene e in modo sostenibile”, mi ha detto ad agosto del 2019, un mese dopo che la sua società era stata quotata in borsa. Ene-Obong insiste nel sostenere che la sua impresa può contribuire alla scienza, restituire qualcosa all’Africa e generare profitti.

Happi non ne è convinto. “Cosa stiamo facendo per garantire che ci sia equità, correttezza e che venga dato il giusto compenso per il dono – perché è un dono – che i volontari africani fanno all’umanità?”.

Il responsabile delle questioni etiche della 54gene, Aminu Yakubu, prima di essere assunto dall’azienda nel settembre del 2019 era presidente del comitato etico di H3Africa. Sostiene che le loro linee guida sono molto simili, anche se in evoluzione. Dal 5 al 20 per cento circa dei profitti derivati dai contratti di ricerca andranno a una fondazione in ognuno dei paesi dove opera l’azienda. A decidere come usare questi soldi sarà una commissione formata da scienziati e leader locali.

Per Yakubu la questione dei compensi è complessa. È corretto da parte di una casa farmaceutica cercare di convincere una persona che vive con due dollari al giorno a partecipare a uno studio scrivendo nel modulo per il consenso che in futuro potrebbe ricevere parte dei proventi di un ipotetico farmaco sviluppato a partire da quella ricerca? Eventuali benefici dovrebbero spettare solo ai soggetti dello studio o a tutta la comunità? Al suo gruppo etnico? Al suo paese? Inoltre, se nel corso del tempo i geni di un’unica persona fossero usati per creare un farmaco, dice Yakubu, la 54gene vorrebbe che quella persona ricevesse una percentuale dei profitti. Ene-Obong sostiene che i “vecchi accademici e ricercatori” africani si sentono minacciati perché vedono che la sua azienda si sta muovendo velocemente e con successo. In ogni caso lui vuole continuare a lavorare con le università. Con i fondi di H3Africa che si esauriscono, questa collaborazione potrebbe diventare importante. Qualunque cosa succeda, la ricerca genomica in Africa deve continuare, dice Rotimi. “Per la prima volta nella storia umana abbiamo gli strumenti necessari in termini di biotecnologie, digitali e di conoscenze scientifiche per indagare sui genomi umani, e sappiamo che l’Africa è la culla dell’umanità”, dice.

Coinvolgere più scienziati locali e studiare i genomi del continente è un imperativo scientifico e una questione di giustizia sociale. “L’imperativo scientifico è che ci sono aspetti del genoma umano che possiamo studiare solo qui”, dice. “La questione di giustizia sociale è che se non la coinvolgiamo questa parte del mondo sarà tagliata fuori da tutte le conquiste fatte con la genomica nel campo della salute, dell’agricoltura o perfino dell’economia, com’è successo per tante altre rivoluzioni”. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati