Quando avevo sette anni sono entrata negli scout brasiliani. Una delle leggi fondamentali prevedeva che le bambine fossero “gentili e delicate”. Per ottenere uno degli ambìti distintivi delle scout, dovevo seguire alcune regole: una bambina deve saper rispettare l’autorità, mostrarsi ubbidiente, ascoltare e parlare al momento giusto e – la mia preferita – non urlare.

A settembre ho preso la mia prima lezione di autodifesa femminile. Il corso mi ha decisamente segnato (lividi a parte). Ho finalmente provato sul mio corpo l’entità delle violenze e delle umiliazioni che noi donne brasiliane dobbiamo subire, sempre restando docili e graziose. Con la testa abbassata, le spalle curve, il collo rigido: il nostro corpo si chiude, come se cercassimo di essere un bersaglio più piccolo.

Le donne perdono in ogni caso. Se stanno zitte, passano dieci anni in terapia. Se mostrano fermezza, sono emarginate. Se alzano la voce, vengono punite.

Per molto tempo essere ubbidiente è stato considerato il primo dovere di una ragazza. Oggi, soprattutto in paesi in via di sviluppo come il mio, la situazione non è cambiata molto: la cosa peggiore che può fare una donna è esprimere un’opinione e diffondere idee non “opportune”, per esempio dicendo che nel settore in cui lavora esiste la misoginia o denunciando un reato sessuale commesso da un uomo potente. È meglio stare zitte e lasciare che il colpevole la faccia franca. Se dopo la donna dicesse “grazie” sarebbe anche meglio (a proposito: le donne dovrebbero anche evitare di fare dell’ironia).

Non devo sforzarmi troppo per dimostrare che abbiamo buoni motivi per gridare. Basta elencare alcuni fatti degli ultimi mesi in Brasile: un detenuto ha strangolato la sua ragazza dentro un carcere perché, durante una visita, lei gli aveva detto che voleva lasciarlo. Un ragazzo ha spinto la sua ex fidanzata sotto un autobus perché lei gli aveva confessato di essere incinta e lui aveva in programma una vacanza studio in Canada. Una donna che aveva accusato il suo ex compagno di spiarla con una telecamera nascosta è stata uccisa a coltellate dall’uomo mentre stava andando con lui al commissariato a bordo di un’auto della polizia.

Queste sono manifestazioni estreme delle relazioni di potere sbilanciate tra uomini e donne, espressioni concrete di una dinamica sociale che obbliga le donne a restare subordinate. Le violenze di genere includono la molestia sessuale, le percosse domestiche, lo sfruttamento sessuale, la violazione dei diritti riproduttivi, lo stupro e il delitto “d’onore”. Per non parlare delle minacce e degli abusi di potere. Qual è l’unica reazione universalmente accettata a questi atti di violenza? Mostrare rispetto verso l’aggressore e tenere la bocca chiusa, naturalmente. Non importa se dobbiamo sopportare questo peso per il resto della vita. Il modo in cui una donna esce da un’esperienza traumatica non è la preoccupazione principale. È più importante proteggere gli uomini da accuse ingiuste.

Per qualche anno ho avuto una relazione con una persona che abusava psicologicamente di me. Questo mi ha lasciato chiusa in me stessa e sulla difensiva. In seguito, ogni volta che parlavo di quello che avevo vissuto, mi sono scontrata con una reazione compatta, un tentativo di mettermi a tacere che mi ha spinto sempre di più nel ruolo della donna isterica e risentita. Non c’è niente di più semplice che costringere una donna in un limbo sociale e professionale. Più chi commette gli abusi è potente, meno le persone credono alle vittime e più diventa difficile ottenere prove materiali degli abusi.

Tutte le donne che ho incontrato al corso di autodifesa hanno storie orribili alle spalle. Imparare a immobilizzare gli aggressori non è stato il compito più difficile per noi.

La cosa più difficile è stata urlare. La nostra insegnante ci ha detto di immaginare di avere di fronte il nostro aggressore, di guardarlo negli occhi e gridare più forte che potevamo. Alcune di noi non sono riuscite a farlo, dopo aver passato la vita a essere gentili. Siamo arrossite, abbiamo ridacchiato nervosamente e ci siamo scusate con le altre centinaia di volte. Io ho abbassato gli occhi e ho supplicato ogni volta che mi sono trovata di fronte al manichino contro cui dovevo combattere. Ci siamo accorte di vivere con una paura costante e di temere, più che lo sconosciuto che potrebbe trascinarci in un vicolo e violentarci, i nostri amici, vicini, parenti, capi e partner maschi. Perché loro, più spesso di quanto uno potrebbe pensare, ci amano e ci rispettano solo finché ci comportiamo in modo piacevole. Se cominciamo ad avere idee nostre, diventiamo un bersaglio.

Le donne perdono in ogni caso. Se stanno zitte, passano dieci anni in terapia. Se sono gentili, rimangono con il collo rigido. Se mostrano fermezza, sono emarginate. Se alzano la voce, vengono punite. La colpa è in parte di quando a sette anni c’insegnano a essere cortesi e rispettose. Invece sarebbe bello che ci educassero a urlare e a comportarci come scaricatori di porto. Forse questo non impedirebbe le violenze, ma almeno non saremmo costrette a vivere queste vite così soffocanti. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati