Nella prima settimana del 2025 sedici persone sono state uccise nel Bastar, il distretto del Chhattisgarh, nell’India centrale, roccaforte dei ribelli maoisti che dagli anni sessanta conducono un’insurrezione armata contro lo stato. Tra le persone assassinate, Mukesh Chandrakar, un giovane e coraggioso giornalista. Cinque mesi dopo che un suo articolo sulle irregolarità nel cantiere per la costruzione di una strada nel distretto di Bijapur aveva portato a un’inchiesta governativa, il suo cadavere è stato ritrovato in una fossa biologica nella proprietà dell’appaltatore che sta costruendo la strada.

L’assassinio di Chandrakar a seguito delle sue denunce per appropriazione indebita ha provocato sdegno in tutto il paese. In pochi, però, capiscono quanto la sua uccisione sia intrinsecamente legata all’insurrezione maoista nella regione. La connessione la evidenzia un altro reporter locale, Vikas Tiwari, che pochi giorni dopo la morte di Chandrakar è tornato sulla strada dissestata costata 13,5 milioni di euro e riassume in poche parole la tragedia: “Il ministro dell’interno Amit Shah ha dichiarato che il Bastar sarà liberato dai ribelli maoisti entro il 31 marzo 2026. Come? Portando sviluppo nell’area. E, secondo le autorità, lo sviluppo avverrà solo quando i servizi di base raggiungeranno i villaggi attraverso una rete stradale che copra l’intera area. Ecco spiegata l’attenzione alla costruzione di strade. Il distretto di Bastar però è forse l’unica zona in cui oltre alla sabbia, alla ghiaia e all’asfalto, le strade sono intrise del sangue dei soldati e ora anche dei giornalisti”.

Tiwari fa notare che dietro la facciata di sviluppo e sicurezza, è stata soprattutto l’avidità a guidare l’aggressiva campagna dello stato per la costruzione di nuove strade. Il connubio di politici, costruttori e appaltatori se n’è avvantaggiato a spese di tutti gli altri: del personale di polizia distaccato per garantire la sicurezza delle squadre di operai, dei giornalisti che hanno rischiato la vita per denunciare la corruzione e degli abitanti dei villaggi in nome dei quali le strade sono state costruite, anche se molti di loro non le avrebbero volute.

A differenza del resto dell’India, dove la gente chiede i collegamenti stradali, nel Bastar molti abitanti dei villaggi adivasi (indigeni) li temono perché sanno che, una volta costruita, una strada nella foresta sarà seguita da un accampamento per le forze di sicurezza, che provocherà di sicuro un’escalation della guerra tra lo stato e i ribelli maoisti. Tanti sospettano che l’obiettivo finale degli sforzi dello stato per sconfiggere i maoisti sia quello di rendere l’area disponibile per le attività di estrazione mineraria che devasteranno le loro terre.

Ricetta per il disastro

Nel 2024 gli spargimenti di sangue nella regione si sono intensificati. La polizia del Chhattisgarh ha dichiarato di aver ucciso 217 ribelli, il numero più alto dall’inizio della controinsurrezione. A dicembre Shah ha visitato la capitale dello stato, Raipur, e ha ribadito con toni trionfalistici di voler estirpare l’insurrezione entro il 2026. In qualsiasi conflitto, stabilire delle scadenze è una ricetta per il disastro. Porta a scorciatoie e passi falsi. Mentre in alcune grandi operazioni le forze di sicurezza sono riuscite a colpire il gruppo dirigente dei maoisti con grande precisione, in parecchi casi sono stati accusati di aver ucciso a sangue freddo quadri di basso livello o, peggio, civili disarmati.

Insurrezione e resistenza

◆ L’insurrezione maoista è cominciata nel Bengala Occidentale alla fine degli anni sessanta come rivolta rurale che s’ispirava alla rivoluzione comunista cinese, e da allora si è diffusa in vari stati indiani. I ribelli controllano un “corridoio rosso” che va dal nordest del paese all’India centrale. La loro lotta si è spesso sovrapporta a quella degli adivasi, le tribù che abitano da secoli le foreste dell’India centrale e vogliono preservarle dallo sfruttamento minerario. A questo la scrittrice Arundhati Roy ha dedicato il reportage In marcia con i ribelli (Guanda 2012). Le offensive militari e di polizia hanno spinto i ribelli nelle foreste e la violenza è diminuita, ma negli scontri tra guerriglieri e forze armate muoiono decine di persone ogni anno. Bbc


Anche per le istituzioni tutta questa fretta è controproducente. Lo stato ha costruito con costanza il suo vantaggio nella guerra reclutando gli adivasi locali nelle forze di polizia, e in particolare nelle unità di riserva distrettuali. A differenza dei paramilitari provenienti da luoghi lontani, che non hanno familiarità con il terreno e la cultura locale, gli indigeni hanno vissuto nella giungla e conoscono le abitudini dei ribelli. Sono in grado di contrastare la guerriglia in modo più efficace.

Alla fine in ogni insurrezione l’importante è come si schiera la popolazione locale. Ora una parte degli adivasi è disposta a combattere per conto dello stato, ma se le autorità li usano per scatenare una violenza indiscriminata contro persone disarmate rischiano di vanificare le conquiste ottenute. In definitiva, l’aumento delle violenze nel Bastar sta uccidendo gli adivasi.

La stessa settimana in cui Mukesh Chandrakar è stato assassinato, otto uomini delle unità di riserva distrettuale e il loro autista sono morti in un attentato maoista al veicolo su cui viaggiavano. I poliziotti adivasi stavano tornando da un’operazione in cui erano stati uccisi cinque sospetti ribelli, a loro volta indigeni.

Proprio qui sta la tragedia: i mezzi d’informazione nazionali hanno rinunciato quasi del tutto a dare notizie sul Bastar. I resoconti dei principali quotidiani si basano in gran parte sulle dichiarazioni della polizia. È come se al paese la guerra nel Bastar non interessasse più. I coraggiosi giornalisti locali continuano però a fare il loro lavoro, e lo fanno a caro prezzo. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1597 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati