Il Museo d’arte di Odessa, un palazzo d’inizio ottocento ornato di colonne, è praticamente vuoto. All’inizio della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, il personale ha rimosso più di dodicimila opere per metterle al sicuro. È rimasto un grande quadro che ritrae Caterina la grande, imperatrice di tutte le Russie e fondatrice di Odessa, come una dea giusta e vittoriosa.

Nel dipinto di Dmitrij Levickij l’imperatrice è una figura imponente, vestita con un abito chiaro dallo strascico dorato. Le navi alle sue spalle simboleggiano la vittoria della Russia sui turchi ottomani nel 1792. “È un perfetto esempio di propaganda della Russia imperiale”, spiega Gera Grudev, un curatore. “Il quadro è troppo grande per essere spostato, e poi lasciarlo lì serve a mostrare agli occupanti russi che non c’interessa”.

La decisione di lasciare appeso solo il ritratto di Caterina nella prima sala del museo chiuso riflette l’astuta insolenza di Odessa: l’imperatrice resta a contemplare la brutalità di Vladimir Putin, il presidente russo che si paragona a uno zar e che si è inimicato la popolazione in gran parte russofona di questo porto sul mar Nero, da lei stessa fondato nel 1794 per unire la steppa al mar Mediterraneo.

Odessa, porto da cui partono carichi di cereali diretti nel resto del mondo, città di interazioni creative, metropoli ferita intrisa di storia ebraica, è il trofeo più ambito della guerra e un’ossessione personale di Putin. In un discorso che aveva tenuto tre giorni prima di ordinare l’invasione, il presidente russo aveva parlato di Odessa con particolare livore, rendendo chiara l’intenzione di catturare i suoi “criminali” e “consegnarli alla giustizia”. All’inizio della guerra Putin credeva di poter decapitare il governo ucraino e prendere Kiev, ma ha scoperto una nazione pronta a combattere.

Quest’estate, per tre settimane, ho ascoltato le voci dei bambini e il cigolio delle altalene sulla vecchia piazza del mercato. Ho contemplato la statua di un capo dei cosacchi, una figura emblematica dell’aggrovigliata storia russa e ucraina. Ho sentito le sirene che annunciavano un attacco imminente. Ho avvertito qualche sporadica esplosione, ho viaggiato verso il fronte e ho riflettuto sul destino che questa guerra fratricida può riservare a una città con una storia di abbondanza e carestia. Oggi Odessa resiste, non intatta ma in piedi. Sui suoi grandi viali alberati, profumati dai tigli, dove i gatti randagi si muovono furtivi e una luce dorata inonda i palazzi grigio-verdi, ocra e azzurri, è tornata un’apparente quotidianità. I ristoranti e lo storico teatro dell’Opera, fondato nel 1810, hanno riaperto. Le persone bevono caffè nell’elegante via Derybasivska. La spensierata noncuranza è una manifestazione dell’orgoglio cittadino.

Ma sotto la superficie si nasconde un sottile disagio. In molti quartieri le strade sono sbarrate da cavalli di frisia e sacchi riempiti con la sabbia delle spiagge ormai deserte. Le pattuglie notturne fanno rispettare il coprifuoco, fissato alle undici di sera. “Quando vai a dormire, non sai se ti sveglierai”, dice Olga Tihaniy, un’assicuratrice.

Odessa è un luogo cruciale della guerra, non solo perché è la chiave d’accesso al mar Nero, ma anche perché qui si combatte con particolare intensità la battaglia tra l’identità russa e quella ucraina. La città, ferocemente indipendente e testardamente inclusiva, simboleggia tutto quello che Putin vorrebbe annientare in Ucraina. “La Russia sta distruggendo la sua pretesa di essere una nazione ricca di cultura. E Odessa è la capitale interculturale dell’Ucraina”, dice il sindaco Gennadij Trukhanov, 57 anni, ex simpatizzante di Mosca. “Putin ha trasformato la Russia nel paese dei massacri e della morte”.

Quella che segue, raccontata da persone che formano il tessuto di Odessa, è la storia di cosa succede quando la violenza scatenata dal delirante nazionalismo autoritario russo incontra una città plasmata dalla diversità e dall’apertura.

Questo è il posto – secondo l’idea che Putin ha dell’Ucraina e secondo i suoi piani di conquista – che doveva accoglierlo da salvatore. Ma non è andata così.

Una delle scalinate più famose del mondo, con i suoi 192 gradini di granito immortalati in La corazzata Potëmkin, il film muto di Sergej Ejzenštein del 1925, lega il pianoro su cui sorge Odessa all’acqua più in basso. Ribattezzata “scalinata Potëmkin” in era sovietica, oggi a volte è chiamata con il vecchio nome, scalinata Primorskij: è un segno della battaglia in corso per l’identità cittadina.

Nel film i gradini, oggi transennati per motivi di sicurezza, erano la scena di un violento scontro tra le truppe zariste e i sostenitori locali dei rivoluzionari della Potëmkin, che nel 1905 si ammutinarono. L’implacabile fuoco dei cosacchi che sparano dall’alto, la gente di ogni età che fugge disperatamente in ogni direzione e soprattutto il passeggino spinto giù dai gradini dalla madre colpita a morte sono diventati simboli universali del terrore, lo stesso suscitato oggi da Mosca.

I gradini portano a una statua del duca di Richelieu, primo governatore della città, un’opera che fu ammirata dallo scrittore Mark Twain quando la visitò nel 1867 e predisse che Odessa sarebbe diventata “una delle grandi città del vecchio continente”.

Rumorosa, poliglotta, libera

Odessa ha sempre avuto questo potenziale. Nell’ottocento era un Eldorado russo, una città rumorosa e poliglotta, popolata da greci, italiani, tatari, russi, turchi e polacchi. Dal momento che qui erano più liberi che in qualunque altra zona dell’impero russo dove erano stati confinati, gli ebrei arrivarono in massa in questo porto fiorente dagli shtetl dell’Europa orientale. Nel 1900 circa 138mila dei 403mila abitanti di Odessa erano ebrei.

Il sordido mondo di trafficanti, delinquenti, ricattatori e truffatori concentrato nel quartiere della Moldavanka è immortalato nei Racconti di Odessa, il classico di Isaak Babel. Nato a Odessa nel 1894, messo a morte da Stalin con accuse false nel 1940, Babel catturò nel personaggio di Benja Krik, un antieroe, un Robin Hood “re” della malavita, l’essenza dell’anima anarchica ma generosa di Odessa.

“E ottenne quel che voleva, Benja Krik, perché era un tipo appassionato, e la passione è signora dei mondi”, scriveva Babel. Putin tenta di soffocare questa sregolata passione della città evocando, in modo distorto, lo spirito di quella che per i russi è la “grande guerra patriottica” del 1941-1945. Nel 1944 l’Armata rossa liberò la città dai nazisti; oggi le truppe russe vorrebbero imporre in città un regime autoritario e repressivo.

A Odessa questo incubo contorto assume una forma particolare, perché il russo è ancora la lingua franca, e le simpatie filorusse hanno resistito a lungo dopo l’indipendenza ucraina nel 1991. Nata nel settecento come centro nevralgico della “nuova Russia” sui territori conquistati sulle sponde del mar Nero, la città è oggi al centro di una guerra per districarsi dalla morsa tenace di Mosca.

In un documento pubblicato l’anno scorso in cui rivelava tutta la sua ossessione per l’Ucraina, Putin scriveva che il suo paese e quello vicino formano “lo stesso spazio storico e spirituale” e che la “Russia è stata derubata” dall’indipendenza ucraina. Le sue intenzioni sono apparse chiaramente a tutti il 24 febbraio: voleva integrare l’Ucraina nella Russia a forza. Ed è nella natura degli atti folli provocare un effetto opposto a quello auspicato. Come si vede a Odessa forse più che in qualunque altra città ucraina, Putin ha diffuso e rafforzato la coscienza nazionale.

Soldati su una giostra panoramica, Odessa, Ucraina, 26 giugno 2022 (Laetitia Vançon, The ​New York Times/Contrasto)

“È stato come un terremoto. Le persone hanno cominciato a credere completamente nell’Ucraina”, dice Serhij Dybrov, che studia la storia recente della città. C’è comunque una parte di odessiti che guarda ancora alla Russia con simpatia.

Come gli zar

Lilija Leonidova, 46 anni, e Natalja Bohačenko, 47, gestiscono Casa ospitale, un centro che fornisce aiuto a una parte delle decine di migliaia di sfollati che da febbraio sono arrivati in città. Le due donne sentono storie di stupri; vedono bambini arrivati da sobborghi bombardati come Buča e Irpin farsi la pipì addosso quando suonano le sirene.

Seduta in una stanza piena di coperte, vestiti, uova, pannolini e peluche, Leonidova, un’ex insegnante, mi dice: “La Russia è vicina, ma oggi è molto lontana. Le nostre differenze non erano così evidenti in passato, ma con l’indipendenza ci siamo drasticamente allontanati”.

“Sì”, aggiunge Bohačenko, che da quando c’è stata l’annessione della Crimea alla Russia nel 2014 fa la volontaria per l’esercito ucraino. “La Russia sta tornando indietro”.

“Vogliono governare come gli zar”, precisa Leonidova.

Bohačenko scoppia a ridere. “È un paese così grande e quasi non esiste un’opposizione a Putin! Com’è possibile? Quando eravamo oppressi, abbiamo organizzato il Maidan”. Allude alla rivolta del 2014 che portò alla caduta di Viktor Janukovyč, il presidente ucraino considerato troppo servile nei confronti di Putin. “Possono farlo anche i russi!”.

Su quasi tutti gli edifici della città sono dipinte righe gialle e blu, i colori nazionali. Sui pesanti portoni di legno sventolano le bandiere. Un manifesto proclama: “Soldato russo! Invece dei fiori, qui ti aspettano le pallottole”. Un altro è più conciso: “1941: occupazione fascista. 2022: occupazione russa”. Tra gli abitanti si è risvegliata una vecchia spavalderia, nata dalla sofferenza. “La gente non può vivere senza Odessa. È come una calamita”, dice Evgenij Golubovskij, 86 anni, scrittore. “Vedo tornare persone che se n’erano andate, anche se ora c’è il coprifuoco e il mare è inaccessibile”.

Una fragorosa esplosione lo interrompe. La stanza tappezzata di libri e decorata con i quadri di Odessa trema. Golubovskij non fa neanche un sussulto. “È distante alcuni chilometri”, dice. “Ci sono abituato. Che farci? Sono fatalista”.

Sul tavolo ci sono ciliegie, fragole, formaggio, salsicce, pane e pomodori. Ljudmila Gryb fa rispettare una rigida regola familiare: non si parla di Putin durante i pasti. Alcuni odessiti hanno un’app che li informa se Putin quel giorno è ancora vivo o è morto. Inutile dire che il presidente russo non sarebbe rimpianto.

Il giorno prima un cugino di Gryb che vive in Russia le aveva mandato gli auguri per il suo compleanno, 71 anni, ma non ha voluto parlarle per evitare “le solite discussioni”. Un altro suo parente di Odessa è ancora fortemente filorusso, nostalgico dell’impero sovietico. Il marito di Gryb, Andrij, non riesce a farsene una ragione: “Abbiamo combattuto al fianco dei russi per sconfiggere il fascismo e ora vengono a massacrare i nostri nipoti”.

A Odessa sembra che ognuno abbia parenti in Russia. In genere hanno interrotto i rapporti perché comunicare è inutile. Condividono la lingua, ma non la stessa verità.

Siamo a casa di Oleg Gryb, 47 anni, il figlio maggiore della coppia, di professione medico. Allo scoppio della guerra ha mandato la moglie e i due figli in Svizzera, e si è arruolato nelle Forze di difesa territoriale (un corpo di riservisti) mettendo a disposizione le sue competenze di chirurgo di pronto soccorso e anestesista.

I genitori e il fratello minore, Sergej, consulente finanziario, si sono trasferiti da lui per prendersi cura della casa e del gatto. Mentre mangiamo, la signora Gryb stira l’uniforme del figlio con cura.

“Quando mi sono arruolato, il 27 febbraio, ho detto al mio comandante che sono un cristiano e un medico, e che voglio portare via la gente dal campo di battaglia e salvare vite umane”, mi aveva detto il dottor Gryb quando l’avevo incontrato la prima volta in un triste self-service vicino alla sua base.

Da giovane, Gryb pensava che la Cina avrebbe invaso la Russia, e in quel caso lui avrebbe combattuto per difendere la fratellanza dei popoli slavi. “Combattere contro altri cristiani ortodossi… Questo non lo avrei mai immaginato”, mi aveva detto. Il mondo del dottor Gryb è stato sconvolto. La sua clinica privata, specializzata in dipendenze e malati di covid-19, andava bene. Gryb aveva rimodernato da poco la sua casa spaziosa che affaccia su uno dei tipici cortili interni di Odessa, con le viti attorcigliate ai graticci, le rose rampicanti sui muri, l’intenso profumo del caprifoglio e lo sguardo dei vicini sempre addosso. I suoi figli, uno di cinque anni e una di dodici, giocavano qui. Sente molto la loro mancanza.

“Gli ho detto che devono restare lontani per un altro anno”, dice Gryb mentre siamo a cena. “I russi attaccheranno e alla fine prenderanno di mira Odessa. Putin vuole sterminarci”.

All’inizio della guerra la domanda non era se la città sarebbe stata attaccata, ma come. Dal mare? Lanciando dei paracadutisti? L’unità del dottor Gryb correva da un posto all’altro. Ma Mykolaiv, un centinaio di chilometri a est, ha resistito: i russi sono stati respinti in mare e Odessa ha tirato un respiro di sollievo. Il fratello minore, Sergej, ci ascolta. “La città può cullarti nel sogno, ma è anche un incubo perché la guerra è vicina”, dice.

Un giorno accompagno Sergej Gryb al grande mercato centrale. Compra salsicce di coniglio da Tetiana Melnyk, che si dice preoccupata per i soldati ucraini. Mentre la donna racconta di persone disposte a sacrificarsi per difendere quello in cui credono, lui scoppia in singhiozzi incontrollabili. Tutta la tensione che Odessa cerca in ogni modo di nascondere diventa improvvisamente visibile. Non è facile chiedergli perché piange: “È solo un’idea ucraina della nostra terra e della nostra libertà, e per me lei rappresenta tutto questo”.

Poi, altrettanto improvvisamente, si mette a ridere. La signora Melnyk dice di aver ribattezzato una specialità locale conosciuta come salsiccia Mosca. Ora è la salsiccia Čornobaivka, in onore di un paesino vicino a Cherson in cui i russi hanno subìto gravi perdite.

È strano, commenta Sergej in seguito, che molti paesi siano guariti dalla malattia dell’imperialismo nel corso del novecento, ma non la Russia. “Be’, non riescono a inventare la Microsoft o la Tesla, perciò devono tornare indietro nella storia e ricombattere la grande guerra patriottica”, commenta il fratello.

Passiamo a discutere la questione della lingua. Il dottor Gryb dice che nella sua unità “il 90 per cento delle persone parla russo, e forse la metà sa l’ucraino”. Lui stesso parla ucraino, ma si sente più a suo agio con il russo: “È la lingua degli inni religiosi che ho imparato e dell’istruzione sovietica”.

La figlia dodicenne ha già studiato il russo per cinque anni. Le lezioni sono state cancellate solo all’inizio della guerra. “Il terreno comune è la nazione, non la lingua”, spiega Gryb. “La guerra non è per la lingua, è per la libertà”.

“Sono una persona molto religiosa”, continua. “Il diavolo è il padre della menzogna. Putin e l’intera Russia oggi si reggono sulle menzogne. Gli invasori sono malati della sua propaganda, perciò la triste realtà è che devo prendere le armi e andare a sparare”.

Chiedo al dottor Gryb quando tutto questo avrà fine. “Finirà solo quando Dio o qualche forza cosmica restituirà il buon senso ai leader russi”, risponde.

I racconti di Babel

Per la comunità ebraica di Odessa il quartiere malfamato della Moldavanka, pieno di edifici bassi e piccole fabbriche, era l’equivalente del Lower east side per gli ebrei di New York. Vado a farci una passeggiata. All’angolo di una strada, sotto un albero di acacia, un musicista suona Hava nagila (una canzone popolare ebraica, il cui titolo significa “rallegriamoci”). Sembra una risposta appropriata al risuscitato imperialismo russo rappresentato dai missili Uragan e dalle bombe a grappolo. Al termine della canzone, il musicista annuncia che canterà in ucraino, polacco ed ebraico. E lo dice in russo.

Il mercatino delle pulci della Moldavanka si estende sull’acciottolato delle strade, con i banchetti pieni di ogni genere di cianfrusaglie, coltelli dell’esercito sovietico e stoviglie placcate d’argento. Un’obbligazione sovietica con la scritta “Morte all’occupante tedesco” è in vendita a un prezzo modesto. Un commerciante passa una banconota su ogni oggetto del suo banco: “È la prima vendita della giornata e porta fortuna”. La superstizione, come il fatalismo, è diffusa a Odessa, che ha vissuto tanti sconvolgimenti da sospettare un qualche intervento di forze mistiche. Le regole non sono il forte dei suoi abitanti: quasi tutti gli autisti che ho conosciuto avevano una linguetta di metallo da inserire nell’attacco delle cinture di sicurezza per silenziare il segnale acustico.

Il mercato mi ha fatto ricordare le storie di Babel. In questa città libertaria gli ebrei prosperavano, ma soffrivano anche. Nel 1905 un violento pogrom russo costò la vita a centinaia di ebrei. Babel ne parla in un racconto in gran parte autobiografico, La storia della mia colombaia. Aveva sempre sognato una colombaia. Il padre gli diede i soldi per tre coppie di colombi. Ma subito dopo averle comprate fu aggredito. “Giacevo per terra, e le interiora dell’uccello schiacciato mi colavano dalla tempia”.

Mentre “i teneri visceri” gli colavano giù dalla fronte, Babel, dieci anni, chiuse gli occhi per non vedere “il mondo che mi si stendeva davanti. Era un mondo piccolo e orrendo”. Camminava con il suo “ornamento di piume insanguinate” e passò accanto alla finestra di una casa di ebrei che qualcuno stava distruggendo. Un vecchio giaceva morto. I russi, osservò il portinaio, “odiano perdonare”.

Per Putin l’indipendenza dell’Ucraina era sostanzialmente imperdonabile. La “denazificazione” ha comportato la “degiudaizzazione” di una città dalle profonde radici ebraiche. “Mio nonno lasciò Norimberga e andò in Palestina per sopravvivere ai nazisti”, dice il rabbino Abraham Wolff. “Ora porto i bambini ebrei in Germania per salvarli dalla Russia! Da non credere…”.

Il rabbino Wolff arrivò a Odessa da Israele all’inizio degli anni novanta, quando lui ne aveva 22, per far rivivere la religione ebraica nell’Ucraina indipendente post-sovietica. Come rabbino capo della città e dell’Ucraina meridionale, ha presieduto alla costruzione di asili, scuole, orfanotrofi e di un’università ebraica, fino a quando, quest’anno, il suo lavoro ha cominciato ad andare in fumo.

Dice che da marzo, in cinque mesi, se ne sono andati più di ventimila ebrei, cioè almeno metà della comunità, in molti casi diretti in Germania, Austria, Romania e Moldova. Il museo dell’olocausto ha chiuso, così come quello ebraico. Alcuni pullman hanno portato 120 bambini di un orfanotrofio in un albergo di Berlino, insieme a 180 madri e figli che avevano mariti e padri al fronte. Donne e bambini sono seguiti personalmente da Wolff. Il rabbino è furibondo: “Negli ultimi trent’anni per un ebreo Odessa era il posto migliore dove vivere, dopo Israele. Poi arriva Putin e dice che vuole liberarmi dai nazisti! E comincia a far fuori quello che abbiamo realizzato! Per favore, signor Putin, non mi liberi, basta che mi lasci vivere!”. Seduto nel suo ufficio della sinagoga Beit Chabad, Wolff osserva che la conquista russa ha sottratto alla sua autorità la Crimea nel 2014 e Cherson nel 2022. “Ora”, dice, “sono rabbino capo di Odessa e di una piccola zona di Berlino”.

Il vortice della storia continua a cambiare questa città che si nasconde

“Non sappiamo se gli ebrei che se ne sono andati torneranno”, continua. “Sospetto che se i bambini cominceranno la scuola dove si trovano, non torneranno più”. Sarebbe un disastro, sostiene, una vittoria per il nazionalismo di Putin, perciò il rabbino resta qui con la moglie e spera di essere un esempio per altri.

Una camicia rosa

Gera Grudev, il curatore d’arte, anche lui ebreo, oggi vive nell’appartamento di sua madre, partita per l’Italia all’inizio della guerra. Si è trasferito da lei per prendersi cura del cane, e ha portato anche il suo gatto. Il compagno, Bogdan Zinčenko, è andato a vivere con lui.

Il 7 marzo hanno comprato dei biglietti aerei per andare in Israele, dove vive la sorella di Grudev, ma non li hanno mai usati. Non sopporta l’idea di lasciare i suoi libri e i suoi quadri. Ora, quando suonano le sirene, i due si rifugiano nel bagno.

Di fronte all’appartamento c’è un balcone con della biancheria appesa, la cui vista faceva impazzire Grudev. A un certo punto ha calcolato che una camicia rosa era rimasta ad asciugare per 112 giorni. Poi ha avuto un’illuminazione: il bucato era stato lasciato apposta, per dare l’impressione che l’appartamento fosse ancora occupato e scoraggiare i ladri. Questa, pensa, è una trovata tipica di Odessa: il bucato come protezione.

Grudev, che ha un orecchino su ogni lobo, sorride. Anche l’umorismo è un meccanismo di sopravvivenza. Una vecchia barzelletta, in una città che è famosa per le battute, racconta di un barbiere che insiste a parlare di politica durante il regime di terrore di Stalin. Esasperato, un cliente gli chiede perché. “Perché se ti si rizzano i capelli poi si tagliano più facilmente”.

“Putin vuole salvare me, che sono un gay ebreo russofono di Odessa, dai nazisti!”, commenta Grudev. “Ma per favore…”.

Una notte accompagno una pattuglia di volontari e poliziotti che fanno rispettare il coprifuoco in vigore dalle 23. Chiudere tutto a quell’ora non è stato semplice in una città famosa per la sua vita notturna, soprattutto nel chiassoso distretto di Arcadia.

Nikolaj Ilin, un commerciante di cereali, è al volante. La sua attività si è fermata dopo il blocco imposto da Mosca, anche se ora la situazione è migliorata grazie all’accordo raggiunto con la mediazione della Turchia e delle Nazioni Unite.

Il sapone balistico è usato per testare i danni che un proiettile può infliggere al corpo

“Vuoi sapere qual è la legge russa del grano? Se puoi rubarlo, rubalo. Se non puoi rubarlo, distruggilo”, mi dice.

Ilin è con un gruppo di compagni di caccia. Hanno portato i fucili. Il tempo che dedicano alla pattuglia è il loro modo di prestare servizio. In un certo senso Odessa è come una città-stato per l’intensa fedeltà che ispira.

L’auto si ferma bruscamente. Due ragazzi dall’aria stupita alzano le mani. Consegnano i loro tesserini militari. Dmitrian, vent’anni, nome in codice “Skin”, e Dmitrij, 19, detto “Ryžij”, dicono di essere venuti in permesso dalla loro unità di Mykolaiv.

Tutti e due hanno sposato in fretta e furia le fidanzate quando si sono arruolati. “È questo che fanno ora i giovani ucraini”, commenta Ilin. “Si sposano e vanno a morire”.

Procediamo lungo i grandi viali con le linee dei tram costruite per la prima volta da una compagnia belga nel 1910. Indicando una donna anziana con un termine russo, Ilin dice: “Vedi quella babuška? Facciamo un’eccezione per lei”.

“Magari è un’agente del Kgb”, commenta ridendo un suo amico mentre la donna continua a camminare con i suoi fagotti.

A Odessa ogni risata nasconde una certa tensione. In tutta la città ci sono persone che si offrono volontarie. Oleksandra Savytska, 48 anni, che insegna ai bambini autistici, si è iscritta a un corso di addestramento militare proposto da una delle università cittadine. “Potrebbe succedere di tutto, e io voglio essere utile”, spiega.

Un istruttore grida degli ordini: “Pollice sulla sicura mentre camminate, così potete toglierla subito se dovesse succedere qualcosa!”.

In fila per gli aiuti alimentari, Mykolaiv, Ucraina, 20 giugno 2022 (Laetitia Vançon, The ​New York Times/Contrasto)

Chiedo a Savytska, che ha due figli di circa vent’anni, se è pronta a uccidere per il suo paese. “Uccidere qualcuno? Magari sono pronta al 30 per cento, ma in linea di massima lo sono”. Dà uno sguardo all’arma che ha in mano. “È strano impugnare un fucile”, dice. “Difficile, pesante, interessante…”.

La scoperta dell’Ucraina

Odessa è sempre stata un crocevia di arrivi e partenze, d’immigrazione ed emigrazione di massa. Ha sempre avuto uno spirito libero: Lenin e Stalin non ci hanno mai messo piede, e nemmeno Vladimir Putin.

“Odessita è una nazionalità”, dice Golubovskij, lo scrittore che era rimasto impassibile al suono dell’esplosione.

Via Puškinska prende il nome dal poeta russo Aleksandr Puškin, che ci abitò per circa un anno dal luglio 1823 mentre scriveva parte del suo capolavoro, Evgenij Onegin. In passato si chiamava via Italjanskaja, in onore dell’ampia comunità di commercianti italiani attirati, come i greci, dalla promessa di Odessa. Un altro cambio di nome potrebbe arrivare con l’accelerazione della campagna di derussificazione. Petro Obukhov, un politico locale, ha compilato un elenco di duecento nomi di strade russi che saranno rivisti dalle autorità cittadine. Se Mosca “vuole cancellare il nome Ucraina”, sostiene, Odessa deve rimuovere il maggior numero possibile di tracce della Russia.

Quasi tutti i palazzi della Odessa postbellica costruiti all’epoca di Stalin hanno un rifugio antiatomico. Mykola Čepelev, un architetto, me ne ha fatto visitare uno che ha un letto e perfino un tappeto. “La porta di metallo pesa più di due tonnellate”, dice.

Il vortice della storia continua a cambiare questa città che si nasconde dalle potenze esterne e perciò suscita sospetti. La sua indipendenza si è sempre accompagnata a una certa vanità. Una vecchia barzelletta racconta di un uomo con un abito di ottima fattura a cui chiedono dove l’ha trovato. “A Parigi”, risponde lui. E quanto è lontana? “Oh, più di duemila chilometri”. L’abitante di Odessa è sbalordito: “Così lontano da qui e sanno cucire così bene!”.

Ma oggi Odessa è meno sola.

Viaggiando verso est, ho visto la devastazione di Mykolaiv. Palazzi residenziali ridotti in rovine contorte dai missili; una paletta per la spazzatura appoggiata a un’icona in una cucina piena di vetri infranti; vite cancellate sotto lastre di cemento, come se fossero soltanto mosche che Putin ha deciso di schiacciare.

Vlad Sorokin, 21 anni, un lavoratore del porto di Odessa, combatte per la vita in ospedale, con i polmoni e il fegato lacerati, le costole e un’anca spezzati dalle schegge di un missile cruise. “I russi pensano che sia normale attaccare gli altri”, dice.

Più ucraina, meno russa, Odessa si è accorta un po’ bruscamente del paese di cui fa parte. Otto anni fa, il 2 maggio 2014, la città si spaccò in due e scoppiarono scontri nelle strade tra i simpatizzanti russi armati e i sostenitori del movimento Maidan. “Fu una battaglia tra chi voleva ancora vivere in un’Unione Sovietica inesistente, e chi preferiva un’Ucraina viva, moderna ed europea”, dice Dybrov, il ricercatore, che ha lavorato a un documentario sulle violenze di quei giorni. In una città più di commercianti che di combattenti, la battaglia aveva violato tutti i princìpi su cui si basa la convivenza pacifica a Odessa. E aveva posto una questione fondamentale: siete pronti a combattere per l’Ucraina o per la Russia? Come dice Dybrov: “Fu il momento in cui le persone si resero conto di quanto poteva essere pericolosa la Russia”.

I manifestanti filorussi diedero inizio alle violenze uccidendo due attivisti di Maidan, ma poi persero quattro dei loro e si rintanarono nella Casa dei sindacati. Scoppiò un incendio, di origine incerta. Morirono quarantadue abitanti di Odessa simpatizzanti di Mosca. Un episodio che Putin non ha mai dimenticato.

“Una cosa è certa”, dice Dybrov. “Fu il primo giorno di guerra a Odessa”.

Dall’ospedale di Mykolaiv vado a vedere i cantieri navali della città sul mar Nero. Qui l’Unione Sovietica costruì per decenni i sottomarini e gli aerei che le servivano a proiettare la sua potenza globale. Qui l’economia pianificata dell’immenso paese comunista si lanciò nella competizione militare con gli Stati Uniti.

Oggi è in parte un vasto cimitero dei cantieri e dei piani quinquennali sovietici. I cani randagi vagano in un bacino di carenaggio in disuso e annusano i cumuli di metalli arrugginiti.

Per Putin il crollo dell’Unione Sovietica è stato “la più grande catastrofe geopolitica” del novecento. Cento milioni di cittadini dell’Europa centrale che si sono liberati dal totalitarismo sovietico non la pensano allo stesso modo.

Eppure, al cantiere è difficile non sentire l’immensità della dissoluzione dell’impero sovietico, avvenuta poco più di trent’anni fa, da cui è nata un’Ucraina indipendente. È stato un evento paragonabile per scala e ripercussioni alla rivoluzione francese.

Ljudmila Gryb fa rispettare una rigida regola: non si parla di Putin durante i pasti

Alla presa della Bastiglia, nel 1789, seguirono decenni di disordini. Nel giro di quindici anni la Francia rivoluzionaria ebbe un imperatore, Napoleone. Con Vladimir Putin, la Russia ha un leader simile a un imperatore, un uomo ossessionato da tutto ciò che è andato perduto nel 1991, consumato dall’ancien régime russo, e che si è impegnato a recuperarlo con la forza.

Andrij Čečeta, 57 anni, è perseguitato dal passato. Vive a Odessa e ogni giorno prende la macchina, passa accanto a campi dorati di frumento e raggiunge la sua fattoria di un paio di ettari dove coltiva girasoli, grano, mais e orzo. Nato a Groznyj da padre ceceno e madre ucraina, Čečeta ha lavorato in tutta l’ex Unione Sovietica. “Con il crollo dell’Urss per me non è cambiato nulla”, dice. “Io la sento come il mio spazio comune con la stessa intensità di sempre”. Mi scruta attentamente. “Come si sentirebbero gli Stati Uniti se il Texas si staccasse?”.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica, gli alberi furono abbattuti per ricavarne energia e l’acqua diventò inquinata. C’erano erbacce ovunque quando Čečeta acquistò il terreno nel 2002. “E ora, di nuovo, è una catastrofe per l’agricoltura!”, dice saltando in piedi dalla scrivania. Afferra una bottiglia di detergente antisettico e la capovolge. “Immagini che al collo di questa bottiglia sia attaccata una latta da venti litri. Questa è la situazione in cui ci troviamo”.

A causa della guerra, tutto il raccolto di grano di Čečeta è conservato in enormi contenitori cilindrici di plastica bianca disseminati nei campi. Non è ancora riuscito a spostarli. Nonostante l’accordo di luglio che ha permesso ad alcune navi cariche di cereali di salpare da Odessa e altri porti, Čečeta è convinto che “non riuscirà a vendere niente fino a novembre, ed è una previsione ottimistica”.

Gli chiedo di chi è la colpa. “Quando una coppia si separa, la responsabilità è di entrambi”, risponde. “L’occidente ha causato instabilità”. Cosa pensa di Odessa? “A livello amministrativo è una città ucraina. Storicamente no”.

Da entrambe le parti nessuno crede che i combattimenti finiranno presto. “Solo un perfetto idiota può essere contento della guerra”, dice Čečeta fissando i campi. “Russia e Ucraina presto dovranno negoziare o sarà un disastro totale”.

Una sentinella nuda

Al Museo d’arte è rimasta anche un’altra opera, la Venere di Marija Kulikovska, una donna nuda modellata sul corpo della stessa artista e realizzata nel 2019 in sapone balistico con inclusioni di fiori. Era troppo delicata per spostarla.

Il sapone balistico è usato nell’industria delle armi per testare i danni che un proiettile può infliggere al corpo umano, per vedere quanto è grande il foro di entrata e quale direzione prenderanno le schegge. “Ha una consistenza simile a quella del corpo umano”, mi ha spiegato Kulikovska.

Questa statua straordinaria è l’unico pezzo esposto nella sala barocca centrale del museo, sotto un lampadario e i cherubini decorativi. Sembra intensamente umana e vulnerabile, a differenza del ritratto di Caterina la grande.

Marija Kulikovska, 34 anni, è di Kerč, un’antica città della Crimea appollaiata nel punto in cui s’incontrano il mar Nero e quello d’Azov. C’è stata per l’ultima volta nel 2013, l’anno prima dell’annessione alla Russia. “Ora”, dice, “il luogo dove sono nata non esiste, è solo grigio, un territorio occupato che non compare sulle mappe, la casa a cui non posso mandare una cartolina o del denaro per mia nonna”.

Quando ha realizzato la statua, dice, aveva una grande nostalgia di casa. Odessa, con i suoi colori, il suo mare, la sua architettura, le ricorda Kerch. “È per questo che ho messo tutti quei fiori sotto la pelle, per ricordare la fragilità della vita umana. Io sono viva, anche se dentro ho tanta sofferenza”.

Nel 2014, quando scoppiarono i combattimenti nella regione del Donbass, nell’est dell’Ucraina, Kulikov­ska si fece fare tre calchi del suo corpo, in rosa, verde e bianco, senza fiori, che erano in mostra al centro per le arti di Izolyatsia, a Donetsk. “I terroristi separatisti russi li hanno distrutti sparando raffiche di proiettili”, racconta. “Ero stata denunciata come artista degenerata per aver presentato un nudo femminile proibito e disgustoso”.

Il centro per le arti è stato trasformato in una prigione. La gente veniva torturata nel giardino dov’erano state esposte le statue. Chiedo a Marija Kulikovska della sua opera solitaria al Museo d’arte di Odessa. “C’è qualcosa di bello in questo”, mi dice. “La propaganda russa davanti a un semplice corpo nudo, il mio, che resiste all’aggressione”.

Fa una breve pausa. “È come una guardiana che protegge la mia gente, a Odessa e oltre, aspettando alle porte della Crimea di poter tornare a casa”. ◆ gc

Roger Cohen è un giornalista e opinionista statunitense. Lavora per il New York Times dal 1990. Oggi è il capo dei corrispondenti da Parigi.

Questo articolo è uscito sul numero 1478 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati