“Invadiamo le foreste tropicali e altri habitat naturali dove vivono molte specie animali e vegetali, che a loro volta ospitano tanti virus sconosciuti. Abbattiamo gli alberi, uccidiamo gli animali o li vendiamo nei mercati. Sconvolgiamo gli ecosistemi ed eliminiamo gli ospiti naturali dei virus. Quando questo accade, i virus hanno bisogno di nuovi ospiti. E spesso quegli ospiti siamo noi”. Così David Quammen, giornalista scientifico statunitense, spiega in un recente articolo sul New York Times perché siamo in gran parte responsabili della pandemia di covid-19.
Nel 2012 Quammen ha pubblicato Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi 2014), che racconta il suo viaggio in giro per il mondo, insieme ai migliori scienziati, sulle tracce delle malattie infettive emergenti. Otto anni dopo, dalla sua casa nel Montana, osserva questa crisi con frustrazione. “Quando lavoravo al mio libro, gli esperti prevedevano esattamente quello che sta succedendo oggi”, racconta. “L’unica cosa che mi sorprende è l’assoluta impreparazione degli stati”. All’inizio del 2018 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva inserito una “malattia X” nella lista delle patologie che avrebbero potuto provocare un “pericolo internazionale”.
“Avevano previsto che la malattia X sarebbe stata probabilmente il risultato di un virus di origine animale e sarebbe emersa in qualche parte nel mondo dove lo sviluppo economico avvicina gli esseri umani e la fauna”, afferma Peter Daszak, che ha partecipato alle discussioni dell’Oms e che presiede la EcoHealth Alliance, un’organizzazione statunitense che lavora sulla salute umana e sulla salvaguardia della natura. “La malattia X si sarebbe diffusa rapidamente e in silenzio sfruttando le reti di trasporto e di commercio. E una volta arrivata in diversi paesi, sarebbe stato difficile contenerla”. In altre parole la malattia X è il covid-19.
Questa crisi sanitaria senza precedenti era quindi prevedibile? E in che misura è legata al collasso della biodiversità? Per un numero crescente di scienziati non c’è dubbio che esistano stretti legami tra lo sviluppo di queste malattie e i danni causati all’ambiente. Anche se il numero di persone che soffrono di malattie infettive è diminuito progressivamente, il numero di epidemie è aumentato dal 1940, con un picco negli anni ottanta. Inoltre, tre quarti delle nuove malattie che interessano gli esseri umani sono zoonosi, cioè malattie trasmesse dagli animali. Nel 2008 la ricercatrice britannica Kate Jones e la sua équipe hanno identificato 335 nuove malattie infettive comparse tra il 1940 e il 2004, e il 60 per cento di queste aveva un’origine animale. Tra gli agenti patogeni ci sono il virus Marburg, apparso in Germania nel 1967; il virus ebola, individuato per la prima volta nel 1976 nello Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo; lo Hendra, identificato in Australia nel 1994; il coronavirus Sars-cov, responsabile della sindrome respiratoria acuta grave comparsa nel 2002 in Cina; il Mers-cov che causa la sindrome respiratoria del Medio Oriente, apparso in Arabia Saudita nel 2012.
“Un certo numero di fattori, tra cui alcuni strettamente legati al crescente impatto umano sugli ecosistemi, spiega l’aumento delle zoonosi”, afferma Kate Jones, docente di ecologia e di biodiversità allo University college London. “Tra i più importanti da un punto di vista ecologico c’è il rapido cambiamento dell’uso delle terre in molte regioni del mondo”. Deforestazione, conversione dei terreni agricoli e intensificazione dell’agricoltura sono cambiamenti che avvicinano le popolazioni alla fauna selvatica. “Quando la foresta tropicale non era sfruttata, nessuno o quasi era esposto al rischio di contrarre un agente patogeno”, spiega Jean-François Guégan, specialista in trasmissione delle malattie infettive all’Istituto francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente (Inrae) e all’Istituto di ricerca per lo sviluppo (Ird). “Con la deforestazione in Asia, in Brasile e in Africa molte persone sono state esposte in modo consistente a questi nuovi rischi microbiologici”.
Secondo l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), l’aumento delle malattie infettive emergenti coincide con la crescita sempre più rapida dei tassi di deforestazione tropicale registrati negli ultimi decenni. In quarant’anni sono scomparsi più di 250 milioni di ettari di foreste tropicali. Queste sono particolarmente ricche di biodiversità, quindi sono anche molto ricche di microrganismi. Ma non tutti sono patogeni, al contrario, la stragrande maggioranza svolge funzioni essenziali. “Il rischio di contrarre un agente patogeno è legato al pericolo microbiologico, e questo dipende dalla diversità biologica e dagli ecosistemi in generale, ma anche dall’esposizione delle popolazioni e dalla loro vulnerabilità: possono infatti essere povere o bene alimentate, vaccinate, avere accesso alle cure e così via”, precisa Guégan.
L’intensificazione dell’attività agricola e la deforestazione sono state per esempio i principali motori dello sviluppo del virus Nipah, che nel 1998 provocò in Malaysia centinaia di casi di encefalite. Questo virus era ospitato da pipistrelli frugivori nel nord del paese. In quel periodo si erano sviluppati nella regione degli allevamenti industriali di suini. Inoltre gli allevatori avevano piantato manghi e altri alberi da frutta per assicurarsi una seconda fonte di reddito.
La diversità genetica sembra svolgere un ruolo nella diffusione delle epidemie
Cacciati dalla foresta dove vivevano, in particolare a causa dello sfruttamento del terreno per la coltivazione della palma da olio, i pipistrelli si trasferirono su quegli alberi. I frutti sgranocchiati, la loro saliva o i loro escrementi cadendo nei recinti venivano mangiati dai maiali. Così il virus si diffuse da un maiale all’altro, da un allevamento all’altro e poi infettò gli esseri umani. Furono abbattuti più di un milione di maiali.
Barriere naturali
Perché allora non facciamo come abbiamo fatto con i maiali? Perché non eliminiamo anche i pipistrelli e deforestiamo ancora di più? Se le regioni più ricche di biodiversità sono anche le più ricche di potenziali agenti patogeni, perché allora proteggere questa biodiversità? “Cercare di ‘distruggere’ gli ospiti o gli habitat naturali potrebbe essere controproducente e aumentare, quanto meno nel breve termine, il rischio di diffusione di nuove malattie tra le persone”, risponde Kate Jones. “Inoltre abbiamo bisogno della natura per l’acqua potabile, il cibo e altre cose”.
“Negli ecosistemi più ricchi molte specie, quando sono di fronte a un virus, possono distruggerlo o non farlo diffondere, svolgendo un ruolo di filtro epidemiologico, di barriera”, spiega Guégan. “Impoverendo gli ecosistemi ci priviamo di queste specie e delle funzioni fondamentali che esercitano in qualità di barriere naturali e di depuratori degli ecosistemi”.
In realtà le specie che vivono negli ecosistemi più poveri, come un campo nell’altopiano calcareo a sudovest di Parigi o una città cementificata, sono spesso le più prolifiche e le più indulgenti verso i microrganismi. I roditori e certi uccelli, per esempio, sono più suscettibili di contrarre un agente patogeno e di trasmetterlo alle persone.
Al contrario i predatori sono tra le prime specie a scomparire. In India, per esempio, gli avvoltoi hanno per molto tempo assicurato la funzione di “depuratori ambientali”. Grazie alla fortissima acidità del loro apparato digerente, potevano distruggere le carcasse di bovini, i virus e i batteri. Ma dagli anni novanta un antinfiammatorio somministrato al bestiame li ha decimati. La loro rapida scomparsa ha provocato un accumulo di carcasse, che hanno contaminato le fonti d’acqua, e un aumento di cani randagi, la principale fonte di trasmissione del virus della rabbia.
“Stiamo modificando in profondità le interazioni tra la fauna selvatica e i suoi agenti patogeni, e distruggendo l’autoregolazione degli ecosistemi che manteneva a livelli bassi la circolazione dei virus”, osserva Serge Morand, ecologo della sanità e ricercatore presso il Cnrs-Cirad con sede in Thailandia. “Le trasformazioni agricole, la distruzione degli habitat naturali e l’allevamento favoriscono i contatti epidemiologici tra l’animale selvatico, l’animale d’allevamento e gli esseri umani”.
Anche all’interno delle specie la diversità genetica sembra svolgere un ruolo nella diffusione delle epidemie. Questa diversità permette infatti di ridurre l’esposizione agli agenti patogeni, al contrario l’allevamento intensivo favorisce il fenomeno inverso, provocando una semplificazione genetica e una maggiore uniformità delle specie su vasta scala.
A questi elementi si aggiunge un’economia globalizzata e una popolazione sempre più concentrata nei grandi centri urbani, a stretto contatto con la fauna. Tutti fattori grazie ai quali un virus come il Sars-cov-2, comparso in un mercato cinese, si trasforma, tre mesi dopo, nel responsabile di una pandemia. “Abbiamo un sistema globale di fattori interconnessi, che facilita la trasmissione di nuove infezioni attraverso la fauna e che allo stesso tempo aumenta la probabilità che da questi eventi scaturiscano epidemie regionali e mondiali”, sintetizza Kate Jones.
Le cause profonde
Secondo i ricercatori la prossima pandemia è inevitabile. “E potrebbe essere perfino ancora più preoccupante in termini di mortalità”, dice Guégan. A meno che questa crisi senza precedenti non diventi l’occasione per una presa di coscienza. “Questa volta a essere colpiti non sono stati più i polli o le anatre, ma miliardi di persone obbligate a rimanere confinate”, osserva Morand. “Dobbiamo fare una vera transizione ecologica, rimettere l’agricoltura al centro del territorio. Agire localmente, lavorare con le comunità”. Da questo punto di vista il green deal (un insieme di iniziative per contrastare il cambiamento climatico) proposto dalla Commissione europea è una “mano tesa” che non dobbiamo trascurare, aggiunge Morand.
Per accompagnare questa eventuale presa di coscienza avremo bisogno anche di altre ricerche scientifiche sull’argomento condotte in modo multidisciplinare. “Ci vuole una scienza che s’interessi di più alle cause profonde e che si allontani dal semplice precetto di innovare”, dice Morand. “Ci occupiamo delle cause dirette, ma facciamo fatica a capire le catene causali, che sono più complesse ma anche più vicine alla realtà attuale”, si rammarica Guégan. “E soprattutto abbiamo un approccio curativo: lasciamo che la malattia arrivi e ci diciamo che troveremo un vaccino per fermarla”. Ma ancora oggi non abbiamo un vaccino contro la Sars, l’aids o l’infezione da virus zika.
Per Daszak è importante non perdere di vista il quadro d’insieme: “Le pandemie sono in aumento e bisogna combattere non solo le malattie, ma anche i processi che ne permettono la diffusione”. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati