Nel marzo 1999 un aereo diretto a Washington inverte improvvisamente la rotta sull’Atlantico. A bordo c’è il primo ministro russo Evgenij Primakov. Grazie a un telefono satellitare ha saputo dal vicepresidente statunitense Al Gore che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna di raid aerei sotto la bandiera della Nato in Serbia e Kosovo. L’obiettivo – evitare i massacri della popolazione albanese della provincia autonoma serba – conta più della mancanza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. All’epoca la Russia è debole, così come la salute del suo presidente, Boris Eltsin. L’estate prima il paese ha subìto un crollo finanziario devastante, il suo debito estero è vertiginoso. Mosca non sembra avere più alcuna influenza a livello internazionale. La decisione di fare marcia indietro in volo è un gesto simbolico.

Ma Primakov vede più lontano. Da qualche anno ha messo a punto una dottrina di politica estera che porterà il suo nome, e che punta a impedire la nascita di un mondo guidato da una sola potenza e l’allargamento della Nato, privilegiando invece l’avvicinamento alla Cina. La Russia deve poter rialzare la testa. Professore universitario e studioso del mondo orientale, Primakov è nato a Kiev ed è stato responsabile dei servizi segreti sovietici e russi. Ma non riuscirà a portare a termine il suo programma. Ad agosto, infatti, dopo il breve intermezzo di Sergej Stepašin, diventa premier al suo posto il capo dell’Fsb, il servizio di sicurezza federale. Vladimir Putin è un uomo smilzo dalla carnagione chiara, sconosciuto al grande pubblico. Il quarto primo ministro in 17 mesi. Nessuno immagina che riuscirà a rimanere in carica a lungo.

Nel frattempo, però, gli eventi corrono. Prima gli attentati contro alcuni edifici civili in Russia, poi l’inizio della seconda guerra cecena. A capodanno del 1999 Eltsin si dimette da presidente e lascia il posto a Putin. Gli inizi sono promettenti. Le relazioni con la Nato sono ristabilite. Nel giugno 2001 il presidente George W. Bush incontra il suo collega russo in Slovenia. Lo guarda negli occhi e dice di vedere “la sua anima”.

Ventun anni dopo Putin ricorda all’Europa cosa significa la guerra. L’esercito russo ha una missione: distruggere l’Ucraina come stato e come progetto, polverizzare i suoi sogni di emancipazione e obbligare gli Stati Uniti a fare i conti con le loro utopie. Davanti alla portata dell’offensiva, le spiegazioni sono contraddittorie, a conferma della nostra incapacità di trovare un senso logico in questa impresa devastatrice. Eppure la storia delle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Russia degli ultimi vent’anni è ricca di lezioni. È la base stessa sulla quale oggi l’Ucraina è sacrificata, il racconto di come le incomprensioni hanno alimentato prima amarezza poi ostilità tra i russi, di come Putin ha trasformato la Russia in un paria globale.

In questi vent’anni il potere russo si è creato alcune convinzioni. La prima riguarda l’ipocrisia dell’occidente, che violerebbe gli stessi princìpi che vuole imporre a Mosca. La guerra in Kosovo e la morte di Muammar Gheddafi in Libia – che si dice abbia profondamente amareggiato Putin – sono due esempi. Hanno innescato il senso di tradimento e la sindrome da cittadella assediata dei russi, sentimenti alimentati dall’allargamento della Nato e dalle “rivoluzioni colorate”, attribuite all’influenza statunitense. Come se i popoli non avessero una loro autonomia e fossero solo giocattoli in mano a potenze straniere.

La seconda convinzione è il ridimensionamento degli Stati Uniti, stremati dalle divisioni interne e dalle avventure militari in Medio Oriente.

La sfiducia verso gli Stati Uniti si è rafforzata con la guerra in Iraq del 2003

La terza e ultima convinzione deriva dalle precedenti: in questo nuovo mondo l’audacia, la forza bruta, la politica di conquista offrono un vantaggio decisivo (molto superiore agli svantaggi di eventuali sanzioni), indipendentemente dal loro costo e dall’orrore che suscitano. L’uso della violenza non è più solo un mezzo, ma uno scopo, l’espressione di una capacità di proiezione, di un’ambizione.

Sul piano interno la violenza serve a reprimere ogni contestazione e a soffocare sul nascere qualsiasi malcontento. Questa è la Russia degli ultimi vent’anni: la stabilità è la base del contratto sociale, il ricatto è una garanzia. Le élite, figlie della corruzione e del nepotismo, devono essere leali. All’esterno, invece, la violenza permette di avanzare sul mappamondo, di indebolire l’avversario. Questo sistema si alimenta di rivalità, poco importa se reali o immaginarie. Nel corso degli anni il bene e il male, la verità e la menzogna sono diventate categorie antiquate, orpelli dei deboli, delle odiate liberaldemocrazie. Un errore di valutazione enorme, vista la mobilitazione dell’occidente dopo l’inizio dell’offensiva russa in Ucraina. Più che l’esistenza di un grande disegno politico di Mosca, questo errore rivela una crescente e insaziabile voglia di rivincita.

Dalla Cecenia a Tbilisi

Tutto comincia con un riavvicinamento che si crede storico. È l’estate del 2001. Putin è presidente da sei mesi. L’occidente comincia a conoscerlo. Durante una conferenza stampa il presidente russo afferma che il suo paese “non considera la Nato un’organizzazione ostile”. Putin pensa anche all’ipotesi di un’adesione della Russia. E aggiunge, nell’eventualità in cui la Nato dovesse voltare le spalle a Mosca: “Continueremo ad avere una certa diffidenza reciproca, anche se penso che tutti sappiano che la Russia non minaccia nessuno”.

Il 25 settembre 2001 Putin parla davanti al Bundestag, il parlamento tedesco. Sono passate due settimane dagli attentati negli Stati Uniti al World trade center e al Pentagono. Il presidente russo è stato il primo leader straniero a esprimere solidarietà a George W. Bush. La Russia disegna un fronte comune contro i jihadisti, dalla Cecenia ad Al Qaeda, e svolge un ruolo chiave nella nascita di una coalizione internazionale. Davanti ai deputati tedeschi Putin si presenta come un leader moderno: “Non ci siamo ancora liberati degli stereotipi della guerra fredda, ma la guerra fredda è finita”.

Nel frattempo in Russia la situazione è sempre più violenta. La seconda guerra in Cecenia, cominciata nell’autunno 1999, è segnata da massacri e crimini di guerra. Nell’ottobre 2002 la crisi del teatro di via Dubrovka, a Mosca, in cui un commando jihadista ha preso in ostaggio centinaia di persone, si chiude con l’intervento delle forze russe, che usano gas letali. Oltre ai terroristi muoiono circa 130 ostaggi.

Nell’ottobre 2003 è arrestato Michail Chodorkovskij. Il proprietario del gruppo petrolifero Jukos passerà dieci anni in prigione, per non aver accettato le nuove regole del gioco tra il potere e gli oligarchi imposte da Putin. Alcune settimane dopo in Georgia c’è la cosiddetta rivoluzione delle rose. Diventa presidente Mikheil Saakashvili, giovane riformatore atlantista. L’idea dell’accerchiamento comincia a prendere forma al Cremlino.

La sfiducia contro gli Stati Uniti è rafforzata dalla guerra in Iraq del 2003, voluta da George W. Bush e dai neoconservatori, catastrofica per gli equilibri regionali, e giustificata sulla base di bugie di stato. Le false informazioni diffuse sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non solo minano la credibilità statunitense, ma danno al Cremlino la certezza che sono i forti a definire cos’è la verità. Putin, tuttavia, rimane ancora prudente. È il momento di rafforzare la Russia al suo interno. Con l’aiuto del petrolio e del gas.

Nel marzo 2004 sette nuovi paesi entrano nella Nato (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia), cinque anni dopo l’adesione di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Alla missione dell’organizzazione – garantire sicurezza collettiva a chi ne fa parte – si accompagna una sorta di obiettivo politico, fatto di democratizzazione e modernizzazione. Il Cremlino crede che sia una strategia occidentale per sottargli aree d’influenza. La mentalità delle élite russe è ancora dominata dall’idea di un russkij mir, un mondo russo, di cui Mosca sarebbe il centro di gravità. In questo mondo gli stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica sono considerati artificiali.

Gli eventi del novembre 2004 in Ucraina alimentano questa preoccupazione. Durante la cosiddetta rivoluzione arancione gli ucraini protestano contro i brogli alle elezioni che hanno portato il candidato filorusso Viktor Janukovyč alla presidenza del paese. Al suo posto è eletto Viktor Juščenko, considerato ostile all’influenza russa. All’epoca in Ucraina non c’è nessun progetto chiaramente articolato di avvicinamento all’occidente.

Nel 2010 le primavere arabe provocano nuove tensioni con Mosca

Washington considera ancora Putin un partner, indubbiamente difficile ma necessario. Accogliendolo alla Casa Bianca nel novembre 2005, George W. Bush dichiara: “La stimo molto, così come apprezzo la sua comprensione di questa guerra contro il terrorismo”. Le regole sono chiare: la Russia non ne fa parte, ma può contribuire.

Nel novembre 2006 l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja a Mosca e l’avvelenamento di Aleksandr Litvinenko a Londra mandano un messaggio chiaro: in Russia esiste ormai un clima di impunità nell’apparato repressivo. Putin afferma che la morte di Litvinenko è usata come una “provocazione politica dagli europei”. La retorica diventa più accesa. Il progetto statunitense d’installare dei sistemi di difesa antiaerea in Europa orientale, ufficialmente non diretti contro la Russia, è visto dal Cremlino come una nuova sfida.

Alla fine del 2007 la Russia sospende la sua partecipazione al trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (Cfe). Mosca considera il documento superato e retaggio della guerra fredda. A febbraio, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, Putin ha tenuto un discorso molto critico verso Washington, denunciando l’esistenza di un “mondo in mano a un solo paese” e “il suo uso eccessivo della forza nelle relazioni internazionali”.

I primi tre mesi del 2008 segnano una svolta nelle relazioni tra le due potenze. Il primo evento è la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, rifiutata da Mosca. Putin denuncia un “terribile precedente che farà esplodere il sistema delle relazioni internazionali, non per decenni ma per secoli”. Il presidente russo aggiunge: “In fin dei conti ogni bastone ha due estremità e la seconda potrebbe finire per colpirvi al volto”. Un chiaro messaggio agli occidentali, che attribuiscono la reazione di Mosca alla sua già nota contrarietà alla guerra in Kosovo. Ma si sbagliano. E commettono un altro errore. Ad aprile Putin è invitato al vertice della Nato a Bucarest. Nel comunicato finale si legge che un giorno la Georgia e l’Ucraina entreranno a far parte della Nato. Per i paesi Nato è un compromesso non vincolante, un modo per rimandare la questione senza indicare scadenze. Per Mosca però è il superamento di una linea rossa. Non pretendendo un “diritto di veto”, Putin osserva che la Russia difende legittimamente i suoi “interessi” in Ucraina, dove vive una consistente comunità di lingua russa. Alcune settimane dopo cede la presidenza a Dmitrij Medvedev, diventando primo ministro. La speranza di un’apertura in Russia comincia a delinearsi. Ma sarà presto delusa.

All’inizio di agosto l’esercito russo interviene in Georgia a sostegno delle regioni separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. Le autorità russe parlano di “genocidio” contro le popolazioni delle due regioni, usando strumentalmente il principio della “responsabilità di proteggere”, sancito dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. La guerra dura solo quattro giorni. La Georgia perde il 20 per cento del suo territorio. Nonostante le cattive condizioni dell’esercito russo e le dimensioni molto modeste dell’avversario, per Mosca la vittoria segna una svolta dal punto di vista psicologico e politico. La Russia non è più condannata a subire.

Sovraccarico

L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti fa credere alla possibilità di un riavvicinamento. Wa­shing­ton parla dell’idea di un reset, un rilancio delle relazioni bilaterali. Mosca propone di discutere di sicurezza nello spazio europeo. Nel marzo 2009 la segretaria di stato Hillary Clinton offre al suo collega russo Sergej Lavrov un piccolo regalo: un bottone rosso con su scritto reset e peregruzka, in russo. Incredibile lapsus del traduttore: la parola vuol dire “sovraccarico”. Nonostante la gaffe, la volontà di collaborare si concretizza nell’aprile 2010 con la firma del trattato New start sulla riduzione delle armi nucleari strategiche.

Nello stesso anno, però, le primavere arabe provocano nuove tensioni con Mosca. I paesi arabi si ribellano, chiedono elezioni libere e diritti civili. In Siria la repressione si abbatte sui manifestanti pacifici. In Libia la popolazione di Bengasi è minacciata dall’esercito di Gheddafi. Nel marzo 2011, tra la sorpresa generale, al Consiglio di sicurezza dell’Onu la Russia si astiene su una risoluzione che autorizza “tutte le misure necessarie” per aiutare la popolazione civile libica. La Nato si assumerà la guida dell’operazione militare. Per Mosca è inaccettabile. Putin, che è ancora primo ministro, prende le distanze da Medvedev e sembra quasi criticarlo per la scarsa attenzione. Secondo Putin la morte di Gheddafi è il simbolo dell’impunità occidentale. Il leader russo criticherà più volte l’intervento della Nato in Libia.

Nel dicembre 2011 in diverse città russe si tengono imponenti manifestazioni contro i brogli alle elezioni legislative. Lo spettro delle rivoluzioni colorate arriva a Mosca. Il Cremlino si agita, la paranoia si accentua. Putin accusa Hillary Clinton di aver “dato il segnale” ai manifestanti. Nel marzo 2012 torna alla presidenza. Le proteste s’intensificano, soprattutto nella capitale. Il regime adotta una politica di aperta repressione. Il legame tra il revanscismo della politica estera e l’autoritarismo interno è evidente. Tuttavia gli occidentali fanno l’errore di tenere distinti i due elementi. Il Cremlino, oltre a rifiutare qualunque critica sull’arresto degli oppositori, decide di aiutare Bashar al Assad in Siria. La Russia non accetta più le norme della comunità internazionale. Impossibile per Mosca permettere che si ripeta quello che è successo a Gheddafi.

Il 20 agosto 2012 Obama definisce l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Assad contro i siriani la “linea rossa” da non oltrepassare, un’affermazione ribadita anche in seguito. Un anno dopo i servizi statunitensi confermano che nella Ghuta, la regione intorno a Damasco, centinaia di persone sono morte per un attacco con il gas sarin. Tra lo stupore generale Obama rifiuta di lanciare un’operazione militare di rappresaglia. E accetta l’offerta russa di occuparsi della liquidazione delle armi chimiche del regime siriano. A Mosca la scelta è letta come una resa, un’ammissione di debolezza, che apre varchi da sfruttare.

Due settimane dopo, durante la conferenza annuale del Valdai club (un forum di discussione sul ruolo della Russia nel mondo), Putin evoca le sue “linee rosse”: “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Russia”. Afferma anche che l’Unione economica euroasiatica, che dovrebbe servire ad attirare i paesi vicini, è una “priorità assoluta”. La sfera d’influenza russa deve essere consolidata. Intanto, però, l’Ucraina, guidata da Janukovyč, sta per firmare un accordo di associazione con l’Unione europea. È il novembre 2013. Mosca fa forti pressioni su Kiev, ricorrendo anche all’arma del gas. E alla fine Janukovyč rinuncia a siglare l’acordo con l’Europa, provocando la rabbia della parte europeista della società, che scende di nuovo in piazza.

Ucraini cercano di salire sui treni in partenza da Leopoli per la Polonia, il 5 marzo 2022 (Ivor Prickett, The New York Times/Contrasto)

Comincia la rivoluzione di Euromaidan, che si concluderà nel febbraio 2014 con un bagno di sangue e la fuga del presidente. Tra i diplomatici stranieri che visitano Kiev c’è Victoria Nuland, vicesegretaria di stato americana. Per Mosca è una sorta di simbolo del complotto statunitense, del tentativo di Washington di allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Per Putin la cacciata di Janukovyč è una replica, indubbiamente meno sanguinosa, della morte di Gheddafi. Un colpo di stato fomentato dall’esterno. I manifestanti sono descritti come nazisti. Impossibile subire passivamente. Mettendo la Nato e gli Stati Uniti di fronte al fatto compiuto, Putin si impadronisce della Crimea, penisola ceduta all’Ucraina da Nikita Chruščëv nel 1954 e popolata in maggioranza da russi. Le Olimpiadi invernali di Soči sono appena finite. Mosca viola il diritto internazionale e i suoi stessi impegni nei confronti dell’Ucraina, assunti con la firma del memorandum di Budapest del 1994, in base al quale Kiev cedeva il suo arsenale nucleare in cambio di garanzie per la sua sicurezza e integrità territoriale. Subito dopo l’occupazione viene organizzato un referendum. La Crimea è annessa alla Russia. Una sorta di ebbrezza nazionalista s’impadronisce del paese.

Nelle sue uscite pubbliche Putin si mostra molto emotivo, e non nasconde il risentimento verso l’occidente e gli Stati Uniti: “Ci hanno ingannato ancora una volta, hanno preso decisioni a nostra insaputa”. Putin cita in particolare l’espansione della Nato verso est, che considera contraria alle promesse verbali fatte a Michail Gorbaciov ai tempi dell’Unione Sovietica. Poi ricorda il Kosovo e il caso libico e, risalendo al medioevo, definisce Kiev “la madre di tutte le città russe”.

Dopo lo stupore iniziale, gli statunitensi e gli europei reagiscono. Ma devono fare i conti con il rullo compressore della propaganda russa. E lasciano che nell’Ucraina orientale si sviluppi un movimento separatista manipolato da Mosca. In un primo momento le sanzioni economiche non sono troppo aggressive. S’intensificano, però, a luglio, quando un aereo della Malaysia Airlines è abbattuto da un missile dei separatisti. Joe Biden, all’epoca vicepresidente, non lo dimenticherà. Non è un caso se la strategia della sua amministrazione verso la Russia sarà praticamente opposta a quella di Obama: anticipare le mosse di Mosca, denunciarle pubblicamente e tenere pronte le sanzioni.

Di fronte a un’America divisa e indebolita, l’appetito russo aumenta

Il 5 settembre 2014 si firmano gli accordi di Minsk, che puntano a normalizzare la situazione nel Donbass. La Russia riesce a imporsi con l’astuzia: finge di mediare, ma usa i separatisti a suo piacimento. Germania e Francia cercano di convincerla a ridurre l’intensità del conflitto. La guerra farà 14mila morti. Ma la Russia non cede nulla. Il Donbass è uno strumento per destabilizzare l’Ucraina. In mancanza di soluzioni valide Parigi e Berlino fanno finta di non vedere. E non ottengono granché.

L’amico Trump

Nel febbraio 2015 l’ex vicepremier liberale Boris Nemtsov, che sta preparando un rapporto sul coinvolgimento russo nel Donbass, è assassinato a due passi dal Cremlino. In marzo la Russia esce ufficialmente dal trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, firmato nel 1990. È il crollo di un altro pilastro del controllo degli armamenti. Ma l’America ha bisogno della Russia in un’altra questione multilaterale: i negoziati sul nucleare iraniano. Una priorità assoluta per l’amministrazione Obama. Il Joint comprehensive plan of action è firmato a luglio. Mosca apprezza questa capacità di tenere separate certe questioni, che talvolta assume aspetti schizofrenici. Washington ci metterà parecchio a capirne le conseguenze.

Alla fine di settembre alle Nazioni Unite Putin critica di nuovo “l’esportazione delle rivoluzioni”. “Invece del trionfo della democrazia e del progresso, abbiamo avuto la violenza, la povertà e il disastro sociale”, dice. Qualche giorno dopo la Russia prende il posto che gli Stati Uniti hanno lasciato in Medio Oriente e rafforza l’operazione di salvataggio del regime di Assad in Siria. Con l’Iran e il suo braccio armato in Libano, gli hezbollah, la Russia compie bombardamenti indiscriminati – ancora una volta dei crimini di guerra accertati – per favorire la riconquista del territorio. La lotta contro il terrorismo è solo un pretesto. A intervenire in Siria non è solo l’esercito russo ma anche un’organizzazione militare privata legata al Cremlino, il gruppo Wagner, attivo in seguito anche nei paesi africani. E poi c’è la guerra cibernetica.

Nel giugno 2016, mentre gli Stati Uniti sono nel pieno della campagna presidenziale, si viene a sapere che i server del Comitato nazionale democratico sono stati hackerati. I sospetti vanno verso la Russia. Il 22 luglio, tre giorni prima dell’apertura della convention democratica che confermerà la candidatura di Hillary Clinton, il sito WikiLeaks pubblica quasi 20mila email interne che mostrano come i quadri del partito abbiano favorito l’ex segretaria di stato rispetto a Bernie Sanders. Nei mesi successivi, che porteranno alla vittoria di Donald Trump, i servizi segreti si convincono che la Russia abbia lanciato un’operazione di destabilizzazione su diversi fronti per favorire l’elezione del miliardario. Ancora oggi, tuttavia, è difficile stabilire il ruolo russo nel successo di Trump.

Una bomba a tempo

A causa dei sospetti che pesano sul nuovo presidente statunitense, nella relazioni bilaterali tra Mosca e Washington i progressi sono minimi. Al contrario, si allungano notevolmente le liste delle imprese e dei cittadini russi colpiti da sanzioni. Nel febbraio 2018, nella Nuclear posture review, la sua pubblicazione sulla strategia nucleare, l’amministrazione statunitense osserva che “la Russia considera gli Stati Uniti e la Nato i principali ostacoli alle sue ambizioni geopolitiche”. Qualche settimana dopo a Salisbury, nel Regno Unito, l’ex agente segreto russo Sergej Skripal è avvelenato con una sostanza neurotossica, il novičok. Mosca nega tutto, mentre le espulsioni di diplomatici si moltiplicano da una parte e dall’altra.

Nel luglio 2018 il procuratore speciale statunitense Robert Mueller accusa tredici agenti dei servizi segreti militari russi (Gru) di aver hackerato i server democratici. Qualche giorno dopo Trump e Putin si trovano a Helsinki per un incontro faccia a faccia, senza testimoni. La conferenza stampa è a tratti surreale. A proposito dei sospetti dei suoi servizi segreti, Trump afferma: “Il presidente Putin dice che non è stata la Russia. Non vedo alcuna ragione per cui dovrebbe essere stato questo paese”.

Nel giugno 2019 Putin concede un’intervista al Financial Times. “Il pensiero liberale è diventato obsoleto”, dice con evidente soddisfazione. L’intervento militare in Siria è un successo. L’Europa è alle prese con crisi migratorie e populismi. Gli Stati Uniti sono diventati un campo di battaglia. Trump trascura e umilia gli alleati. Putin crede nell’inevitabile declino dell’occidente.

Il conflitto nel Donbass è più o meno congelato, ma se serve può essere rianimato rapidamente. La Russia ritiene che Kiev non rispetti gli accordi di Minsk. Nel dicembre 2019 il vertice di Parigi nel cosiddetto formato Normandia (Russia, Ucraina, Germania e Francia) porta solo a qualche gesto di distensione simbolico. In realtà Mosca ha ambizioni maggiori, di portata storica. Ma più il tempo passa e più Kiev guarda a ovest. Dal 2014 gli americani aiutano il paese assistendolo anche nel campo della sicurezza. Per Mosca subire significa mostrarsi deboli. Così si definisce il mantra della Russia putiniana.

Nell’agosto 2020 l’oppositore russo Aleksej Navalnyj è vittima di un avvelenamento da novičok. Mosca nega il tentato omicidio, e diffonde notizie false sull’accaduto. La vicenda provoca un sussulto a Berlino e Parigi, purtroppo tardivo: il Cremlino è pronto a tutto in nome dei suoi interessi.

Con la vittoria di Biden alle presidenziali statunitensi, Mosca si ritrova di fronte un democratico classico, che crede nel legame transatlantico. “Putin è un killer?”, domandano a Biden in tv. “Sì, credo di sì”, risponde il presidente. Dall’incontro tra i due leader a Ginevra a metà giugno emerge comunque una certa pragmatica volontà di muoversi insieme su determinati argomenti. Almeno così sembra.

Biden, però, è sommerso dai problemi. L’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump nel gennaio 2021 e il caotico ritiro dall’Afghanistan in agosto sono i simboli della vulnerabilità statunitense. E sono accolti con soddisfazione a Mosca, perché confermano la sua lettura geopolitica: la caduta degli Stati Uniti offre grandi possibilità alle potenze coraggiose. L’assenza di contatti diretti tra i leader, a causa della pandemia di covid-19, rafforza le certezze ideologiche. Di fronte a un’America divisa, indebolita, guidata da un presidente prevedibile e anziano, l’appetito russo aumenta.

Si è molto insistito sulla folle creatività politica del Cremlino. In realtà a pesare sono state soprattutto le debolezze europee e statunitensi, il rifiuto di affrontare le ambizioni di Mosca. La propaganda, l’uso sfrontato della menzogna sono elementi tipici di tutti i regimi autoritari. Allo stesso modo, si è parlato molto dell’arsenale balistico e nucleare russo, che è indubbiamente una minaccia, a cominciare dai nuovissimi missili ipersonici. Ma l’operazione in Ucraina solleva più di un dubbio sull’eccellenza delle forze armate russe.

In questi ultimi anni la cancellazione di ogni distinzione tra guerra e pace e la capacità dei russi di infiltrarsi nelle zone grigie hanno destabilizzato e messo sulla difensiva gli occidentali. Oggi, però, non è più così. Il fronte comune di Stati Uniti ed Europa è solido come mai in passato, e le sanzioni contro Mosca sono senza precedenti. La Russia sognava una storica rivincita. Ma si ritrova isolata e minacciata da un collasso economico. A guidarla c’è un uomo di 69 anni paranoico e pieno di risentimento, che aveva promesso al suo popolo la stabilità e la rinascita e che invece gli sta offrendo una guerra ingiustificabile. Una guerra che è una bomba piazzata sulla sua stessa poltrona e di cui ignoriamo la lunghezza della miccia. ◆ adr

Piotr Smolar è un giornalista di Le Monde specialista di Europa orientale e centrale.

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati