Le proteste in Iran, cominciate alla fine di dicembre a causa di un’impennata dei prezzi, si sono trasformate in una sfida più ampia al governo religioso, che controlla l’Iran dalla rivoluzione del 1979. L’establishment iraniano affronta una pressione crescente da parte di un movimento di opposizione frammentato. Alcuni gruppi e individui si trovano all’interno dell’Iran, mentre altri vivono in esilio all’estero. Questi gruppi della diaspora, soprattutto nel Regno Unito e in Germania, sono scesi in strada in solidarietà con i manifestanti del paese.

L’Iran attualmente non ha un’opposizione compatta che possa formare un governo, conferma Shahram Akbarzadeh, docente di politica mediorientale e centroasiatica alla Deakin university in Australia. I gruppi di opposizione interni e all’estero sono disorganizzati, con obiettivi diversi, in alcuni casi i loro leader sono noti, ma nessuno all’interno del paese è emerso come possibile guida del movimento di protesta in corso. Una possibile ragione è il timore di ritorsioni.

Il Movimento verde del giugno 2009 fu una manifestazione di massa spontanea di impiegati, attivisti per i diritti delle donne e della società civile contro la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad in quella che è stata forse l’elezione presidenziale più contestata nella storia del paese. Ahmadinejad rimase in carica fino al 2013 ed era presidente dal 2005. Era un conservatore intransigente, controverso per alcune sue opinioni, tra cui la ripetuta negazione dell’Olocausto.

Alle elezioni del 2009 partecipò anche l’ex premier Mir-Hossein Mousavi, che diventò un leader del Movimento verde. Nel febbraio 2011 fu messo agli arresti domiciliari per aver rifiutato i risultati del voto. Un altro candidato, Mehdi Karroubi, studioso riformista ed ex presidente del parlamento, assunse un ruolo di primo piano nel contestare i risultati elettorali e sostenere le proteste. Nel 2011 fu messo agli arresti domiciliari , che gli sono stati revocati nel marzo 2025. Nessuno dei due uomini sembra essere al centro delle attuali proteste, ma grazie al loro esempio, i manifestanti tendono a non organizzarsi intorno a un’unica figura identificabile.

In linea con altri movimenti di protesta nel mondo, i manifestanti in Iran per fare rete si affidano a organizzazioni studentesche, piattaforme di social media come Discord e associazioni di quartiere. In questo modo sono emersi molti gruppi e leader locali, invece di una o due figure centrali. “Il governo iraniano negli ultimi decenni ha represso efficacemente qualsiasi tentativo di opposizione organizzata nel paese, arrestando e mettendo a tacere i suoi leader”, afferma Maryam Alemzadeh, docente associata di storia e politica iraniana all’università di Oxford. “Sono state soppresse anche le ong apolitiche, i sindacati, i gruppi studenteschi e qualsiasi espressione della società civile. Di conseguenza, non ci si può aspettare né una leadership né un’organizzazione di base, e le proteste dipendono da decisioni individuali o collettive prese sul momento”.

Lo scià

Esistono poi altri gruppi di opposizione con sede sia in Iran sia all’estero. Reza Pahlavi, 65 anni, è il figlio ed erede del deposto scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Mohammad Mosaddegh, primo ministro eletto democraticamente nel 1951, nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana controllata dagli inglesi e fu rovesciato nel 1953 con un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per invertire quella mossa e garantire gli interessi petroliferi occidentali. Al suo posto fu ripristinato un regime monarchico repressivo poi caduto nel 1979, quando l’ultimo scià fuggì dal paese con l’affermarsi della rivoluzione iraniana. Morì in Egitto nel 1980.

In esilio negli Stati Uniti, suo figlio guida un importante movimento monarchico noto come Consiglio nazionale iraniano, ma sostiene di non aspirare al ritorno della monarchia e di volere un sistema laico e democratico da costruire attraverso un referendum. Tuttavia Pahlavi è appoggiato dagli esponenti della diaspora e da chi vuole il ritorno della monarchia, mentre è fortemente osteggiato da altri gruppi di opposizione, tra cui quelli repubblicani e di sinistra. Tante persone in Iran non ricordano proprio l’epoca della monarchia. Alcuni invece la rievocano con nostalgia, mentre altri la ricordano per le sue disuguaglianze e la repressione.

Alemzadeh afferma che Pahlavi è emerso come il leader dell’opposizione all’indomani del movimento di protesta Donna, vita, libertà, del 2022. “Lo appoggia la diaspora, in particolare la generazione che ha lasciato il paese con la rivoluzione del 1979, come lui, ma anche qualcuno tra i più giovani. Esercita un certo fascino anche in Iran, come dimostrano i cori in suo sostegno durante le proteste, ma la sua popolarità è dibattuta”. L’influenza di Pahlavi, aggiunge, deriva meno da un piano credibile o dalla capacità di incoraggiare le proteste e più da anni di promozione nostalgica fatta dai mezzi d’informazione della diaspora e dalle campagne sui social media che l’hanno nobilitato come “alternativa migliore disponibile” in un contesto di frustrazione diffusa e mancanza di altri leader. “Aiutato da una campagna online, che secondo il giornale Haaretz è stata sostenuta anche da Israele, Pahlavi è stato presentato come la chiave per tornare a quel passato ideale”, dice Alemzadeh. Nonostante sia la figura più nota dell’opposizione, ci sono poche prove che abbia un piano realistico o una base organizzativa per gestire e affrontare l’apparato di sicurezza, la corruzione radicata, i sostenitori del governo e le istituzioni in un Iran senza più la Repubblica islamica. Secondo Akbarzadeh, “chiedere il ritorno di Pahlavi è una reazione nostalgica alla situazione di stallo economico e diplomatico creata dal regime islamico. Si tratta più di un rifiuto del dominio del clero che di una richiesta di restaurazione della monarchia”.

I mujahidin

Mojahedin-e khalq (mujahidin del popolo iraniano, Mek) è stato un potente gruppo di sinistra che negli anni settanta condusse attentati contro il governo dello scià e obiettivi statunitensi, ma che finì per litigare con altri gruppi. Molti iraniani, compresi i nemici giurati della Repubblica islamica, non gli perdonano di essersi schierato con l’Iraq contro l’Iran nella guerra del 1980-1988. Il Mek fu il primo a rivelare pubblicamente nel 2002 che Teheran aveva un programma segreto di arricchimento dell’uranio. Tuttavia, da anni non dà segni di una presenza attiva dentro l’Iran. In esilio, prima in Francia e poi in Iraq, il suo leader, Massoud Rajavi, non si vede da più di vent’anni e la moglie, Maryam Rajavi, ha assunto il controllo del movimento. Le organizzazioni per i diritti umani accusano il Mek di avere un comportamento simile a una setta e di commettere abusi sui propri seguaci, cosa che il gruppo nega. Oggi è la forza principale dietro il Consiglio nazionale della resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, che ha una presenza attiva in molti paesi occidentali, tra cui Francia e Albania.

I laici democratici

Nel 2023 diversi gruppi con sede all’estero si sono riuniti nella coalizione politica Solidarietà per una repubblica democratica laica in Iran (Hamgami). L’organizzazione ha guadagnato una certa popolarità tra la diaspora iraniana sulla scia delle proteste del 2022 per l’uccisione di Mahsa Jina Amini, arrestata dalla polizia con l’accusa di non indossare correttamente il velo, come prevede il rigido codice di abbigliamento reso obbligatorio poco dopo la rivoluzione. La coalizione sostiene la separazione tra religione e stato, elezioni libere e l’istituzione di una magistratura e di mezzi d’informazione indipendenti. Tuttavia, non raccoglie molto sostegno in Iran.

Le minoranze

I persiani costituiscono circa il 61 per cento dei 92 milioni di abitanti dell’Iran, mentre i gruppi minoritari più significativi sono gli azeri (16 per cento) e i curdi (10 per cento). Altre minoranze sono i luri (6 per cento), gli arabi (2 per cento), i beluci (2 per cento) e i gruppi turcofoni (2 per cento). L’Iran è composto prevalentemente da musulmani sciiti, che sono circa il 90 per cento della popolazione, mentre i sunniti e altre correnti musulmane rappresentano circa il 9 per cento. Il restante 1 per cento comprende circa 300mila baha’i, 300mila cristiani, 35mila zoroastriani, ventimila ebrei e diecimila sabeo-mandei, secondo il Minority rights group.

Le minoranze curde e beluci, in maggioranza musulmane sunnite, si sono spesso scontrate con il governo sciita di lingua persiana di Teheran. Diversi gruppi curdi si oppongono da tempo al governo nell’Iran occidentale, dove costituiscono la maggioranza, e in quelle zone si sono verificati periodi di ribellione attiva. Nel Sistan-Belucistan, lungo il confine orientale con il Pakistan, l’opposizione a Teheran comprende i sostenitori dei leader sunniti che cercano una migliore rappresentanza all’interno del paese e gruppi armati legati ad Al Qaeda. In passato le proteste scoppiate in Iran sono state più intense nelle zone curde e beluci, ma nessuna delle due regioni ha un movimento di opposizione unico e unito. ◆ dl

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 21. Compra questo numero | Abbonati