Cosa c’insegna l’ultimo rapporto sulle disuguaglianze mondiali 2022 del World inequality lab (dell’École d’économie de Paris), da poco pubblicato e frutto della collaborazione tra un centinaio di ricercatori di tutti i continenti? Al di là dei risultati ben noti sull’aumento delle disuguaglianze di reddito negli ultimi decenni, possiamo identificare tre novità principali, relative alle disuguaglianze patrimoniali, di genere e ambientali.

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Cominciamo dal patrimonio. Per la prima volta i ricercatori hanno raccolto dati che permettono di confrontare la distribuzione delle ricchezze in tutti i paesi: la conclusione generale è che l’iperconcentrazione patrimoniale, che si è ulteriormente aggravata con la pandemia, riguarda allo stesso modo tutte le regioni del pianeta. Nel 2020 il 50 per cento più povero della popolazione mondiale possedeva appena il 2 per cento delle proprietà private (beni immobiliari, professionali e finanziari), mentre il 10 per cento più ricco aveva il 76 per cento del totale.

A livello globale nel 2020 le donne hanno ricevuto solo il 35 per cento del reddito derivante dal lavoro (il 65 per cento è andato agli uomini). La parità è ancora lontana

La palma della disuguaglianza va all’America Latina e al Medio Oriente, seguiti da Russia e Africa subsahariana, dove il 50 per cento più povero detiene solo l’1 per cento delle proprietà private, mentre il 10 per cento più ricco si avvicina all’80 per cento. La situazione è leggermente meno estrema in Europa, ma c’è poco di cui andare fieri: il 50 per cento più povero possiede il 4 per cento dei beni, mentre il 10 per cento più ricco arriva al 58 per cento.

Di fronte a questa situazione, ci sono vari atteggiamenti possibili. Si può aspettare pazientemente che la crescita economica e le forze del mercato diffondano la ricchezza. Ma visto che, più di due secoli dopo la rivoluzione industriale, la parte detenuta dal 50 per cento più povero raggiunge appena il 4 per cento in Europa e il 2 per cento negli Stati Uniti, si rischia di dover aspettare ancora per un bel po’ di tempo.

Si può anche sostenere che la situazione attuale è il male minore, e che ogni tentativo di ridistribuire i patrimoni sarebbe economicamente pericoloso. Questa argomentazione però è poco convincente. In Europa fino al 1914 la parte di patrimonio detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione si assestava intorno all’80-90 per cento del totale. In un secolo si è ridotta, arrivando al 60 per cento di oggi, soprattutto a favore del 40 per cento della popolazione compresa tra il 10 per cento più ricco e il 50 per cento più povero. Questa classe media patrimoniale ha così potuto comprare case e creare aziende, il che ha contribuito al benessere generale tra il 1945 e il 1973. Come fare per prolungare questo movimento di lungo periodo verso l’uguaglianza, che storicamente è necessaria a un’evoluzione verso una maggiore prosperità? Idealmente servirebbe una redistribuzione delle eredità.

Il secondo insegnamento del rapporto riguarda le disuguaglianze di genere. A livello globale nel 2020 le donne hanno ricevuto appena il 35 per cento circa del reddito derivante dal lavoro (contro il 65 per cento degli uomini). Questa percentuale era del 31 per cento nel 1990 e del 33 per cento nel 2000: quindi abbiamo fatto dei passi avanti, ma molto lentamente. Nel 2020 in Europa è andato alle donne il 38 per cento del reddito derivante dal lavoro: la parità è ancora molto lontana.

Questi dati offrono un quadro meno edulcorato e più corretto della situazione generale rispetto all’analisi di determinati tipi di lavoro: confermano che le donne non ricoprono gli stessi incarichi né fanno gli stessi orari degli uomini, in particolare a causa dei pregiudizi, delle discriminazioni e degli sforzi insufficienti fatti dalle istituzioni per regolamentare i settori in cui le donne sono più presenti (in particolare la cura delle persone, la grande distribuzione e le pulizie). In alcune regioni, come in Cina, si osserva addirittura un calo dei redditi femminili.

La terza novità del rapporto riguarda le disuguaglianze ambientali. Troppo spesso il dibattito sul clima si riduce a un confronto tra le emissioni di gas serra medie per paese e alla loro evoluzione nel tempo. Invece grazie allo studio del World inequality lab abbiamo dei dati sulla distribuzione delle emissioni all’interno di ogni paese e nelle diverse regioni del mondo. Si vede che il 50 per cento più povero del pianeta produce quasi ovunque livelli di emissioni relativamente accettabili, per esempio 5 tonnellate per abitante in Europa. Nel frattempo le emissioni medie raggiungono 29 tonnellate per il 10 per cento più ricco, e 89 tonnellate per l’élite dell’1 per cento.

La conclusione è ovvia: non è tassando tutti alla stessa maniera che saremo all’altezza delle sfide ecologiche. Il mondo, se vorrà vincere le sfide sociali e ambientali che lo minacciano, dovrà fare qualcosa per affrontare i diversi tipi di disuguaglianza che lo attraversano. ◆ ff

Thomas Piketty
è un economista francese. È professore all’École des hautes études en sciences sociales e all’École d’économie de Paris. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Una breve storia dell’uguaglianza (La nave di Teseo 2021). Questo articolo è uscito su Le Monde.

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Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati