A novembre, nelle Filippine si è celebrato il matrimonio della figlia di un senatore. L’attenzione degli ospiti, però, non era rivolta agli sposi ma a un’altra coppia che partecipava all’evento.

Ferdinand Marcos Jr., figlio del dittatore morto nel 1989, accompagnava Sara Duterte Carpio, figlia dell’attuale presidente, Rodrigo Duterte, passando accanto agli invitati seduti su sedie bianche con lo schienale intrecciato. Marcos indossava un vestito scuro con un fiore all’occhiello, il volto parzialmente oscurato da una mascherina color malva. Duterte Carpio sfoggiava un abito grigio e stringeva tra le mani un bouquet di fiori bianchi. Camminando, si tenevano sottobraccio. Dopo settimane di continue supposizioni sul loro futuro politico, quella passerella fianco a fianco ha prevedibilmente, e probabilmente per calcolo, alimentato il clamore e le aspettative. L’evento, a cui hanno partecipato molte persone dell’élite filippina ed è stato osservato attentamente alla ricerca di indizi sulla direzione politica del paese, era forse “il matrimonio del secolo?”, si chiedeva un giornale.

Qualche giorno dopo i due hanno dimostrato che almeno una delle voci più insistenti era vera, annunciando che si sarebbero presentati insieme alle elezioni del prossimo maggio. La decisione ha unito due delle più famigerate famiglie politiche del paese in un momento in cui le sue istituzioni democratiche sembrano particolarmente in pericolo. Marcos è l’aspirante presidente, Duterte Carpio la candidata alla vicepresidenza (nelle Filippine presidente e vicepresidente sono eletti separatamente, quindi possono appartenere a partiti e aree politiche diverse). Allearsi è stata un’abile decisione strategica e al tempo stesso un simbolo della situazione politica del paese.

Logiche medievali

Il dominio delle dinastie politiche ha avuto “effetti negativi sulle Filippine, come il perpetuarsi della povertà e del sottosviluppo, il diffondersi della disuguaglianza politica e socioeconomica, e il dilagare della corruzione di massa”, hanno scritto i professori Teresa S. Encarnacion Tadem ed Eduardo C. Tadem in un articolo del 2016 che esaminava il fenomeno. Uno degli sfidanti di Marcos e Duterte Carpio è l’attuale vicepresidente, Leni Robredo, che è candidata alla presidenza e che nel 2016 ha sconfitto Marcos nella corsa alla vicepresidenza. Da parlamentare, Robredo è stata tra le coautrici di una proposta di legge contro le dinastie, uno dei numerosi tentativi falliti di mettere un freno al nepotismo rampante nel sistema politico del paese. Un risultato che non sorprende, considerati gli interessi in gioco, mi ha detto il suo portavoce Barry Gutierrez.

Robredo è entrata tardi nella corsa alla presidenza, e nonostante alcune significative manifestazioni di sostegno popolare, non è riuscita a conquistare consensi ampi. Tra gli altri sfidanti ci sono l’ex campione di boxe Manny Pacquiao, che ha sfruttato la sua fama sul ring per una seconda vita da senatore (Pacquiao recentemente ha incassato l’appoggio di Floyd Mayweather Jr., il pugile che lo sconfisse in un incontro del 2015 molto pubblicizzato ma sostanzialmente deludente), e Isko Moreno, un attore diventato sindaco della capitale, Manila, nel 2019. Secondo due sondaggi di dicembre, Marcos è saldamente in testa, e anche Duterte Carpio è la favorita per la vicepresidenza.

I Marcos hanno la loro roccaforte nel nord, mentre la base di potere dei Duterte è nel sud, il che mette immediatamente in vantaggio i due portabandiera del nepotismo. La coppia vuole anche far continuare il regime dinastico delle Filippine. Un sistema che è riuscito a prosperare, dice Aries Arugay, docente di scienze politiche all’università delle Filippine a Diliman, anche a causa della debolezza dei partiti e del persistente retaggio del colonialismo statunitense, che mise il potere politico nelle mani di alcune élite.

In mancanza di partiti politici forti, “la famiglia è diventata il meccanismo collettivo più importante e affidabile”, continua Arugay, spiegando che questa “parentela rituale” si estende al di là dei rapporti di sangue. Altri vincoli, come quelli creati attraverso padrini e madrine o matrimoni tra familiari ben calcolati, formano una vasta rete di relazioni incestuose. Questi feudi intrecciati contribuiscono a consolidare e controllare il potere. In qualche modo, afferma Arugay, “è come nel medioevo”.

La famiglia fu accolta dal governatore delle Hawaii, un vecchio amico, che salutò il despota con le tradizionali ghirlande

Ferdinand Marcos Jr., più conosciuto come Bongbong, ha aiutato il padre fin da giovanissimo. Feroce anticomunista e oratore di talento sostenuto dagli Stati Uniti, Ferdinand Marcos fu eletto presidente per la prima volta nel 1965, ma il suo regime degenerò rapidamente in una dittatura corrotta. Nel 1972 introdusse la legge marziale, e anche se formalmente la misura fu abolita nel 1981, conservò gran parte dei poteri che gli erano stati concessi per tutta la durata della sua presidenza, che si concluse quando fu costretto a dimettersi nel 1986. Durante la sua permanenza al potere si moltiplicarono gli omicidi extragiudiziali e la corruzione.

Il regime di Marcos fu “eccezionale sia per la quantità sia per la qualità della sua violenza”, ha scritto nel 1999 Alfred McCoy, uno storico dell’università del Wisconsin a Madison. McCoy ha calcolato che sotto Marcos furono eseguiti 3.257 omicidi extragiudiziali. Lo spettro della violenza era intenzionalmente spaventoso. Molte delle vittime furono mutilate e poi abbandonate ai lati della strada perché tutti potessero vederle. Ha scritto McCoy: “Il regime di Marcos intimidiva esibendo a caso le vittime delle sue torture e diventando così un teatrale stato di terrore”.

Carriera fulminante

Bongbong ha abbandonato l’università di Oxford, ma ha usato i legami della sua famiglia per assicurarsi un posto nell’ultracompetitivo master in amministrazione aziendale alla Wharton school dell’Università della Pennsylvania, anche se non era laureato (in campagna elettorale Marcos Jr. fatica a dire la verità su aspetti fondamentali della sua vita e ha ripetutamente mentito su diversi dettagli, dai titoli accademici all’età).

Nel 1980, quando aveva 22 anni e studiava ancora a Filadelfia, fu eletto vicegovernatore di Ilocos Norte, una provincia nell’estremità nordoccidentale dell’isola più grande delle Filippine. Marcos Jr. si presentò senza oppositori come esponente del partito del padre e fu lo zio, ambasciatore delle Filippine negli Stati Uniti, a investirlo della carica. Una volta tornato in patria, Bongbong diventò governatore della provincia nel 1983, quando la zia lasciò l’incarico dopo più di dieci anni al potere. “I Marcos erano una famiglia sultanesca”, mi ha detto Arugay. “Non era semplicemente la dittatura di un singolo, era la dittatura di una dinastia”.

Il mandato del padre s’interruppe tre anni dopo, quando milioni di filippini parteciparono alle proteste note come la rivoluzione del potere popolare. Ferdinand Marcos fu rovesciato da un movimento innescato, in parte, dall’uccisione del suo rivale politico nel 1985. L’aviazione statunitense inviò numerosi elicotteri e aeroplani per mettere in salvo la famiglia Marcos alle Hawaii. Imelda Marcos, la moglie di Ferdinand, che ha elevato l’accumulazione e lo sfoggio di ricchezze illecite a livelli di scelleratezza degni di un cartone animato, ha raccontato di aver imbottito di diamanti i pannolini dei nipoti prima di partire. Il clan Marcos fu accolto sulla pista d’atterraggio dal governatore delle Hawaii, un vecchio amico, che salutò il despota con le tradizionali ghirlande di fiori. Ferdinand Marcos visse alle Hawaii, afflitto da numerosi problemi di salute, fino alla morte, nel 1989.

La famiglia aveva accumulato una fortuna che nel 1987 era stimata in dieci miliardi di dollari, nascondendola in società di comodo, opere d’arte e losche operazioni immobiliari. Le origini di gran parte del denaro rimangono ignote.

Un manifesto in sostegno di Sara Duterte, Manila, Filippine, 9 aprile 2021 (Lisa Marie David, Reuters/Contrasto)

Eppure, cinque anni dopo quella fuga, la famiglia Marcos fu autorizzata a tornare nelle Filippine. Patricio Abinales, docente di studi asiatici alla University of Hawaii di Manoa, dice che il governo all’epoca era instabile e credeva ingenuamente che lo stato di diritto avrebbe prevalso e i Marcos avrebbero dovuto fare i conti con la giustizia. Ma invece di essere costretta a rispondere dei suoi crimini, la famiglia si è ricostituita. “Sono sciacalli”, dice Arugay del clan. “Perché non sono in carcere?”.

Bongbong fu eletto alla camera dei rappresentanti nel 1992, dando inizio a un impegno che è durato decenni per conquistare la presidenza e insabbiare la storia della sua famiglia, riaffermandone il potere. I risultati sono una prova clamorosa e terribile dell’influenza del revisionismo storico in assenza di conseguenze e responsabilità. “Quando la gente dice che i Marcos sono tornati”, racconta Arugay, “replico spesso con una domanda: ‘Se n’erano mai andati?’”.

La sorella di Bongbong, Imee, ora è senatrice. In passato anche lei è stata governatrice di Ilocos Norte. Nell’intervallo tra i mandati dei due fratelli, il ruolo è stato coperto da un loro cugino. Quando, nel 2019, Imee ha lasciato la carica di governatrice per candidarsi al senato, al suo posto è stato eletto il figlio. Anche il figlio di Bongbong, un leale surrogato del padre proprio come Bongbong lo è stato di Ferdinand Marcos, è candidato al congresso. Bongbong ha incassato una delle poche sconfitte politiche nel 2016, quando non è stato eletto alla vicepresidenza. Oggi la sua campagna si scontra con moltissime petizioni presentate alle autorità per farlo escludere dalla corsa elettorale. Alcune sono delle vittime del regime di suo padre. Almeno una ha a che fare con il mancato pagamento delle multe dovute a una condanna per evasione fiscale del 1995 che è stata confermata nel 1997. I Marcos, com’è loro abitudine, hanno ignorato le richieste d’impugnazione.

In confronto ai Marcos, i Duterte sono dei novellini nel mondo delle dinastie politiche, e questo spiega in parte perché Sara Duterte Carpio si sia legata a Bongbong. La famiglia ha conquistato una carica nazionale solo nel 2016, nel modo più tumultuoso. Quell’anno Rodrigo Duterte, il sindaco motociclista scurrile che ispirava paragoni frequenti – anche se non del tutto corretti – con Donald Trump, è stato eletto presidente. Duterte Carpio è la sindaca di Davao, un ruolo che il padre ha ricoperto per più di vent’anni. Il fratello minore attualmente è il vicesindaco della città, una funzione esercitata dal loro fratello maggiore prima di conquistare un seggio al congresso nel 2019.

Da sapere
Chi può fermare Marcos Jr.

◆ La commissione elettorale delle Filippine si deve ancora pronunciare su tre delle molte petizioni presentate contro la candidatura di Ferdinand Marcos Jr. alla presidenza. Il pronunciamento era atteso il 17 gennaio. Le richieste d’esclusione del figlio del dittatore dalla competizione elettorale si basano sulle sue condanne per illeciti fiscali. Rowena Guanzon, la commissaria incaricata di presiedere le audizioni sulle tre istanze, il 28 gennaio si è espressa pubblicamente a favore dell’esclusione di Marcos. Guanzon ha detto che un senatore “molto potente” è intervenuto per influenzare la decisione della commissione e ha accusato la commissaria Aimee Ferolino di temporeggiare in vista del pensionamento di Guanzon il 2 febbraio. Ferolino ha respinto l’accusa, dicendo che le serve tempo per analizzare i tre casi. Il 1 febbraio l’associazione filippina degli avvocati ha sollecitato la commissione a non attendere oltre, anche per mettere fine all’agitazione dei cittadini di fronte alla vicenda. Secondo i sondaggi di dicembre sui candidati presidenti, Marcos Jr. è al 53 per cento, seguito dall’attuale vicepresidente Leni Robredo con il 20 per cento. Se la commissione dovesse pronunciarsi contro Marcos Jr., il caso passerebbe alla corte suprema. Nikkei Asia, Philippine Daily Inquirer


Rodrigo Duterte è volubile e incline a furie imprevedibili. Sotto la sua amministrazione è diminuita in modo costante la libertà di stampa e decine di attivisti sono stati uccisi in raid delle forze dell’ordine (molti di loro erano stati red-tagged, cioè accusati di far parte della guerriglia comunista o di sostenerla). Secondo le cifre raccolte dal giornale online Rappler, durante la presidenza di Duterte almeno 61 avvocati sono stati uccisi (la cofondatrice del sito, Maria Ressa, nel 2021 ha ricevuto il premio Nobel per la pace). In base ai calcoli prudenti delle Nazioni Unite, le forze di sicurezza che portano avanti da anni la guerra alla droga di Duterte, una vasta campagna che ha preso di mira soprattutto i poveri delle città, hanno ucciso almeno 8.600 persone. Altri stimano che la cifra sia molto più alta.

La Corte penale internazionale a settembre del 2021 ha annunciato l’avvio di un’indagine, descrivendo la campagna come “un ampio e sistematico attacco contro la popolazione civile”. Duterte, che nel 2019 aveva ritirato unilaterlamente le Filippine dallo statuto di Roma, ha reagito in modo rabbioso e avventato, rimproverando la corte suprema del suo paese quando i giudici gli hanno consigliato di collaborare all’indagine. Non potendosi ricandidare alla presidenza perché la legge non permette il doppio mandato, Duterte ha annunciato a novembre di voler correre per il senato, ma è durata poco. A metà dicembre, a sorpresa, si è ritirato.

Gutierrez, il portavoce della campagna elettorale di Robredo, dice che l’attuale vicepresidente si è decisa a candidarsi soprattutto perché era preoccupata per la direzione del paese. Ferocemente critica nei confronti di Rodrigo Duterte, “sentiva che nel corso degli ultimi cinque anni e mezzo molte nostre istituzioni sono state erose”, spiega il suo portavoce. Con l’alleanza tra i Marcos e i Duterte “il pericolo che la situazione continui o peggiori è molto reale”.

Quando chiedo ad Arugay il suo pronostico elettorale, non è ottimista: “Voglio essere un idealista. Voglio stare dalla parte giusta, dalla parte della democrazia, e dire che Marcos e Duterte Carpio dovranno affrontare una dura battaglia, ma questo contraddice tutta la mia esperienza di studioso”. Alcuni opinionisti hanno predetto che “la scellerata alleanza” fallirà, perché “sono entrambi avidi, corrotti e alla fine i cattivi non vincono”, spiega. “Mi piacerebbe che il mondo funzionasse così”, aggiunge Arugay, “mi piacerebbe davvero”. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati