La moltiplicazione degli eventi climatici estremi che hanno colpito l’Italia in questi ultimi mesi (forti temporali nelle Marche, il crollo di un ghiacciaio nelle Dolomiti, la siccità nella valle del Po e incendi a ripetizione) avrebbe potuto mettere l’emergenza climatica al centro del dibattito politico in vista del voto del 25 settembre. Ma l’argomento è rimasto ai margini della campagna elettorale.

L’Osservatorio di Pavia, un centro di ricerca specializzato nell’analisi dei mezzi di comunicazione, ha pubblicato il 15 settembre uno studio che considerava i telegiornali e i principali talk show trasmessi sulla Rai e sulle due principali reti televisive private tra il 21 agosto e il 4 settembre. Dei discorsi dei principali candidati, meno dello 0,5 per cento riguardava la crisi climatica. Lo studio, realizzato in collaborazione con Greenpeace, ha analizzato anche i profili Facebook di quattordici leader politici: gli effetti dei cambiamenti climatici erano citati solo nel 2 per cento dei post. I programmi delle diverse formazioni non sono molto più prolifici, con la sola eccezione della coalizione di centrosinistra, distanziata nei sondaggi.

“C’è un ritardo culturale nella maggior parte della classe politica italiana”, si rammarica Angelo Bonelli, uno dei due portavoce del partito ecologista Europa verde, una formazione creata nel 2021 e alleata di Sinistra italiana (i sondaggi assegnano alla loro lista il tre per cento dei voti). “La grande maggioranza delle dichiarazioni politiche sulla crisi climatica si limita a commentare i disastri naturali che hanno colpito il paese, senza proporre alcuna soluzione strutturale”, afferma Bonelli. La transizione ecologica, anche se è presente nella campagna elettorale, è analizzata soprattutto attraverso il problema della crisi energetica. “In realtà bisogna essere consapevoli che la politica energetica italiana è sempre stata concepita in funzione degli interessi di un produttore di idrocarburi, l’Eni”, sottolinea Matteo Leonardi, cofondatore del centro studi Ecco climate, prima di evidenziare la mancanza di ambizione ecologica del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) adottato dal governo Draghi.

“I duecento miliardi di finanziamenti rappresentano un’occasione storica ma il Pnrr è stato estremamente politicizzato”, continua Leonardi. “L’Italia è il secondo paese più inefficiente d’Europa in materia d’isolamento degli edifici; molte delle 32mila strutture scolastiche sono da isolare, e a livello nazionale il piano prevede dei finanziamenti solo per 193 di questi edifici. Nello stesso tempo nei trasporti si è deciso di privilegiare i treni e l’alta velocità, senza rendersi conto che non è stato fatto nulla per favorire le auto elettriche, nonostante gli obiettivi europei. Tutti elementi fondamentali che in questa campagna elettorale non hanno ricevuto l’attenzione che meritavano”.

Il dibattito su altri temi e due esempi illustrano bene la situazione. Prima di tutto l’emblematico progetto del ponte sullo stretto di Messina, che dovrebbe collegare la Sicilia alla Calabria. Un progetto faraonico che fu a lungo un cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e che oggi il suo partito vorrebbe rilanciare. Accantonato dal governo di Mario Monti nel 2011, ripreso qualche anno dopo da quello di Matteo Renzi, il progetto del ponte ha provocato un coro di critiche da parte degli ecologisti e oggi non è più di attualità. Tuttavia il ­leader di Forza Italia considera l’opera fondamentale per rendere più dinamico lo sviluppo nel sud della penisola.

Un altro esempio è il largo consenso sulla ripresa delle trivellazioni nel mare Adriatico e nello stretto di Sicilia, dove si trova almeno la metà dei giacimenti di idrocarburi in Italia, cioè 112 miliardi di metri cubi di gas. Nel contesto della guerra in Ucraina e visto l’obiettivo di ridurre la dipendenza italiana nei confronti del gas russo (nel 2021 il 40 per cento delle importazioni arrivava dalla Russia), tutti i partiti di centro e di destra si dicono favorevoli all’aumento delle trivellazioni, mentre il Partito democratico nel suo programma non si pronuncia sulla questione e gli ecologisti fanno fatica a farsi sentire.

Ecologia a scuola

In realtà gli ultimi anni sembrano essere stati caratterizzati da un continuo disimpegno dell’Italia sulle questioni ecologiche, e questo mentre il 16 giugno l’Unione europea ha adottato una raccomandazione in cui invitava a investire nei programmi scolastici sulla transizione ecologica. Oggi la scuola italiana dedica meno spazio all’educazione ambientale rispetto a vent’anni fa, osserva la rivista Nuova ecologia di Legambiente, la prima associazione ecologista del paese.

L’assenza di proposte sull’ambiente probabilmente è dovuta all’indebolimento del Movimento 5 stelle, che dalla sua fondazione fino al suo arrivo al potere nel 2018 si era presentato come un partito ecologista, favorevole alla “decrescita felice” e alla fine delle grandi opere pubbliche, per smentirsi però su quasi tutti i fronti una volta arrivato al potere. I cinquestelle hanno accettato, in nome degli accordi di governo, che venisse portato a termine il progetto del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che porta in Puglia gli idrocarburi estratti nel mar Caspio; la continuazione dei lavori nel cantiere del tunnel Lione-Torino; e la rinuncia alla chiusura dell’acciaieria Ilva di Taranto, la più grande d’Europa, i cui altiforni hanno letteralmente avvelenato intere generazione di abitanti della città.

“La prossima legislatura sarà decisiva per sapere se l’Italia affronterà sul serio la questione della transizione ecologica”, osserva Filippo Sotgiu, portavoce nazionale del movimento Fridays for future. Il movimento, che mobilita soprattutto giovani, ha annunciato per il 23 settembre uno sciopero degli studenti delle superiori in cinquanta città italiane, 48 ore prima delle elezioni. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati